I caduti per Trieste italiana nel 1953, ultimi martiri risorgimentali

06.11.2025 – Con una Santa Messa celebrata  in suffragio dei Caduti del novembre 1953, officiata da monsignor Roberto Rosa, Vicario per il Coordinamento Pastorale e Parroco della Chiesa di Sant’Antonio Taumaturgo, la Lega Nazionale ed il Comune di Trieste hanno ricordato le vittime delle giornate in cui manifestare per l’italianità del capoluogo giuliano poteva costare la vita.

Trieste a 8 anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, continuava infatti a vivere sospesa tra Italia e Jugoslavia, nel simulacro di un Territorio Libero di Trieste previsto dal Trattato di Pace del 10 febbraio 1947 ma mai realizzatosi. Pertanto Trieste con l’esiguo retroterra della Zona A del T.L.T. era sotto amministrazione militare anglo-americana, mentre l’Istria settentrionale (Zona B) subiva un’inesorabile assimilazione agli apparati della Jugoslavia comunista, che avrebbe invece dovuto esercitare una semplice amministrazione militare. Il 20 marzo 1948 Stati Uniti, Inghilterra e Francia avevano rilasciato la dichiarazione tripartita, con cui auspicavano il ritorno del T.L.T. sotto la piena sovranità italiana, ma si trattò più che altro di una mossa propagandistica alla vigilia delle delicatissime elezioni del successivo 18 aprile, finalizzata a mettere in difficoltà il Partito Comunista Italiano allineato con l’Unione Sovietica che infatti, per tutelare le rivendicazioni del dittatore jugoslavo Josip Broz “Tito”, ricusò la dichiarazione di coloro che ormai erano i suoi antagonisti nell’ambito della Guerra Fredda. Tuttavia triestini ed istriani tennero sempre ben presente quella dichiarazione e nel marzo 1953, a 5 anni dalla sua pubblicazione, ci furono a Trieste manifestazioni che ne invocarono l’attuazione e si conclusero con scontri e feriti.

In estate le incertezze sulla formazione della nuova coalizione di governo dopo le elezioni per la II Legislatura spinsero Tito a minacciare un colpo di mano per prendersi Trieste, suscitando da parte del Presidente del Consiglio Giuseppe Pella la mobilitazione dell’esercito. La tensione nella città contesa aumentò, perché si continuava a vivere nel terrore di un ritorno dei “titini” a Trieste. La politica estera ondivaga del dittatore jugoslavo gli aveva procurato le simpatie del blocco occidentale, le truppe anglo-americane di presidio difficilmente si sarebbero impegnate per fronteggiare l’invasione della Zona A e quindi si temeva la replica dei Quaranta giorni di terrore in cui nella primavera 1945 i partigiani comunisti jugoslavi arrestarono, deportarono, infoibarono ed eliminarono gli elementi di spicco dell’opposizione al progetto annessionista.

TLT

Il 4 novembre 1953, 35° anniversario della vittoria italiana nella Prima guerra mondiale che significò la redenzione di Trieste, dell’Istria e della Dalmazia, manifestazioni patriottiche nel capoluogo giuliano furono represse dalle forze di polizia, che l’indomani dovettero fronteggiare uno sciopero studentesco. Epicentro delle manifestazioni del 5 novembre fu piazza Sant’Antonio, ove i manifestanti recuperarono da un cantiere stradale le pietre con cui dar vita ad una sassaiola con i “cerini”, il reparto mobile della polizia del Governo Militare Alleato. Le forze dell’ordine inseguirono a manganellate i manifestanti fino all’interno della chiesa di Sant’Antonio Taumaturgo, che venne così sconsacrata. Il pomeriggio stesso avvenne la cerimonia di riconsacrazione del luogo di culto, all’esterno del quale scoppiarono nuovi disordini. Stavolta alla polizia fu dato ordine di sparare in aria per disperdere in manifestanti, ma alcuni agenti, presi dal panico o intenzionalmente, spararono sulla folla: numerosi i feriti, ucciso il giovane di origine dalmata Pietro Addobbati, mentre una pallottola vagante raggiunse il Corso uccidendo l’anziano passante Antonio Zavadil.

Il giorno seguente le manifestazioni furono ancora più violente: furono dati alle fiamme veicoli della polizia, assaltata un’armeria, devastata la sede del partito indipendentista ed infine in Piazza Unità fu assediato il palazzo della prefettura che ospitava gli uffici dell’amministrazione militare. Spari, bombe a mano, fumogeni, lacrimogeni, feriti e ancora quattro morti. Francesco Paglia, già bersagliere della Repubblica Sociale Italiana sopravvissuto alla deportazione nel terribile campo di concentramento jugoslavo di Borovnica, ucciso mentre cercava di sparare con un fucile sottratto ad un’agente di polizia. Leonardo Manzi, figlio di esuli fiumani, colpito alla schiena mentre cercava di salire su una jeep della polizia rimasta incustodita in mezzo alla piazza. Erminio Bassa, un passante che stava osservando a debita distanza cosa stesse succedendo. Saverio Montano, indossava un foulard tricolore, era sceso in piazza per manifestare la sua italianità ma si era tenuto defilato dagli scontri davanti alla prefettura. 6 morti per Trieste italiana (cui si aggiunse Domenico Scoroglia, ferito gravemente durante gli scontri e deceduto successivamente), tutti iscritti al sodalizio patriottico della Lega Nazionale.

Gli appelli del sindaco Gianni Bartoli e del vescovo Antonio Santin riportarono la calma in città, ma la diplomazia internazionale comprese che la questione di Trieste andava risolta: meno di un anno dopo il Memorandum di Londra assegnò la Zona A all’amministrazione civile italiana e la Zona B all’amministrazione civile jugoslava. Il ritorno dell’Italia a Trieste il 26 ottobre 1954ritorno dell’Italia a Trieste il 26 ottobre 1954 è stato descritto dallo storico e diplomatico Sergio Romano come l’ultima pagina del Risorgimento, il chè fa di questi sei morti nelle Giornate di Trieste gli ultimi martiri del Risorgimento: il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi ha assegnato a loro la Medaglia d’oro al valor civile alla memoria nel 2004, in occasione del cinquantennale del ritorno dell’Italia a Trieste.

Lorenzo Salimbeni

 

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