Gli eredi Missoni cedono l’azienda di famiglia

29.05.2026 – Lo scorso 25 maggio i profili social della Fondazione Missoni hanno diffuso una lettera aperta in cui gli eredi dell’azienda fondata da Ottavio “Tai” Missoni con la moglie Rosita e diventata una firma di successo nella moda comunicavano ai dipendenti che la Missoni era stata ceduta.

Si interrompe così la gestione famigliare di un marchio che non costituisce soltanto un simbolo del Made in Italy in tutto il mondo, ma rappresentava anche una storia di rinascita e di riscatto dopo l’esodo giuliano-dalmata.

Ottavio Missoni era nato a Ragusa nel 1921 e cresciuto a Zara, ove affiancò agli studi la passione per l’atletica, conseguendo diversi titoli giovanili. Chiamato alle armi durante la Seconda guerra mondiale, fu fatto prigioniero durante la battaglia di El Alamein e dopo 4 anni di prigionia non potè più fare ritorno a Zara. La sua città, ridotta ad un mucchio di macerie dopo aver subito pesanti bombardamenti anglo-americani, era stata annessa alla Jugoslavia comunista e quasi tutti gli abitanti erano fuggiti in esilio già nell’imperversare del conflitto. Riprese la sua carriera di atleta arrivando alle Olimpiadi di Londra del 1948, ma la XIV edizione dei giochi olimpici fu per lui importante non tanto sotto l’aspetto tecnico, quanto perchè conobbe Rosita Jelmini, che sarebbe diventata sua moglie. “Tai” aveva avviato a Trieste la Venjulia, una piccola fabbrica di abbigliamento sportivo che divenne ben presto fornitrice di diverse squadre nazionali italiane, ma con la moglie spostò l’azienda a Sumirago nel laborioso tessuto economico varesino. Le fantasie ondulate dei capi Missoni che richiamavano le acque dell’Adriatico divennero il suo marchio di fabbrica, riconosciuto ed apprezzato nel mondo.

Missoni non dimenticò mai le sue origini: fu a lungo attivo nel Libero Comune di Zara in Esilio e per un periodo anche Sindaco; fu lui per primo a constatare amaramente che “è il mare Adriatico la foiba di noi dalmati”, riferendosi all’epurazione politica attuata  in Dalmazia dall’OZNA, la famigerata polizia segreta di Tito, che portava le sue vittime al largo per poi gettarle in mare con una pietra legata al collo. [LS]

 

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