27.01.2026 – La frontiera adriatica nel Novecento è stata teatro di opposti nazionalismi e di regimi dittatoriali, di persecuzioni e di stragi. Anche la Shoah ha mietuto qui le sue vittime, colpendo le comunità ebraiche di Trieste, Gorizia, Fiume e Spalato.
Proprio a una vicenda proveniente dal Carnaro ha dedicato oggi, Giornata della Memoria, un post sulla sua pagina Facebook il giornalista Toni Capuozzo.
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Nel mondo oggi sono 186.600 i sopravvissuti alla Shoah. La maggior parte ha più di novant’anni: solo due anni fa erano 245.00. In Italia sono una decina. Una di loro è Arianna Szorenyi, nata a Fiume il 15 aprile del 1933. Oggi è Croazia, allora era Italia. Arianna è la figlia più piccola di un ebreo ungherese e di una cattolica italiana, entrambi impiegati di banca, che si sposano nel 1917 e hanno otto figli, tutti battezzati e tuti cresciuti come cattolici italiani.
Nel 1938 il padre viene licenziato come conseguenza delle leggi razziali, e nell’ ottobre del 1943 tutta la famiglia, per sfuggire persecuzioni e bombardamenti, raggiunge la sorella Edith che, sposatasi con un ufficiale italiano, vive a San Daniele del Friuli. Il padre e due fratelli trovano lavoro in un paese vicino, la sorella Stella è impiegata in Comune. Sarà un collega denunciarne le origine ebree: il 16 giugno del 1944 tutti – tranne Edith – vengono portati alla Risiera di San Sabba, a Trieste. Dopo neppure una settimana vengono tradotti ad Auschwitz. Arianna, che ha undici anni, viene messa nel Kinderblock, la sezione dei bambini con tatuato il numero di matricola 89219. Vedrà i suoi famigliari solo da lontano. E non c’è nessuno di loro quando, all’avvicinarsi dell’Armata Rossa, Arianna viene trascinata , alla fine del’44, nella “marcia della morte”.
È a Bergen Belsen, il 15 aprile 1945, che viene liberata. Ha il tifo e un principio di tubercolosi, la pleurite nei polmoni e un piede congelato. Trascorre cinque mesi in un ospedale militare britannico e, rimpatriata in Italia, passa dall’ospedale militare di Merano a quello di Udine. Dimessa, torna a San Daniele, dalla sorella, e apprende che anche il fratello Alessandro è vivo. Viene accolta in un orfanatrofio di suore, dove resta fino al 1952. Alla maggiore età raggiunge la sorella che si è trasferita a Milano, trova lavoro alla Rinascente, come commessa prima, e impiegata poi.
Si sposa, ha tre figli, racconta e scrive la sua storia: dei 776 ebrei italiani di età inferiore ai 14 anni, Arianna è tra i soli venticinque sopravvissuti.
Il 7 febbraio del 2020 accanto alla porta della casa in cui ha vissuto a San Daniele qualcuno ha tracciato con il pennarello una croce uncinata. Sono ormai molto anziani anche gli ultimi delatori, gli ultimi aguzzini. Ma il pregiudizio e l’odio che hanno lasciato dietro di sè, quello non è perduto.
Toni Capuozzo

