Genova: riunito dopo 50 anni il “due con” capodistriano

Sabato 27 ottobre si è svolta a Genova, con l'organizzazione del Comitato Regionale Liguria del C.O.N.I., la cerimonia di consegna delle onorificenze agli atleti liguri che hanno preso parte alle Olimpiadi di Berlino, Londra, Helsinki, Melbourne e Roma. La cerimonia ha riservato al canottaggio un ampio spazio. Il conduttore della manifestazione – il giornalista Alfredo Provenzali – si è soffermato in particolare sulla vicenda sportiva ed umana di Giovanni Steffè e Aldo Tarlao, che con il timoniere Alberto Radi (purtroppo scomparso) conquistarono per l'Italia un argento a Londra '48. Subito dopo l'avventura olimpica, la tragedia in atto in terra d'Istria separò l'equipaggio: Steffè di lì a poco approdò a Genova (cessando di vogare), Tarlao fuggì invece a Trieste e, ancora con il 2 con, conquistò poi con un nuovo compagno tre titoli europei e il quarto posto ai giochi di Helsinki.
Da allora – e fino ad oggi – Giovanni e Aldo non avevano più avuto notizie l’uno dell'altro. Il loro incontro – che ha davvero commosso l'intera platea – è stato reso possibile dallo sforzo congiunto di Claudio Loreto (membro del Comitato F.I.C. Liguria), Gianni Lastrico (Segretario del C.O.N.I. Liguria) ed Emilio Felluga (ex canottiere della "Pullino" d'epoca istriana e attuale Presidente del C.O.N.I. Friuli-Venezia-Giulia).
Per il canottaggio sono stati premiati anche Francesco Pittaluga (Berlino ‘36), Piero Attorrese (Helsinki 1952) e Giancarlo Casalini (Melbourne '56 e Roma '60). Provenzali ha anche riportato al folto pubblico, tra le tante, la "curiosità" raccontata telefonicamente a Claudio Loreto da Raffaele Walter Viviani (riserva nell'otto a Roma '60 ma l'anno successivo, a Praga, Campione Europeo nella specialità), il quale non ha potuto sfortunatamente essere presente alla manifestazione. "Venne detto ai canottieri italiani che i giapponesi stavano sperimentando un nuovo tipo di remo, avente un
buco sulla pala: alcuni di loro si precipitarono allora a "scoprire" il segreto di quegli avversari, per poi invece accorgersi di essere stati burlati: il buco", in realtà, era semplicemente il disco rosso
(rappresentante il sole) della bandiera giapponese riprodotta sulle pale!".

 

HENLEY ’48 E I “LEONI” TRISTI DELLA “LIBERTAS CAPODISTRIA”
di Claudio Loreto
1947, i miliziani di Tito proseguivano determinati nella loro opera di “deitalianizzazione”
dell’Istria. Il 13 febbraio essi irruppero nella sede del Circolo Canottieri “Libertas” di Capodistria e “… ammassarono tutte le nostre belle barche su un peschereccio, per trasferirle chissà dove”, racconta Giovanni Steffè, all’epoca diciottenne. “Non ci demmo per vinti. Attraverso il ‘check-point’ che ci separava dalla ‘Zona A’ del ‘Territorio Libero di Trieste’, controllata dagli anglo-americani, io e Aldo Tarlao iniziammo una faticosa spola con Trieste; qui, grazie a un ‘2con’ prestatoci dal Dopolavoro Ferroviario e con un sacco di sabbia da 50 chili al posto del timoniere, seguitammo gli allenamenti”.
Il 16 agosto Steffè, Tarlao e il timoniere Alvino Grio conquistarono a Pallanza i titoli italiani junior e senior. Due settimane dopo, nei Campionati Europei, un solo secondo li separò dalla vincitrice Ungheria; ai “titini” l’argento di Lucerna suonò come una provocazione: il 24 settembre la sede della “Libertas” venne confiscata e ridotta a magazzino. “Ragione in più per continuare!”. L’11 luglio 1948 i due istriani (guidati adesso da un nuovo timoniere, il veneziano Alberto Radi) si confermarono a Milano campioni d’Italia seniores; quindi il raduno preolimpico a Varese, dove “… i sarti presero le misure – ricorda il capovoga Steffè – per confezionarci una divisa bellissima!”. Il 25 luglio tutti in treno da Milano, alla volta di Henley.
“Qui la squadra venne suddivisa in vari alberghetti, molto decorosi”. Dopo la confusione iniziale dovuta al momentaneo smarrimento dei viveri spediti al seguito degli atleti, “… mangiammo bene, all’italiana: si prese infatti cura di noi uno dei cuochi inviati in Inghilterra dal CONI. Io poi, per ‘sostenermi’, durante le passeggiate lungo il bel Tamigi – unico svago al termine degli allenamenti – tenevo le tasche piene di zollette di zucchero, tanto che la mia tuta alla fine si era praticamente vetrificata!”. Sebbene i rancori della guerra non si fossero ancora sopiti, “… non vi furono atti di scortesia degli inglesi nei nostri confronti”.
A Henley gli istriani trovarono una barca nuova, acquistata dal CONI. “Pesava 32 chili, 2 in meno della precedente”. Il 5 agosto giunsero primi in batteria, davanti a Danimarca e Ungheria; il giorno 7, nella III semifinale, la collera nei cuori ingigantì le loro forze e la Jugoslavia si vide così eliminata. Nella finale di lunedì 9, invece, la grande delusione: al comando per tre quarti di gara, poi l’inatteso cedimento; fu “solo” argento, dietro la Danimarca fino ad allora sempre superata.
Steffè non osò più tornare a Capodistria; il padre, che aveva gioito in pubblico dell’impresa del figliuolo, venne malmenato dai “titini”. Presto le necessità della vita allontanarono Giovanni dal canottaggio, conducendolo infine a Genova dove con i risparmi del proprio lavoro acquistò un alloggio: i suoi familiari poterono così lasciare il triste ospizio che a Trieste radunava gli italiani fuggiti dall’Istria.
Tarlao invece remò ancora: tre i Campionati d’Europa (1949-50-51) vinti insieme a Giuseppe Ramani e al timoniere Luciano Marion, altri atleti della “Libertas”. Quest’ultima tentò, disperatamente, di sopravvivere in “esilio” a Trieste. Invano: alla fine degli anni ’50 essa fu costretta a cessare l’attività, ponendo fine a una straordinaria avventura iniziata nel 1888.

 

Per gentile collaborazione di Ferruccio Calegari