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Foibe: superare i retaggi (Il Piccolo 12 mar)

LETTERE

Gli eventi di Lokev e le seguenti polemiche non possono che suscitare forte preoccupazione, ed angoscia, in tutti coloro i quali, e sono tanti, lavorano ogni giorno perché gli abitanti di queste terre che tanti traumi hanno condiviso in passato possano trovare un linguaggio e soprattutto un’idea di futuro comuni su entrambi i lati del confine caduto sulla carta ma che nei fatti spesso ancora agisce.

Non posso che riconoscermi nelle parole, equilibrate, franche e coraggiose pronunciate dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in occasione del 10 febbraio. Parole forti, che non hanno taciuto né della responsabilità storica del fascismo, né delle sofferenze che esso ha inflitto alla minoranza slovena. Né della sofferenza di chi ha perso la vita, oppure ha perso una persona cara nelle foibe ed ha dovuto abbandonare il suo luogo di origine. Ma è stato un discorso coraggioso soprattutto perché ha incorniciato gli eventi tragici del nostro passato in parole di amicizia, fratellanza, collaborazione, senso di destino comune con i paesi vicini. Mi chiedo se tale giudizio possa essere condiviso o meno dall’intero schieramento politico, in particolare locale. Il compito della politica è quello di spingere le giovani generazioni ad interrogarsi, a conoscere tutto il proprio passato ed a lavorare perché il futuro sia diverso.

E questo mi sembra l’elemento distintivo più importante e qualificante di quanto detto dal Presidente. E mi sembra rispondere appieno ai compiti che la politica e le istituzioni dovrebbero svolgere. Gli ambiti della politica e delle scienze umane, storia, geografia, antropologia, devono restare ben delimitati. Ciò vale, per esempio, anche per le troppe esitazioni nella divulgazione del Documento della Commissione mista italo-slovena. Documento di cui si parla, colpevolmente, troppo poco. Ma che non va nemmeno assunto a testo sacro, pena il rischio di commettere l’errore opposto a quanto fatto finora. Lo scorso anno è uscito in Francia un appello, noto come «appello di Blois», firmato da molti eminenti storici di fama internazionale che chiedono alla politica ed alle istituzioni di non perseguire la creazione di una «verità di Stato» per quanto riguarda la storia concludendo che «in democrazia, la libertà per la ricerca storica è la libertà di tutti».

Dobbiamo essere consapevoli che difficilmente si potrà mai giungere in futuro ad un’identità di vedute su questi temi fra chi li vive come parte del proprio retaggio. Il ricordo, i diversi sensi di appartenenza ed i differenti metri di giudizio che ognuno di noi porta con sé sono altrettanti ostacoli formidabili a che questo possa succedere. Il nostro compito, ancora, è di non caricare sull’intera altra comunità la responsabilità, o la colpa, per cose di cui non è responsabile o colpevole. È per questo che non posso che dire che rifiuto, senza discussione alcuna, ogni tentativo di far carico alla minoranza slovena in Italia di quanto avvenuto sabato scorso. Così come avrei ritenuto, quando anni fa organizzazioni della destra italiana tentavano manifestazioni non autorizzate e provocatorie oltreconfine al solo scopo di acuire polemiche e tensioni propedeutiche al mantenimento di determinate rendite elettorali, ingiusto e sbagliato chiedere all’Italia o all’intero popolo italiano di render conto di tali manifestazioni. Degli eventi e delle loro conseguenze è responsabile chi vi partecipa ed ha promosso un clima tale perché potessero succedere. Nessuno di noi ha il diritto di accollare unilateralmente ad un’intera comunità eventi dei quali non può rispondere. Responsabilità richiede però anche chiarezza.

Non posso quindi che far presente che la manifestazione di sabato dell’Unione degli Istriani era stata autorizzata dalle autorità slovene. E quindi, pur valendo tutto ciò che ho detto prima sulle differenze nella percezione e nel ricordo della nostra storia, essa aveva tutto il diritto di aver luogo. Da quanto avvenuto non sarà sicuramente la minoranza slovena a trarre profitto. Né lo saranno le associazioni degli esuli. Chi ne trarrà profitto saranno coloro i quali in questi anni nulla hanno fatto perché Trieste si riappacificasse, o almeno accettasse, tutto il suo difficile passato e lavorasse per il futuro. Coloro i quali, mentre la popolazione italiana e slovena dell’area di confine festeggiava nella primavera del 2004 l’entrata della Slovenia nella UE, manifestavano contro questo avvenimento. Coloro i quali continuano a vivere con fastidio, se non con aperta ostilità, la più grande ricchezza del territorio in cui vivono: quella di essere un territorio plurale, in cui lingue, culture, religioni e mentalità si incontrano, si intrecciano, a volte si scontrano, ma si arricchiscono a vicenda.

Štefan Cvok, componente dell’Esecutivo regionale del Partito democratico

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