Fiume, la città scomparsa (Voce del Popolo 17 dic)

di Ezio Giuricin

Fiume: la città che non c’è. In questi giorni sulla stampa italiana, negli articoli sugli europei di nuoto tenutisi nel Capoluogo quarnerino, Fiume è definitivamente scomparsa. Per gli inviati giunti in questa esotica località, fluttuante in un limbo sconosciuto tra l’Adriatico ed i Balcani, la città di Adamich, di Scarpa, di Zanella, di Luppis, di Valiani, di Emma ed Irma Gramatica, di Morovich, Ramous e Zandel, con la sua storia di autonomie sofferte, di corpo separato e porto franco, con i suoi trascorsi dannunziani, di mancato Stato libero, di ricche multiculturalità, di complessi intrecci multinazionali e linguistici, è stata definitivamente inghiottita dalla terra.

Per la stampa – e di conseguenza per l’opinione pubblica italiana – la città dell’aquila decapitata si è vaporizzata nel nulla. Al suo posto nella cultura mediatica italiana – e probabilmente nella coscienza collettiva del Bel Paese- è sorta così, per magia, un’altra città, anch’essa altrettanto esotica e sconosciuta: Rijeka. E non si tratta di semplice resa all’ostinato monolinguismo imposto dalle guide, dalle pubblicità turistiche e dalle carte geografiche e stradali (croate- il che potrebbe apparire “normale”- ma anche, quasi senza eccezioni, italiane). La metamorfosi kafkiana sembra sia invece dovuta a distrazione, superficialità, cronica ignoranza, coniugate alla recidiva abitudine italiana a “rimuovere” sistematicamente e con inconcepibile leggerezza parti significative della propria storia e della propria memoria collettiva.

Rijeka-Fiume: che male c’è a stralciare, raschiare dalla propria carta geografica mentale uno dei due nomi? In fondo oggi la città non si chiama proprio e solo Rijeka (infatti sulle rive del Quarnero il bilinguismo, ospite indesiderato, non è di casa)?

Il punto è che il nome di una città (come di qualsiasi altra cosa, di un individuo) racchiude il complesso intreccio della sua identità, della sua storia. Il nome “è” la cosa. Ci permette di riconoscerla, di distinguerla, di ricomporre mentalmente le sue fattezze, di descriverla, di comprenderne le straordinarie complessità. Rijeka in italiano è Fiume non perché si tratta di una traduzione ma perché la città ha una storia culturalmente plurima, composita: Fiume è la parte italiana, con il suo ricco patrimonio di apporti, di confluenze storiche e civili, del presente (e del passato) di Rijeka (così come Rijeka è l’indissolubile parte croata dell’identità odierna e passata di Fiume).

Ma tutto questo agli infaticabili cronisti sportivi, ai redattori, agli impaginatori, ai direttori dei giornali e delle agenzie italiani deve essere apparso come un’inutile complicazione, un peso, un insignificante dettaglio. Fiume – per quelli, pochi, che sanno ancora che si chiama così – è un imprecisato e sconosciuto luogo di un impero coloniale perduto: uno uadi, uno sperduto abbeveratoio per cammelli nel deserto (le capitali invece, anche quelle delle ex colonie, come Tripoli, Mogadiscio o Addis Abeba, si continuano normalmente a scrivere nella versione italiana). Gli italiani, in fondo – così sembra gracidare nel suo pantano una cospicua parte dell’opinione pubblica italiana (lasciamo stare quelle croata e slovena) – non sono giunti qui da emigrati, da occupatori, da “indesiderati ospiti”?

Pretendendo che – scrivendo ed esprimendosi in lingua italiana – la città venga chiamata con il suo nome, si chiede semplicemente sia rispettata l’identità di un territorio e di uno spazio civile in cui gli italiani sono stati sempre autoctoni, in cui cioè la presenza italiana – nei suoi articolati intrecci culturali con le altre etnie – è secolare. L’italianità di Fiume non è né accidentale, né marginale: la parte “fiumana” della sua complessa fisionomia multiculturale e cosmopolita è un segmento indissolubile dell’identità, della storia e della civiltà italiane.

Scrivere Fiume nelle corrispondenze da bordo piscina (o, al massimo aggiungere il toponimo italiano a fianco di quello croato) non è un’inutile concessione al “politicamente corretto” (quando basterebbe il rispetto delle più elementari nozioni geografiche, storiche e linguistiche). E non è nemmeno solo un segno di benevolo riconoscimento-incoraggiamento per la minoranza ancora presente ed attiva in città (comunque necessario e dovuto). È soprattutto un’espressione di rispetto nei confronti della propria identità civile e nazionale, un modo per riconoscere la cultura ed i valori della propria nazione, tutta e nella sua complessità; di un essere e sentire nazionali che non finiscono all’Isonzo, o a Trieste, ma che spaziano oltre ed hanno sempre lambito – nel connubio e contatto con altre culture – l’Adriatico orientale.

Quell’insistente “Rijeka” dei giornali italiani di questi giorni ci conferma un andazzo e ci lancia, ancora una volta, un monito: la nostra è un’italianità rimossa, dimenticata, perduta. Per quanto si cerchi di mantenerla forte e vitale, di alimentarla e rinnovarla quotidianamente, arricchendola di nuovi apporti e contenuti, essa continua a vivere come una parte amputata dallo spazio culturale, civile e politico della nostra Nazione Madre.

È proprio vero: come diceva Per Antonio Quarantotto Gambini noi di queste terre siamo degli “italiani sbagliati”. Non basta che ci taglino i finanziamenti, o che ci considerino una presenza “residuale”: quel “Rijeka” – e non è la prima volta – ce la dice lunga sull’attenzione che l’Italia è disposta a riservarci (e, di converso, a riservare a se stessa).

La speranza è che un giorno si possa sbloccare questo perverso incantesimo che continua a dividere la debole e “superstite” identità e presenza italiana dell’Adriatico orientale dal resto d’Italia. Che si possa finalmente godere – in uno spazio europeo senza più confini – delle condizioni per non sentirci più né sbagliati, né abbandonati.