De Gasperi alla Conferenza di Pace presentò la nuova Italia democratica

10.08.2026 – L’8 settembre 1943 l’Armistizio fu accolto come se per l’Italia fosse finita la Seconda guerra mondiale. Nei mesi seguenti invece il conflitto continuò con pesanti ricadute, mentre dal punto di vista giuridico l’Italia aveva sottoscritto la resa incondizionata, accettando cioè di perdere la propria personalità sul piano internazionale e di affidare agli Alleati la liberazione dai nazifascisti del territorio nazionale, nonché la tutela dei propri interessi. La resistenza passiva di decine di migliaia di Internati Militari Italiani nei campi di concentramento nazisti, la lotta coordinata dal Comitato di Liberazione Nazionale, la dichiarazione di guerra alla Germania e la costituzione dell’Esercito del Sud furono iniziative con cui la nascente Italia democratica cercò di sgravarsi dall’eredità fascista.

Una volta conseguita la Liberazione, lo svolgimento delle prime elezioni amministrative e soprattutto del referendum istituzionale contestualmente all’elezione dell’Assemblea Costituente il 2 giugno 1946 dimostrarono che il cammino verso un’Italia libera e democratica era stato intrapreso correttamente, all’insegna del bipolarismo tra una Democrazia Cristiana conservatrice e patriottica ed un Partito Comunista tra i più cospicui ed agguerriti nell’Europa occidentale ma comunque lontano dai consensi democristiani.

Fu alla Conferenza di Pace che l’Italia, sostanzialmente sotto scacco in quanto dalle proprie scelte dipendeva l’ammissione alla costituenda O.N.U., fece il suo esordio nel consesso internazionale, mentre le altre potenze che avevano fatto parte dell’Asse erano ancora prive di capacità giuridica (per effetto della debellatio connessa alla sottoscrizione della resa incondizionata) e sotto occupazione militare alleata (Germania e Giappone) o in via di assimilazione all’orbita dell’Unione Sovietica. Traghettatore di questa normalizzazione fu l’otto volte Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi, il quale parlò a Parigi il 10 agosto 1946, pur essendo già state diffuse notizie in merito alle mutilazioni territoriali che avrebbero colpito soprattutto il confine orientale, come si evince dall’incipit del suo intervento:

Prendo la parola in questo consesso mondiale e sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me: è soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa ritenere un imputato, l’essere arrivato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione.

Nei passaggi successivi lo statista trentino avrebbe evidenziato i passi compiuti dal Paese verso la democrazia e l’allineamento con le potenze occidentali, tracciando la rotta della diplomazia italiana fino ai giorni nostri, improntata alla soluzione pacifica delle controversie, europeista ed atlantica. Il pegno di quella strategia fu la rinuncia alle terre del confine orientale; una rinuncia probabilmente ineluttabile e dipesa da scelte internazionali più che interne, ma che comunque lascia una macchia sulla giacca di De Gasperi. C’era già la consapevolezza della Guerra fredda in corso e la scelta di campo netta avrebbe portato Stati Uniti, Inghilterra e Francia a rilasciare il 20 marzo 1948 la Dichiarazione Tripartita che auspicava la restituzione all’Italia del Territorio Libero di Trieste, suscitando la replica stizzita dell’URSS protettrice delle rivendicazioni jugoslave sul capoluogo giuliano. L’uscita di Tito dal Cominform pochi mesi dopo avrebbe sparigliato le carte, trasformando l’autocrate jugoslavo in un interlocutore delle potenze occidentali, ma la linea tracciata consentì di ottenere almeno la restituzione della Zona A del T.L.T. con Trieste, senza scordare gli ingenti aiuti finanziari che contribuirono anche all’edificazione dei primi borghi giuliani in cui dare una casa a centinaia di famiglie istriane, fiumane o dalmate vissute per mesi o anni nello squallore dei Centri Raccolta Profughi.

 

0 Condivisioni