Corriere della Sera – 230208 – Ma le foibe di Tito furono “pulizia politica”

I fantasmi di Giado, il campo di concentramento italiano in Libia dove morirono di stenti più di 500 ebrei, continuano a tormentarci. In successivi articoli firmati sull' Unità da Bruno Gravagnuolo, la vicenda viene deviata però dal suo significato originale, di denuncia, e finisce per puntellare un' altra tesi: quella strage «fu una piccola cosa» in confronto ad altri misfatti commessi dai militari italiani in zona di guerra. Dunque, si parlerebbe di Giado, in Libia, per «rimuovere» le responsabilità italiane nell' ex Jugoslavia. Le quali, poi, avrebbero «preparato» le successive epurazioni, comprese le foibe. Ma si dimentica che le eliminazioni nel campo libico di Giado inseriscono l' Italia fascista a tutti gli effetti, se ancora ce ne fosse bisogno, nel progetto di sterminio complessivo degli ebrei. Rappresentano dunque una novità storica – come attestato dal libro-reportage di Eric Salerno. Invece il progetto di colonizzazione dell' ex Jugoslavia, dell' Albania e della Grecia rientrava in un disegno politico, certo crudele, ma senza finalità di sterminio. Il rischio, di cui anche l' attento collega Bruno Gravagnuolo dovrebbe rendersi conto, è quello di «giustificare» alla fine gli eccidi commessi dai partigiani di Tito in Jugoslavia – una pulizia etnica e politica insieme – attraverso il riferimento obbligato ai crimini italiani. Cone se una cosa «compensasse» l' altra. E come se, agli occhi dei partigiani comunisti, gli infoibati di qualsiasi nazionalità (italiani, croati, sloveni, cetnici, tedeschi) non rappresentassero anzitutto avversari politici, da eliminare preventivamente in vista della instaurazione del nuovo regime.

Fertilio Dario