Corriere della Sera – 110208 – I servizi sul Giorno del Ricordo

ROMA
– Il discorso di ieri era stato concepito per far prevalere «le ragioni dell'unità su quelle della discordia», per far vincere «il dialogo sul pregiudizio ». Insomma, il solenne risarcimento morale ai morti e ai superstiti delle foibe di Tito e ai reduci del drammatico esodo da Istria e Dalmazia era stato bilanciato da un appello rivolto a entrambe le sponde dell'Adriatico, affinché si dimostri di «aver appreso la lezione della storia». Girando tutti insieme una dolorosissima pagina, pur rifiutando «giustamente» di vederla cancellata. Solo che, quando si è trovato davanti al microfono, durante la cerimonia per il Giorno del Ricordo, Giorgio Napolitano non ha resistito alla tentazione di pronunciare un paio di frasi a braccio e di prendersi una mezza rivincita rispetto a una polemica dello scorso anno. Quando subì un bruciante schiaffo del capo dello Stato croato, Stipe Mesic. Il quale gli contestava, in particolare, di aver parlato di un «disegno annessionistico slavo che prevalse nel trattato di pace del 1947 e che assunse i sinistri connotati di una pulizia etnica». Le recriminazioni di Zagabria furono durissime. Con il nostro presidente trattato alla stregua di un estremista di destra, accusato d'aver intenzionalmente archiviato «i crimini fascisti» e di aver agitato «elementi di aperto razzismo, revisionismo storico e revanscismo politico». Ne nacque una complessa controversia diplomatica che riattizzò vecchi risentimenti. Controversia sedata soltanto dopo la convocazione da parte del ministro degli Esteri D'Alema dell'ambasciatore croato e dopo un pronunciamento dell'Unione Europea, che considerò «inappropriata» la sortita di Mesic, costretto a una pubblica resa. Caso chiuso, dunque? Così sembrava. Ma così evidentemente non era per Napolitano. Il quale si è concesso ieri un mezzo replay del 2007 e ha parlato di «qualche reazione inconsulta fuori d'Italia» al suo precedente discorso. Reazione che, ha puntualizzato, confermando se stesso fino alle virgole, «non ha scalfito la mia convinzione che fosse giusto esprimermi, a nome della Repubblica, con quelle parole e con quell'impegno». Con ciò, pertanto, ha ribadito il giudizio sull'impronta comunista e anti-italiana delle foibe e delle persecuzioni contro i nostri connazionali al di là del mare. Vittime di una e vera e propria «pulizia etnica » in una strage coperta poi da una «congiura del silenzio ». A offrirgli lo spunto per la divagazione fuori programma era stato il vicepremier, Francesco Rutelli, che lo aveva preceduto nell'omaggio ai reduci saliti al Quirinale. E che, in assoluta sintonia con il capo dello Stato, aveva anch'egli utilizzato l'incriminata definizione di «pulizia etnica ». Contento di vedere mutuata la sua analisi storica da una autorità di governo, come pure dal senatore Lucio Toth (in rappresentanza dei profughi e delle famiglie e degli infoibati, ndr), il capo dello Stato si è sforzato di inquadrare la cerimonia in un contesto storico più vasto. Ha evocato «le ingiustizie subìte, il dolore vissuto dai superstiti e dai loro discendenti a da chi fu costretto all'esodo». E ha spiegato che, per considerare con un'ottica «serena e non unilaterale » quel «tormentato e tragico periodo» del Novecento, bisogna tornare allo scenario di allora, «segnato dagli opposti totalitarismi». Cioè, indicati con pari grado di responsabilità, dal fascismo e dal comunismo. Oggi, secondo lui, è l'Europa che può e deve liberarci da un passato del quale siamo stati troppo a lungo prigionieri. Dentro quella cornice dobbiamo muoverci. Purché ci resti sempre «di monito», dice il presidente, la coscienza che la tragedia degli italiani d'Istria e Dalmazia fermentò appunto dalla «piaga dei nazionalismi, della gretta visione particolare, del disprezzo dell'altro, della acritica transazione della propria identità etnica o storica».
Marzio Breda

La sopravvissuta «Ho perso sette parenti, su di me torture e umiliazioni» Mafalda: sento ancora le urla
MILANO – «Ricordare è un dolore enorme, che non si è affievolito nel tempo. Ho perso sette parenti, ho subito torture e umiliazioni. Oggi non provo odio, ma c'è rabbia per il silenzio vergognoso di questi anni. Solo ora, finalmente si comincia a parlare della pulizia etnica contro gli italiani». Mafalda Codan, classe 1926, ex maestra elementare, tiene in mano l'album fotografico di quegli anni dolorosi, da quando, dopo l'8 settembre 1943, i partigiani italiani infoibarono padre, fratello del padre, due fratelli della madre e un cugino. Mostra una foto che è un documento. Gorizia, 10 giugno 1949: Croce rossa italiana e jugoslava si scambiano i prigionieri. Tra loro c'è anche Mafalda, ragazza istriana. Per lei è il giorno della liberazione, dopo quattro anni fra torture, prigionia e fughe. Ricordi che sono stati affidati a un diario. Con la mamma e il fratello era riuscita a fuggire a Trieste, ma il 7 maggio 1945 fu riportata a forza in Istria. «Mi legano a una colonna – ricorda nei suoi scritti – e mi mettono intorno due bandiere slave e il ritratto di Tito. Un uomo inizia a colpirmi con tutta la sua forza con una cinghia. Mi colpisce così forte sugli occhi che non riesco a riaprirli. Mi spiace perché ho sempre avuto il coraggio di guardare negli occhi chi mi picchiava. Le donne mi colpiscono con grossi bastoni e con delle tenaglie cercano di levarmi le unghie, ma non ci riescono perché sono troppo corte. Una scalmanata con un cucchiaio mi gratta con le palpebre gonfie e ferite e mi grida: "Apri gli occhi che te li levo"». A Castello di Pisino è in carcere accanto alla cella del fratello Arnaldo, 17 anni, che subì ogni genere di tortura: «Le sue urla di dolore mi risuonano dolorosamente nella testa giorno e notte. Una mattina uno degli aguzzini entra in cella e mi chiede "Quanti anni aveva tuo fratello? Non voleva morire sai, anche dopo morto il suo corpo ha continuato a saltare"».

Cautela a Zagabria In ballo c'è la Ue
MILANO ( ma.g.) – Nessun commento. Anzi, le parole di Napolitano stavolta a Zagabria nessuno, ufficialmente, le ha neppure sentite. «Reazioni inconsulte», quelle di Stipe Mesic (nella foto) – come ieri ha sostenuto Napolitano -, quando il presidente croato un anno fa definì il suo discorso «revanscista» e razzista»? Dall'ufficio della presidenza croata sostengono che non sono a conoscenza di nulla, lo stesso fa il ministero degli Esteri tramite un portavoce. «Forse sapremo qualcosa domani (oggi, ndr) ». Stamani si leggeranno sui giornali i resoconti dei corrispondenti dall'Italia. Ma certamente, dicono ambienti giornalistici di Zagabria, l'ambasciata croata ha già informato il ministero. Allora perché questa cautela? Scottata dalle reazioni di Roma, che un anno fa portò il caso a Bruxelles – mettendo in forse anche la candidatura europea della Croazia – e costringendo un ostinato Stipe Mesic a un'umiliante retromarcia, Zagabria ieri ha preferito tacere. O prendersi un giorno di riflessione.

Il caso –  Il direttore del Brancaccio spiega il no al convegno sul dramma istriano: ma riuscirò a farlo
Costanzo: sul tema nervi tesi, ho temuto disordini
ROMA – Maurizio Costanzo, lei che è il direttore del Brancaccio, come mai il teatro all'ultimo minuto ha sfrattato il convegno sulle foibe di venerdì scorso? «Guardi che è una storia molto semplice. Quando venti giorni, un mese fa, gli organizzatori mi hanno chiesto la sala, ho detto sì, ve la do. Purché sia una manifestazione sobria e ci sia una controparte. I patti erano questi». E poi? «Poi mi sono arrivate parecchie e-mail dei collettivi studenteschi di sinistra. Mi avvisavano che la Fiamma Tricolore voleva portare un corteo fin sotto al teatro e questo non andava bene. C'è stato pure quel lacrimogeno lanciato davanti all'ingresso, segno evidente che qualcuno non voleva che al Brancaccio si svolgesse quella manifestazione». E lei? «Ho detto: signori miei, questo è un teatro, un luogo pubblico, non scherziamo. E mi sono ancora una volta raccomandato con gli organizzatori che, con Marco Marsilio, capogruppo di An in Campidoglio, ci fosse, come previsto, pure l'assessore Silvio Di Francia del Pd a bilanciare l'incontro. In tutta la mia vita professionale sono sempre stato più che attento agli equilibri ». Poi però Di Francia ha rinunciato spiegando che: «Non ci sono le condizioni per un dibattito sereno». «E io a quel punto ho detto: non se ne fa più niente». Così però l'ha data vinta a chi boicottava l'evento. «Non è così. Troveremo un'altra data nel calendario del Brancaccio, ci stiamo già pensando. E il dibattito sulle foibe vedrete che si farà. Purché non ci siano né cortei né disordini». Qualcuno, da destra, ha insinuato che sia stato Veltroni a indurla a chiudere le porte del Brancaccio. «Sciocchezze, Veltroni non l'ho sentito, non ci parlo da tre mesi». Mi ricordava prima che 3 anni fa ha realizzato uno speciale su Auschwitz per Canale 5, proprio con Veltroni. Perché non ne ha ancora mai fatto uno sulle foibe? «Non è capitato ma lo farei». Magari potrebbe trovare una serata al Maurizio Costanzo Show. «Non ho più quegli spazi speciali di un tempo ma in passato ho trattato l'argomento. Guardi che io sono dell'idea che tutti abbiano il diritto di parlare e non ho alcun problema con chicchessia. Perciò vi prego, non creiamolo qui, ora».
Giovanna Cavalli

Roma, cerimonia bipartisan
Veltroni inaugura il monumento ai martiri «Non ho voluto mancare».
Nella sua ultima domenica da sindaco di Roma, Veltroni ha inaugurato un monumento dedicato ai martiri delle foibe e ha dato l'addio al lungo incarico da primo cittadino: «Una delle più belle esperienze della mia vita. Se c'è una cosa che abbiamo fatto in questa città è tenerla unita»