10.12.2025 – Informare e dialogare sul Trattato di Osimo. È stata la dottoressa Bruna Zuccolin, presidente dell’ANVGD di Udine, a volere un evento per ricordare il cinquantenario di un trattato così poco noto tra gli italiani e motivo di esacerbate prese di posizione nel mondo degli esuli giuliano-dalmati. Così è stata organizzata la presentazione del libro “La questione di Osimo. Storia di un trattato 1945-1975”, Leg, Gorizia 2025, alla presenza dell’autrice Giuseppina Mellace, docente in quiescenza di Roma.
L’evento, organizzato dal Comitato provinciale di Udine dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia sotto l’egida del Club UNESCO di Udine e col sostegno della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, si è svolto venerdì 5 dicembre presso l’aula 1 dell’Università della Terza Età (UTE) “Paolo Naliato” di Udine.
Ha aperto l’incontro culturale il professore Elio Varutti, docente nella stessa Università e membro del Comitato Esecutivo dell’ANVGD di Udine, portando i saluti di Maria Letizia Burtulo, presidente dell’UTE, impegnata a Lubiana per un progetto Erasmus. Era presente in aula Luigino Fasiolo, segretario della stessa Università. Poi ha parlato il dottor Bruno Bonetti, vice presidente dell’ANVGD di Udine, portando i saluti di Bruna Zuccolin, impegnata altrove: «Presentando il libro della Mellace, cerchiamo questa sera di far uscire dall’oblio – ha detto Bonetti – un tema così importante per il panorama storico regionale, nazionale ed europeo, come la definizione dei confini fra Italia e Jugoslavia».

Poi è intervenuta la professoressa Mellace, facendo un inquadramento storico delle vicende che portarono alla firma del fatidico trattato il 10 novembre 1975 nella sperduta villa Monte San Pietro, requisita dalle autorità italiane al conte Leopardi Dittajuti nella cittadina di Osimo, in provincia di Ancona, nelle Marche. I due firmatari del trattato furono il ministro degli esteri jugoslavo Miloš Minić e il suo omologo italiano Mariano Rumor. «Tutto fu preparato e si svolse in gran segreto – ha detto la Mellace – su pressione delle diplomazie internazionali, per chiudere la questione del confine orientale nell’Alto Adriatico».
Appena fu nota la notizia in parlamento a Roma, si sviluppò una forte protesta soprattutto da parte degli esuli d’Istria, Fiume e Dalmazia, che si sentirono traditi. A Trieste sorse la Lista civica del Melone, in aperto contrasto con gli aspetti economici del trattato stesso che prevedeva «delle costruzioni faraoniche – ha spiegato la Mellace – come lo scavo di un canale dall’Adriatico al Danubio per potenziare il porto in una Zona franca integrale, con operai jugoslavi, così Tito avrebbe sistemato l’eccedenza della rumorosa manodopera interna, creando una cintura di alloggi per detti operai attorno a Trieste, secondo un chiaro tentativo di slavizzare la città giuliana». Tutto ciò non avvenne, proprio per le tensioni politiche e le ragioni etiche che spinsero dozzine di uomini politici italiani a firmare una richiesta al Presidente della Repubblica di non promulgare la legge di ratifica; istanza che venne respinta. Per i servizi segreti internazionali l’importante era sdoganare Tito e la Jugoslavia e così fu fatto. Nel frattempo furono accantonate le motivate attese degli esuli giuliani e dalmati non solo riguardo al tema dei monumenti funerari ma, soprattutto, dei beni abbandonati, poiché requisiti dalle autorità jugoslave dopo il 1945.

In conclusione, in base ad una certa giurisprudenza la sovranità italiana sulla Zona «B» non venne mai meno dal Trattato di Pace del 1947, stante la mancata istituzione formale del Territorio Libero di Trieste. Ne conseguì, indirettamente, che la fissazione dei confini si realizzò proprio con il trattato di Osimo, creando forti delusioni, rabbia e impotenza nel mondo degli esuli.
È seguito un breve dibattito con domande di chiarimento e con gli interventi di Giorgio Gorlato, esule di Dignano d’Istria, di Livio Sessa e di una signora di Fiume, che ha ricordato come i problemi per esuli continuino con i documenti sanitari e fiscali: «È assurdo – ha detto – in un’impegnativa risulto nata a Rijeka, in Italia, altre volte mi segnano nata in Jugoslavia, o in Croazia, ma come lavorano gli impiegati pubblici? Io sono di Fiume e basta».
Dopo l’affollato firma-copie, l’Autrice si è fermata per un momento conviviale con alcuni soci dell’ANVGD.

