Briani: l’Italia teme la Croazia

 

Riportiamo il testo dell'articolo apparso lo scorso 8 novembre sul quotidiano "L'Arena di Verona", a firma dell'avv. Francesca Briani, Presidente del Comitato ANVGD di Verona e componente dell'Esecutivo Nazionale dell'ANVGD.

 

"L'emissione del francobollo ordinario dedicato alla città di Fiume quale "Terra orientale già italiana" prevista in data 30/10/07, è stata differita ad altra data. La decisione di differire l'emissione del francobollo è stata assunta da Poste Italiane, su richiesta del ministro delle Comunicazioni, dopo "la segnalazione del ministero degli Affari Esteri per una valutazione ulteriore circa il momento più opportuno per dare corso all'emissione filatelica".

Questo il sintetico comunicato diffuso lo stesso 30 ottobre 2007 da Poste Italiane che annunciava la sospensione dell'emissione di tre milioni e cinquecentomila esemplari di un francobollo raffigurante la facciata del Palazzo del Governatore nella città di Fiume, attuale sede del Museo marittimo e storico del litorale croato, completato dalla dicitura "Fiume-terra orientale già italiana".

Pare che con quest'azione il governo italiano abbia voluto tacitare le proteste della Croazia per un'emissione che, a giudizio di quest'ultima, avrebbe assunto un sapore irredentista e rivendicazionista.

Invitata ad assistere alla presentazione del francobollo in quanto presidente del Comitato di Verona dell'Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, nonché di origine fiumana da parte materna, ero a Milano martedì 30 ottobre e non posso descrivere la delusione degli esuli presenti e mia nell'apprendere l'incredibile decisione dei nostri rappresentanti di governo di sospendere l'emissione di quei pochi millimetri di carta che evidentemente, per loro, seppur tardivo giudizio, potevano urtare la suscettibilità della Croazia.

Ancora una volta i nostri rappresentanti politici ci hanno voltato le spalle, così come avviene da più di sessant'anni.

In quest'Italia dove non si decide mai nulla, chi ci governa ha trovato il "coraggio" di bloccare l'emissione di un francobollo evidentemente ritenuto tanto inopportuno da provocare quest'estrema reazione.

Questa paradossale vicenda riconduce la memoria a qualche hanno fa, quando l'allora presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, avrebbe dovuto consegnare una medaglia d'oro al Libero Comune di Zara in esilio; anche allora, con un solo giorno di anticipo, la cerimonia fu annullata.

Per ragioni di politica interna e internazionale, il silenzio ha coperto per quasi sessant'anni la storia dell'esodo di oltre trecentomila italiani.

Dopo la fine della seconda guerra mondiale e soprattutto dopo la sottoscrizione del Trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947, quasi un'intera popolazione lasciò la propria terra , le proprie case, i propri beni in Istria, Fiume e Dalmazia con l'unica certezza di dover ricominciare daccapo la propria vita, qualunque fossero età e condizione sociale, non riuscendo né potendo vivere sotto il regime comunista del maresciallo Tito.

Per oltre mezzo secolo, nel nostro Paese, la drammatica esperienza degli esuli giuliano-dalmati è apparsa quasi irreale, perché ignorata da quasi tutti i connazionali, dalle cronache e dai libri di storia.

Ma l'attaccamento di questo popolo alla propria identità culturale, ancora oggi così forte, è stato straordinario soprattutto in considerazione dell'evoluzione storica plurisecolare e delle tragiche vicende del Novecento.

Oggi, grazie alla legge n. 92/2004, il 10 febbraio di ogni anno si commemora "Il giorno del ricordo" delle vittime delle foibe, dell'esodo giuliano-dalmata e delle vicende del confine orientale.

Gli esuli, attraverso l'attività associativa, lavorano, anche nella nostra città, unitamente alle istituzioni locali, per far conoscere la loro storia e quella delle terre perdute. Ancora oggi, però, spesso si trovano a dover rispondere a chi, pervicacemente, non vuole riconoscere in questa vicenda il dramma personale di decine di migliaia di famiglie italiane, di ogni condizione sociale (secondo un censimento dell'"Opera per l'assistenza ai profughi giuliani e dalmati", il 45,6% degli esuli erano operai, il 23,4% donne ed anziani, il 17,6% impiegati e dirigenti ed il 13,4% commercianti, artigiani e professionisti), molte delle quali, dopo l'esilio, si videro costrette a vivere, anche per anni e spesso ai limiti del decoro, negli oltre 140 campi profughi sparsi in tutta Italia.

Ancora oggi devono rispondere a chi preferisce non sapere che i beni degli italiani, frutto dei risparmi del lavoro di una vita, se non di generazioni, dopo la guerra, furono oggetto di sequestri, confische, espropri e nazionalizzazioni da parte jugoslava, in evidente spregio al Trattato di
pace di Parigi del 1947 che, all'art. 9 dell'allegato XIV, prevedeva che "i beni, i diritti e interessi dei cittadini italiani, che siano residenti permanenti nei territori ceduti alla data dell'entrata in vigore del
presente Trattato, saranno rispettati, su base di parità rispetto ai diritti dei cittadini dello Stato successore (ndr. nel nostro caso la Jugoslavia), purché siano stati legittimamente acquisiti", e che lo stesso governo italiano, a seguito dell'accordo di Belgrado del 18 dicembre 1954, si avvalse del valore di questi beni per compensare il debito esistente con la Jugoslavia per danni di guerra, impegnandosi ad indennizzare gli esuli, che ancora oggi, dopo più di sessant'anni, ancora attendono il saldo dei loro crediti.

Ancora oggi per qualcuno gli esuli giuliano-dalmati sono stati, e ancora sono, "Italiani fascisti…": decine di migliaia fra donne, uomini, anziani, bambini di ogni ceto sociale, tutti, indistintamente fascisti, questo perché scelsero l'esilio per non soggiacere ad un regime totalitario di stampo
comunista il cui primo proposito fu il genocidio culturale dell'italianità delle terre cedute dall'Italia sconfitta, perpetrato inizialmente anche attraverso episodi di vera e propria pulizia etnica attraverso infoibamenti, annegamenti e fucilazioni!

E ancora oggi, con grande amarezza, gli esuli possono assistere alla sospensione dell'emissione di un francobollo che ricorda la nostra bellissima Fiume italiana, pur di non turbare le elezioni di un Paese, la Croazia, che ancora stenta a consentire ai cittadini italiani di acquistare beni immobili, pur con l'ambizione di entrare a far parte della comune casa europea.

Mi auguro che queste note riescano a far comprendere il disagio mio personale e quello di tanti italiani di Istria, Fiume e Dalmazia segnati dalla drammatica esperienza dell'esodo e che ancora, dopo più di sessant'anni, si sentono profondamente offesi dall'operato di chi governa questo debole Paese.

avv. Francesca Briani
Presidente Comitato provinciale di Verona dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia