Avvenire – 171007 – Fiume, ferita aperta

 

Fiume, ferita aperta

DI LEONARDO SERVADIO

Ci rimane sempre qualcosa di imponderabile, un po’ come per gli ebrei, che ci fa riconoscere tra noi, negli uffici, nelle fabbriche, nei bar come nelle manifestazioni culturali…». Padre Sergio Katunarich, storico e gesuita, parla di una delle tante diaspore causate dalle guerre del XX secolo: quella dei fiumani. Può apparire strano, eppure la questione fiumana”, se sul piano istituzionale è da tempo chiusa, non lo è ancora totalmente sul piano affettivo per gli esuli di quella città. Auspicabilmente lo sarà, anche a livello emotivo, con l’ingresso della Croazia nella Cee, previsto per il 2009. Ai margini dell’Austro -Ungheria, insieme con Trieste porto naturale della Mitteleuropa, Fiume, oggi la Rijeka croata, è una città che la storia ha lasciato a volte senza patria, porto di mare dove si sono congregati e alternati diversi popoli: fenici, illiri, franchi nell’antichità. E stata contesa tra Venezia, Austria, Ungheria, Croazia, per maturare tra ‘700 e ‘800 un’ambizione autonomista che l’impero austroungarico riconobbe dichiarandola “corpus separatum”. Fu annessa all’Italia del fascio nel ‘24 e la seconda guerra mondiale finì per legittimare la Jugoslavia dei partigiani di Tito che, nel fine guerra, la portarono sotto l’egida della Jugoslavia comunista. «Era il momento della grande tragedia. Così il tessuto complesso in cui si intrecciavano etnie e ideologie della città di mare si appiattì sotto le vittoriose bandiere rosse e ai profughi (la quasi totalità della popolazione italiana fuggì abbandonando case e beni ai comunisti) rimase appiccicato il sospetto di essere gli eredi delle ambizioni espansionistiche mussoliniane, malati di revanscismo».
Padre Katunarich è uno degli animatori di quel che resta della Fiume italiana: esuli dispersi tra il nostro paese, Australia, Stati Uniti, Nuova Zelanda, Canada e un po' dovunque nel mondo. Nello stemma, che tiene appeso nel suo studio, compaiono, sotto la corona dell’Ungheria, i tre leopardi che sono simbolo della Dalmazia, gli scacchi rossi e grigi della bandiera croata, il grifo della Transilvania, il veltro che si allunga, simbolo della Slovenia e, in basso, la doppia aquila di Fiume: le componenti del Regno d’Ungheria. Dopo vari impegni di carattere religioso e culturale (a Gorizia nel 1966 ideò gli Incontri Culturali Mitteleuropei che continuano tuttora), a Milano ha costituito anche un’associazione per il dia logo cristiano ebraico: il Gruppo Ecumenico Cristiano Ebraico.
Padre Katunarich, ma che cos’è Fiume oggi?
«Per capire Fiume bisogna andare indietro, guardare allo stendardo del 1899, quando era città libera, “corpus separatum”. L’identità della città dove si parlava il tipico dialetto, anche se solo per un anno fu sotto la Serenissima, era d’essere cosmopolita, incrocio di civiltà, luogo di condivisione. Così ancora me la figuro, così ancora vive nel mio cuore».
Il trauma della seconda guerra fu grande…
«Immenso. Rimane scritto nella storia delle famiglie che se ne andarono: il 95 per cento dei 60.000 abitanti in vari modi lasciò tutto quello che avevano. Mia madre arrivò a Milano nel ‘49 con una valigia: era tutto quel che le restava. Nei gruppi di esuli, attraverso i nostri giornali, cerchiamo di tenere vive le tradizioni. Le feste, i canti, le preghiere. E la lingua, quell’italiano misto di veneto con
infiltrazioni tedesche e slave, come normale nei confini, che vi si parlava e per il quale stiamo per pubblicare un dizionario, dopo che due precedenti meno elaborate edizioni sono andate esaurite. Nelle riunioni che teniamo in giro per il mondo ancora lo parliamo, ma voglio sperare che anche i figli degli esuli possano farsi carico di questa memoria, perché col tempo si recupera nel giusto senso il valore della tradizione: della famiglia, del cognome, del la strada, della parrocchia, della città, in una gerarchia che arriva su su, fino alla patria, al’internazionalismo, all’umanità intera».
E quando torna oggi nella Rijeka croata che impressione le fa?
«Alcuni la trovano deturpata, con i suoi nuovi palazzoni per gente arrivata da ogni parte della Jugoslavia; io credo, spero che stia ri trovando il suo spirito di incrocio di genti. Fiume non è una città d’arte, ma un luogo dove hanno prosperato i commerci, le industrie e gli scambi, economici ma
anche umani e culturali. Il socialismo postbellico sfasciò questa tradizione. Oggi parrebbe la stia recuperando. La sua posizione naturale di porto aperto ai commerci per la Mitteleuropa favorisce
questa rinascita».
E torneranno gli italiani?
«Questo è un punto ancora irrisolto. I comunisti lo vietarono e il nuovo governo croato postcomunista ha mantenuto per lungo tempo il divieto verso gli italiani che desiderassero riacquistare proprietà abbandonate: una regola che si impose quando temevano una specie di imperialismo italiano e volevano assicurarsi che i beni requisiti non tornassero in mano agli esuli. Oc corre capirli. Quando la nostra Fiume era prospera, i croati era no i poveri dell’interno: da ragazzo, vedevo arrivare in casa ogni mattina le contadine a portare il latte; camminavano a piedi
per chilometri, con ogni tempo. Anche le verdure del mercato ave vano la stessa provenienza. Comunque oggi, per entrare in Europa, la Croazia dovrà abbandonare davvero ogni restrizione. Gli esuli italiani ormai hanno la loro vita altrove. E la vera Fiume è, ancora e sempre, quella ecumenica, dalle varie bandiere. Una città capace di parlare tante lingue. Spero che col tempo si ritrovi appieno questa capacità. Anzi, spero che questa, che credo sia la vera identità di Fiume, diventi un modello. Anche per una città come Gerusalemme fu ventilato lo status di “corpus separatum” al di fuori delle parti, così che da luogo di contese diventasse centro di dialogo. Il mondo globalizzato non dovrebbe avere proprio questo volto?».