arcipelagoadriatico.it – 070807 – Sergio Gnesda: da Verteneglio a Parigi

Il maestro croato nella scuola italiana di Verteneglio insegnava la storia dei confini d’Italia puntando il compasso su Genova e descrivendo un cerchio. Trieste e l’Istria rimanevano sempre fuori dal tracciato.
Erano i primi anni ’50. Poi nel ’53, la scuola italiana, nel giro di una notte, divenne scuola croata. “Io me ne andai, senza troppi traumi, Trieste era già una destinazione decisa”.
Sergio Gnesda lo racconta senza sospiri: “è la mia storia, l’ho vissuta bene perché avevo dei progetti e la mia famiglia approvava. I miei tre fratelli erano già venuti via, io ero il più piccolo e quando i miei zii decisero di stabilirsi a Trieste, io li seguii. La campagna non era per me, avevo sempre avuto un grande amore per lo studio. Quando era il mio turno di portare al pascolo gli animali, mi nascondevo sotto il materasso. Mio fratello lo sapeva e veniva a pescarmi. I miei genitori non vollero spostarsi, erano contadini legati alla terra, alla casa, c’erano le bestie da accudire, lasciare tutto per loro era impossibile, avrebbero sopportato in loco ogni sacrificio. E così fu”.
L’ultima cartolina, in ordine di tempo, che Sergio Gnesda ha spedito a Trieste proveniva da un Paese dell’Africa: un collage di varie immagini in una delle quali appare il suo volto sorridente, unico volto bianco in un gruppo di managers di una raffineria di petrolio. Verteneglio, l’Africa, quali i collegamenti?
Il suo racconto è un lungo viaggio, che ancora continua, anche dopo il pensionamento.
“Giunsi a Trieste nel ’54, ero un ragazzino sveglio. Non fu una scelta facile perché nel mio paese, dalle autorità jugoslave, mi era stata offerta una borsa di studio. Fu un mio amico a spiegarmi i motivi, si voleva formare quadri italiani grati al potere popolare in modo da essere usati nelle rappresentanze a vari livelli. Non era facile credere alla sua spiegazione, poi ci fu lo strano episodio della cancellazione della scuola italiana. Ogni mattina, prima dell’inizio delle lezioni, un ragazzo doveva alzarsi in piedi, mettersi davanti alla cattedra e pronunciare la frase …con Tito, con la Patria, avanti!…erano sempre gli stessi a farlo, rampolli di famiglie che credevano nel comunismo. Poi, un  mattino, il maestro impose loro di compiere il medesimo rito in lingua croata. La scuola italiana non esisteva più”.
Che classe stava frequentando?
“Uscivo da Verteneglio con la pagella della settima classe ma a Trieste mi rispedirono in quinta, così rifeci per la seconda volta quei due anni e non fu un male. Siccome il nostro maestro non considerava importante l’italiano, non ci aveva mai fatto scrivere un tema. Mi rimisi presto al passo con gli altri ragazzi. Poi frequentai l’Istituto Tecnico Industriale “Alessandro Volta” e finite le superiori scelsi l’Università”.
Ramo?
“Ingegneria, di quaranta candidati che provenivano dalle scuole tecniche, dopo l’esame di ammissione, ne presero solo cinque, io ero fra questi. Scelsi l’indirizzo elettrotecnico-industriale. E’ vero, la vita mi ha messo su una strada diversa”.
Come è stato?
“Per la tesi di laurea feci ampio uso del calcolatore, ovvero del computer, allora ai primordi. La reazione della Raffineria Aquila di Trieste, del gruppo francese Total, fu immediata. Mi offrirono di progettare l’informatizzazione dei modelli per una produzione avanzata e moderna. Era una grande sfida che accettai volentieri. Mi misi a lavorare con grande slancio e ne uscì il primo progetto italiano del genere che la proprietà decise di  applicarlo a Mantova dove fui trasferito per quattro anni. Venne poi la volta di Trieste dove rifeci il lavoro. Diventai direttore tecnico della Raffineria, era il più giovane dirigente del gruppo Total Italia. Ma la raffineria venne chiusa”.
Quali furono i motivi veri della dismissione del lavoro dell’Aquila?
“Dissero che non era produttiva ma la realtà è un’altra: alla fine degli anni Ottanta l’Europa aveva raggiunto un numero improponibile di raffinerie petrolifere, bisognava ridurle drasticamente per ristabilire un equilibrio nel settore. La Francia, per tanto, procedette a chiudere, per primi, gli impianti fuori del territorio nazionale, per ovvie ragioni di stabilità economica e politica interna, Trieste venne travolta da questo processo. Rimasi all’Aquila per altri sei mesi prima di accettare l’offerta della Total di trasferirmi a Parigi, non senza un certo patema d’animo, tanti operai erano rimasti senza lavoro, costretti alla cassa integrazione e non pochi furono i suicidi anche a distanza di anni. Io fui l’unico, che lavorava in raffineria, a venir riassorbito dalla casa madre, e lasciai Trieste”.
Nascono allora tutte quelle foto in giro per il mondo?
“Il mio incarico era di progettare l’informatizzazione dei modelli delle raffinerie e seguire la realizzazione dei lavori. Parte del mio tempo lo dedicavo anche allo studio dei luoghi in cui mi sarei recato, per capire il territorio e la gente, la loro cultura, spesso cercando di imparare almeno qualcosa della loro lingua. E’ fondamentale soprattutto in destinazioni come l’Asia, l’America latina e l’Africa…”.
Quante lingue parla?
“Bene sei/sette, con le altre mi arrangio, qualcuna l’ho dimenticata perché l’ho praticata poco”.
Nelle foto che lei scatta dappertutto con spirito da collezionista, c’è tanta pietra e queste figure particolari di dolmen. Una passione?
“La passione per l’archeologia è nata a Verteneglio. In una delle vigne di mio padre, da ragazzi avevamo raccolto dei cocci. Ero all’Università quando, ragionando su questo fatto, esplose il desiderio di andare a fondo nella questione e, con mio cugino, decidemmo di fare un raid durante il periodo dell’aratura, muovendoci sui solchi prodotti da un grande trattore. Ricordo ancora l’eccitazione della sera prima, vennero coinvolti anche i ragazzini del luogo perché il lavoro doveva essere fatto con una  certa velocità tra un solco e l’altro. Al mattino presto eravamo sul posto e dove il trattore scavava uscivano cocci e vetri. Alcuni reperti li feci analizzare a Trieste e mi diedero conferma che la nostra vigna, sita in località Grobize, era un cimitero romano del III secolo d.C. Immaginate la mia emozione. Il territorio ci poneva in una collocazione di profondo legame con la storia che cancellava tutto il resto, le vicende più recenti, all’improvviso, mutavano d’importanza. Ecco perché quando viaggio nel mondo m’impegno a conoscere le radici della cultura. In Africa sono andato a vedere i megaliti, quelli in pietra e le costruzioni impastate col fango: è il modo dell’uomo di interagire con il territorio. Importante la loro simbologia, le iscrizioni, la loro naturalità. Ci sono segnali che lo spazio che ci circonda invia e che noi non riusciamo a captare perché non abbiamo più questa estrema sensibilità e capacità di percezione”.
Come si rapporta con la gente dei luoghi in cui lavora?
“Quando arrivo sul posto organizzo una conferenza di presentazione. Proietto delle immagini di supporto delle quali, fra le prime, c’è un panorama di Verteneglio seguito da una cartina dell’Europa con evidenziata l’Italia e con colore più intenso l’Istria: è il mio percorso tecnico-culturale. Racconto la mia cultura e la raffronto con la loro, terminando con alcune frasi nella loro lingua. Creato questo primo contatto, tutto diventa più semplice. Sempre, al mio contatto locale, offro una bottiglia di grappa con il mio nome, prodotta a suo tempo da me ed ora da mio cugino a Verteneglio, è il mio biglietto da visita”.
Che cos’è per lei l’esodo?
“Una parte di storia che racconto ai non italiani, a chi non conosce la vicenda. Sarei andato via comunque alla ricerca degli spazi e delle persone. Ho una grande comunicativa, mi piace conoscere luoghi nuovi, fare esperienze sempre diverse…”.
In alcune foto del suo album – in verità è un DVD – si vedono anche alcuni piatti particolari. La sua curiosità comprende anche la gastronomia?
“I sapori sono un esempio di cultura, un modo per conoscere le genti ed il territorio. Ho avuto modo di assaggiare anche cibi strani per il nostro modo di concepire la gastronomia, lontani dalle nostre abitudini, comunque interessanti. Il dolce ed il salato non sono uguali dappertutto. L’amaro solitamente disgusta l’occidentale. In Africa ho mangiato degli insetti fritti nel burro di karité che erano amarissimi, ma prelibati per la gente del posto”.
Girare il mondo con questo spirito d’apertura l’ha aiutata ad avvicinarsi maggiormente a Verteneglio?
“Direi che è stato il contrario, l’amore per la mia terra e la consapevolezza della sua complessità, mi ha aiutato a conoscere il mondo e ad amare di più, se è possibile, la realtà dalla quale provengo”.
E l’Africa, che cosa le ha insegnato?
“Il senso di solidarietà, il grande rispetto per l’individuo. Le regole sociali sono imposte da una linea matriarcale per cui i figli vengono educati dallo zio, il fratello della madre che è la figura maschile più importante e che viene chiamata Tonton. Per alcuni amici io ero definito Tonton Sergio: un grande onore, un segno di rispetto. Si chiamano per nome, ne hanno più d’uno, mentre il cognome, come l’intendiamo noi, non viene usato. Sono piccole cose che fanno riflettere sulla rigidità di certe nostre concezione e certezze”.
I suoi genitori sono rimasti a Verteneglio, c’è ancora la sua casa, com’è il ritorno?
“In famiglia, con i miei figli si parla triestino che è il dialetto di mia moglie. Ma quando arriviamo a Verteneglio, la mia parlata si adegua immediatamente. I miei figli si divertono, soprattutto mia figlia che alla Sorbona si è laureata con una tesi sulla fonetica della parlata di Trieste. I miei genitori non ci sono più, però in casa ci vanno i figli di mio fratello maggiore. Ciò che ho conservato per me è una piccola campo che considero un prolungamento di me stesso, sono io laddove sono nato”.
E gli amici, ci sono ancora?
“Suonavo nella banda del paese e questo mi ha permesso di allacciare rapporti stretti con molte persone di tutte le età che incontro molto volentieri. Con alcuni ho continuato a suonare anche a Trieste in un complessino col quale giravamo per pomeriggi e serate per danzanti, pagarci gli studi. Fino a mezzanotte suonavo il sassofono ma quando il batterista, steso da un bicchiere in più, crollava addormentato, prendevo in mano le bacchette. Silvio Donati al pianoforte, allora, iniziava a dialogare in jazz e s’improvvisava facendo impazzire il pubblico. Che serate, ragazzi!”.

Rosanna Turcinovich Giuricin