arcipelagoadriatico.it – 021007 – Dalmazia: viaggio in una terra d’Europa

Intervista con Luciano Monzali, autore del volume “Italiani di Dalmazia” 1914-1924

Ogni volta che esce un libro del prof. Luciano Monzali sulla Dalmazia, un’altra porta si spalanca sulla storia delle terre adriatiche. La profondità dell’analisi, sempre supportata dall’acquisizione di nuovi documenti che permettono nello stesso tempo di rileggere quelli già noti, s’innesta su una collaudata e rara capacità di rendere fruibili, chiari, leggibili e comprensibili argomenti altrimenti destinati ad un pubblico di nicchia.
Così è stato il primo volume di “Italiani di Dalmazia” che affronta la storia dell’Ottocento, e continua ora, nel secondo volume, con gli anni dal 1914 al 1924. Presentato al recente Raduno dei Dalmati a Pesaro, il testo affronta il ruolo degli Italiani in una Dalmazia sconvolta dalla politica estera ed interna nel primo quarto del Novecento caratterizzato da quel vortice che fu la prima guerra mondiale.
Perchè professore la dissoluzione dell’impero asburgico ebbe conseguenze tanto gravi per la Dalmazia?
Portò all’esasperazione delle lotte nazionali e politiche in tutti questi territori già appartenenti all’ex Austria Ungheria. In Dalmazia si scatenò una lotta fra le varie nazionalità autoctone per affermare la propria egemonia. Nella costa dalmata le lotte nazionali furono particolarmente forti anche perché alimentate e strumentalizzate dalle mire espansionistiche dell’Italia e della Serbia (trasformatasi poi in Regno dei Serbi, Croati e Sloveni). A partire dal novembre 1918 si assistette così all’aperto esplodere della rivalità fra Italia e nuovo Regno iugoslavo per affermare la propria sovranità sulla costa dalmata, una competizione che si sarebbe temporaneamente conclusa solo con il trattato di Rapallo del novembre 1920”.
Lei infatti dedica molto spazio al ruolo che il trattato ebbe sulle sorti del territorio…
Fornisce la chiave di lettura di ciò che succede in quegli anni. La prima guerra mondiale aveva esasperato la situazione innescando anche una crisi economica non indifferente. All’inizio degli anni venti in Dalmazia si moriva di fame, tanto che c’è un primo esodo di ottantamila persone. L’Italia aveva mantenuto la sovranità solo su Zara e qualche isola per cui si determina anche uno scollamento tra gli Italiani che vi abitano e gli altri sparsi nelle città dalmate passate al Regno dei Serbi, Croati e Sloveni dove cambia, chiaramente, anche l’atteggiamento nei loro confronti. Si pone, per esempio, la questione dell’uso delle terre sulle isole non più italiane: un vero dramma per molte famiglie che decidono di andarsene”.
Un conflitto complicato se si mette in relazione anche con quanto succede con gli altri popoli.
Direi complesso e contraddittorio perché, contemporaneamente alla lotta fra Italia e Stato jugoslavo, fra dalmati italiani e italofili e simpatizzanti jugoslavi, si delinea drammaticamente un altro grave scontro, quello fra le forze nazionali croate autonomiste o indipendentiste e lo Stato centralista ed autoritario incarnato dal governo serbo di Belgrado. La difficile e contrastata applicazione del patto del novembre 1920 mise in luce come ogni progetto di riconciliazione politica e nazionale fra italiani e slavi del sud si scontrasse con l’opposizione di forze politiche particolarmente aggressive ed organizzate e di importanti settori delle opinioni pubbliche. Gli anni Venti, quindi, risultano segnati da una radicalizzazione dell’antagonismo nazionale in Dalmazia, antagonismo alimentato e strumentalizzato anche da alcune forze politiche italiane”.
Una sua riflessione di bilancio su questo periodo?
I dieci anni tra il 1914 e il 1924, presi in esame nel libro, segnarono di fatto il declino ma non la scomparsa degli italiani della Dalmazia. Anche dopo, dimostreranno una grande forza di attaccamento al territorio. E’ interessante l’esempio degli italiani della città di Veglia, perlopiù pescatori e contadini, che proprio in virtù della loro estrazione sociale riusciranno ad affrontare meglio il passaggio statuale. Va detto, comunque, che gli italiani di Dalmazia furono soprattutto “vittime” degli sviluppi politici che la società dalmata conobbe, sviluppi prodotti da decisioni, scelte ed atti compiuti ed imposti dagli Stati e dalle forze nazionali e politiche più vigorose, organizzate e forti”.
Che cosa rimase del liberalismo nazionale italiano dalmata, così ben descritto nel suo primo libro, dopo il 1918?
Direi molto: esso accettava il pluralismo religioso, culturale e nazionale ed era pronto alla collaborazione e al compromesso con le altre forze nazionali dalmate. Il rapporto degli italiani di Dalmazia con l’Italia liberale e fascista fu caratterizzato da una forte complessità e contraddittorietà: l’alleanza con il governo di Roma fu una scelta ineludibile per la minoranza italiana, pena il venir meno della sua sopravvivenza ma fu un’alleanza fra soggetti con identità, obiettivi ed ideologie politiche diverse. Se alcuni dalmati italiani aderirono con entusiasmo al fascismo, altri, soprattutto quelli legati alla tradizione del vecchio partito autonomista, cercarono di preservare una propria specificità ed autonomia, tentando di limitare le interferenze del partito fascista nella vita delle comunità italiane in Jugoslavia negli anni fra le due guerre: ma il crescente indebolimento della minoranza italiana, sottoposta alla pressione ostile del governo di Belgrado, che la considerava una quinta colonna dell’espansionismo dell’Italia, ed il contemporaneo rafforzarsi dell’autoritarismo dello Stato fascista resero gli spazi di autonomia sempre più ridotti e limitati”.
La sua indagine sulla Dalmazia continua, con che finalità?
Il desiderio è quello di parlarne in modo nuovo ed alimentare, nello stesso tempo, un dibattito tra gli storici anche in Italia. Spesso sono gli esuli gli unici a portare avanti i dialogo sul ruolo dell’Adriatico orientale, mentre è un argomento fondamentale per capire la storia del Novecento. Negli ultimi anni gli storici hanno cominciato ad usare il termine di Europa adriatica nella cui vicenda i dalmati hanno un posto fondamentale”.
A conferma di ciò, Luciano Monzali annuncia un altro libro dedicato alla Dalmazia, questa volta attraverso l’analisi della vicenda di un personaggio come Antonio Tacconi.

Rosanna Turcinovich Giuricin