Ansa – 190807 – 50 anni fa moriva Umberto Saba

(di Massimo Lomonaco) (ANSA) – ROMA, 19 AGO – Sopravvisse di poco alla morte della sua musa ispiratrice, l'amatissima moglie Lina. Il 25 agosto 1957, 50 anni fa, Umberto Saba, uno dei massimi poeti italiani contemporanei si spegneva, a 74 anni, in una clinica di Gorizia. Umberto Poli, suo vero nome, era nato nel marzo del 1883 a Trieste: il padre Ugo Edoardo, un commerciante veneziano, cattolico, aveva lasciato, poco dopo le nozze, la madre del poeta, Rachele Coen, di famiglia ebraica, ancora incinta. Un trauma che accompagnò tutta la vita di Umberto e che si incise in modo determinante sulla sua formazione tanto da spingere il poeta a dire metaforicamente: "Mio padre per me fu sempre l'assassino". A causa della situazione familiare, nei primi anni di vita Umberto fu affidato ad una balia slovena, Peppa Sabaz, con la quale ebbe un rapporto affettivo tenace e lungo nel tempo. Così intenso che molti critici vedono nel nome d'arte Saba – usato per la prima volta nel 1910 per la raccolta 'Poesie' – un omaggio alla sua nutrice. Ma sono anche molti che invece propendono per un richiamo alla parola ebraica 'saba'', pane. La vocazione letteraria è precoce: a vent'anni, nel 1903, si trasferisce a Pisa per frequentare l'Università dove è assiduo ai corsi di letteratura italiana di Vittorio Cian. Ma un litigio con l'amico violinista Ugo Chiesa (che l'ha iniziato allo studio della musica), lo spinge l'anno dopo a rientrare, in forte depressione, a Trieste dove va a vivere con la madre e le zie. Gli anni successivi sono momenti di viaggio: il Montenegro, Firenze (dove frequenta i circoli 'vociani') e Salerno dove, come cittadino italiano – pur risiedendo nell'Impero Austro-Ungarico – compie il servizio militare. Un'esperienza che gli fa stendere i 'Versi militari'. In un ritorno a Trieste conosce la futura moglie Carolina (Lina) Wolfler che in seguito sposa, con rito ebraico, e che gli darà la figlia Linuccia. Del 1910 è appunto la pubblicazione della raccolta 'Poesie', seguita nel 1912 da 'Coi miei occhi', oramai nota come 'Trieste e una donna'. Nel frattempo si trasferisce dapprima a Bologna e poi a Milano per superare una crisi coniugale. La guerra è oramai alle porte e Saba è richiamato alle armi, nei servizi sedentari, nell'esercito italiano: legge intensamente Nietzsche (uno dei pochi intellettuali italiani dell'epoca a farlo) ed ha una nuova crisi psicologica. La fine del conflitto e il ritorno a Trieste sembrano lenire le ferite e Saba può rilevare, insieme all'amico Giorgio Fano, la libreria antiquaria Maylander di cui ben presto diventa unico proprietario. E' di questi anni la stesura della raccolta di poesie 'Canzoniere (1900-1921)', pubblicata soltanto nel 1922. Stringe amicizia con il critico Giacomo De Benedetti e nel 1928 ottiene il primo riconoscimento ufficiale. La rivista 'Solaria' gli dedica infatti un numero monografico: molti giovani scrittori, tra i quali Giovanni Comisso, Sandro Penna e più tardi Carlo Levi, lo riconoscono come maestro, attratti da un'arte poetica che è osmosi completa con la vita del poeta. 'Solaria' pubblicherà anche 'Preludio e fughe' (sempre 1928) – una delle sue raccolte più significative – e poi 'Parole' (1934) e anche le brevi prose di 'Scorciatoie' (1936). Il disagio psichico si accentua e Saba decide di andare in analisi dal 1929 al 1931. Nel 1938 Saba, come ebreo, è vittima delle Leggi razziali fasciste: deve cedere la proprietà della libreria ad un suo commesso e si trasferisce a Parigi. Lo scoppio della seconda Guerra mondiale lo riporta a Firenze dove si rifugia con la famiglia in condizioni precarissime, aiutato soltanto dalle visite di Eugenio Montale. Sopravvive e si trasferisce di nuovo: questa volta a Milano dove si dedica alla seconda edizione del 'Canzoniere' e subito dopo alle raccolte 'Ultime cose', 'Mediterranee', 'Uccelli. Quasi un raccontino'. Ma anche alle prose 'Scorciatoie e Raccontini'. Saba è oramai conosciuto e apprezzato. Dal 1950 però la malattia nervosa peggiora, nel 1955 entra nella clinica di Gorizia dove lo raggiunge la notizia della morte della moglie. Dopo nove mesi muore anche lui. Tra le sue carte un romanzo incompiuto 'Ernesto', raffinatissima analisi, in un mix di triestino e italiano, dell'educazione sessuale di un giovane. Uscirà postumo, per volontà della figlia Linuccia nel 1975.Ma Saba è soprattutto un poeta e, 50 anni dopo, risalta ancora uno dei suoi versi tratti da 'Epigrafe': "Parlavo vivo ad un popolo di morti/ Morto allora rifiuto e chiedo oblio". (ANSA).