Andretti: una famiglia da corsa (playitusa.com 13 dic)

In principio fu Mario, poi venne Michael, adesso c’è Marco. In mezzo Jeff e John.
Quella degli Andretti è una delle “famiglie da corsa” più importanti negli USA.

Il fenomeno delle “famiglie da corsa”, in cui diverse generazioni si cimentano (con risultati a volte simili, a volte molto differenti tra loro) in varie categorie automobilistiche, è abbastanza diffuso negli Usa, al contrario dell’Europa. Basta pensare agli Unser, ai Foyt, ai Petty, ai Bettenhausen, ai Parnelli, ecc.ecc., oltre appunto agli Andretti.

Gli Andretti hanno scritto pagine di storia dell’automobilismo, sia con le vittorie sia con le sconfitte, fino ad esempio a far parlare di una vera e propria “maledizione” degli Andretti ad Indianapolis.

Mario Andretti è il capostipite di questa famiglia.
Nato il 28 Febbraio 1940 in Istria (allora italiana),
Mario Andretti può essere tranquillamente considerato probabilmente il pilota più polivalente (e di successo) dell’intero automobilismo mondiale.

Ha corso e vinto in Europa e negli USA, ha corso e vinto in Formula 1, ha corso e vinto in F.Indy, ha corso e vinto in NASCAR, ha corso e vinto coi prototipi, ha corso e vinto con le midget cars, con le sprint cars ed anche coi dragster.

Ha vinto le due grandi 500 Miglia, quella di Indianapolis e quella di Daytona, ha vinto una campionato di Formula 1, ha vinto 4 campionati Indycar, ha vinto tre 12 Ore di Sebring ed una 24 Ore di Daytona, ha vinto una Pikeas Peak.
L’unica corsa che sempre gli è sfuggita è la 24 Ore di Le Mans. Una varietà di vittorie di cui nessun pilota si può vantare.

Mario Andretti può essere quindi considerato come il più grande esempio di poliedricità.
La sua carriera è iniziata (come quelle di tanti altri piloti americani) con le corse sugli ovali sterrati da mezzo miglio, con qualsiasi tipo di auto, per poi passare alle midget ed alle NASCAR. La svolta nel 1964, quando gli fu offerto un sedile nell’allora campionato USAC (progenitore poi delle future CART e Indycar).

Fece il suo esordio alla 500 Miglia di Indianapolis nel 1965 (nll’edizione vinta da Jim Clark), terminando terzo e vincendo il Rookie Of The Year. Vinse i primi due campionati nel 1965 e nel 1966, e nel 1969 vinse anche la sua prima e unica 500 Miglia di Indianapolis. Da allora la correrà sempre da protagonista (29 presenze), ma non riuscirà mai più a vincerla. Di più, finora nessuno dei suoi “eredi” è riuscito a vincerla, nonostante sia il figlio Michael che il nipote Marco l’abbiano avuta in pugno più volte. Da qui, la nascita di una sorta di “maledizione” che perseguita gli Andretti ad Indy.

Dopo la vittoria nel 1969 di Mario, infatti, sembra essersi abbattuta una “maledizione” che perseguita i vari Andretti che sono scesi in pista ad Indy. Incidenti, rotture meccaniche, errori di guida, sconfitte in volata, tutto si è messo in mezzo tra gli Andretti e la 500 Miglia di Indianapolis. Mario si è spesso ritirato nelle prime fasi di corsa (nel 68, nel 71, nel 72, nel 73, nel 74, nell’82, nell’86), per incidenti o rotture meccaniche, e spesso ha dovuto alternare le sue presenze ad Indy con quelle nei gp di Formula 1.

Nel 1981 terminò al secondo posto, otto secondi dietro il vincitore Bobby Unser. Il giorno seguente Unser fu penalizzato di un giro passando per un sorpasso in regime di bandiere gialle, e Mario fu dichiarato vincitore. Unser e il proprietario del suo team Roger Penske decisero di fare appello. Quattro mesi più tardi l’USAC decise di annullare la penalizzazione e dichiarò nuovamente vincitore Bobby Unser. Nel 1985 fu protagonista di un leggendario testa a testa con Danny Sullivan, che riuscì a rimontare dopo un testacoda e a batterlo nonostante lo stesso Mario descrisse quella edizione come quella in cui "avevo le migliori possibilità di vincere" tra tutte quelle che ha disputato (rimase in testa per 107 giri).

Nel 1987, Mario dominò la corsa e l’intero mese di maggio, ottenne la pole position, rimase in testa per 170 dei primi 177 giri, ma si dovette ritirare a 23 giri dalla fine per un problema elettrico. Nel 1992 lui e sui figlio Michael dominarono la corsa, spesso uno dietro l’altro con Michael primo e Mario secondo, fino a quando Mario non finì a muro rimediando delle fratture ai piedi. Pochi giri dopo, anche l’altro figlio, Jeff, subì diverse fratture ad entrambe le gambe in un altro incidente che sostanzialmente ne bloccò la carriera. A 11 giri dalla fine, dopo 160 giri condotti in testa, anche Michael fu costretto a ritirarsi. Come nell’87, anche nel 92 ad approfittarne fu un Unser.

Se Mario almeno una volta l’ha vinta, suo figlio Michael non ha avuto neanche quella soddisfazione. Per sua stessa ammissione avrebbe potuto vincere questa corsa diverse volte, ma gli è sempre sfuggita, un po’ misteriosamente. Nel 1989 era il più veloce in pista, ma il motore lo lasciò a piedi ad una quarantina di giri dalla fine, dopo aver condotto 35 giri in testa.

Nel 1991 guidò la corsa per 97 giri, ma al 182° giro, quando era primo con 15 secondi di vantaggio sul secondo, Rick Mears, una bandiera gialla riaprì la corsa. Michael perse la leadeship durante il pit stop, la riconquistò qualche giro dopo, per poi riperderla e farsi staccare. Quando sembrava tutto perso, la vettura di suo padre Mario si fermò all’entrata dei pit per un problema tecnico (cosa che scatenò tante polemiche), e la conseguente bandiera gialla riaprì la corsa, ma Michael non riuscì comunque a superare nuovamente Mears e terminò secondo.

Quella del 1991 fu la prima edizione con ben 4 Andretti al via, papà Mario, i figli Michael e Jeff, e il nipote John (figlio del fratello gemello di Mario, Aldo). Del 1992 si è detto. Nel 1995 aveva condotto la corsa per 77 giri, quando finì a muro in quello che sostanzialmente resta l’unico errore di guida commesso nella sua carriera ad Indy. Nel 2001, la corsa fu interrotta per la pioggia al 107° giro con Michael in testa.

Per regolamento la gara poteva essere dichiarata terminata. Ma la pioggia terminò presto, la pista fu riasciugata e la gara ripresa. Michael terminò terzo. Nel 2006, a 6 giri dalla fine si ritrovò in testa grazie ad una diversa tattica dei pit stop, ma non aveva evidentemente il ritmo per restarci. Suo figlio Marco, all’esordio a 19 anni, lo superò e sembrava avere la corsa in pugno, finché non arrivò Sam Hornish a beffarlo in volata (nel secondo arrivo più ravvicinato nella storia di Indy). Michael Andretti è tuttora il pilota ha condotto il maggior numero di giri in testa in carriera senza mai vincere la Indy500.

Le caratteristiche peculiari di Mario Andretti sono state quelle di una leggendaria freddezza dietro il volante ed un forte spirito competitivo, che si nutriva della sua grande passione per le corse, dimostrata dal fatto che ha corso praticamente con qualsiasi tipo di macchina ed in qualsiasi categoria, oppure dal fatto che per tanti anni ha fatto la spola tra Europa e Stati Uniti pur di correre (spesso nella stessa settimana) sia in Formula 1 che ad Indianapolis.Il tutto condito dal fatto che non è mai stato un pilota che si lamentava o psicologicamente fragile o intimidito da una qualsiasi sfida.

Insomma, si divertiva a guidare e ne faceva un punto di forza.
Per suo figlio Michael, invece, è stato diverso. La sua competitività (per sua stessa ammissione) è stata frutto piuttosto della paura di fallire, di fare brutta figura, di apparire non all’altezza. Lui stesso ha ammesso che suo padre si è divertito molto più di lui a correre.

Un altro episodio che può spiegare il divertimento che provava Mario per le corse automobilistiche è il suo ritorno alla guida nel 2003 ad Indianapolis. Nell’aprile di quell’anno infatti, Mario è tornato in pista per la prima volta dopo dieci anni per partecipare ad una sessione di test per il team del figlio Michael.

Uno dei titolari infatti, Tony Kanaan, aveva subito una frattura al braccio la settimana precedente in un incidente durante la gara di Motegi. Se Kanaan non fosse stato autorizzato a guidare nei giusti tempi, c’era l’idea di far qualificare la vettura per lui da Mario. All’età di 63 anni, Mario raggiunse tranquillamente le velocità a cui giravano gli altri piloti, ad iniziarono addirittura a girare voci che si potesse decidere non solo di fargli qualificare la macchina, ma anche di fargli correre la corsa.

Mario fu però protagonista di uno spettacolare incidente quando la sua vettura passò sopra ad un detrito perso in precedenza da un altro pilota e decollò in aria ad oltre 320 kmh, piroettando un paio di volte prima di atterrare fortunatamente nel verso giusto. Sostanzialmente Andretti ne uscì senza un graffio e pronto a rientrare in pista per il mese di Maggio.

“Sfortunatamente” Kanaan recuperò in tempo ed alla fine non se ne fece niente. Ma il tutto basta a spiegare che tipo sia Mario Andretti e cosa significhi per lui correre.

Se negli USA entrambi hanno costruito una solida carriera (Michael ha vinto un titolo CART e tante gare, specialmente sugli stradali e sugli ovali corti, dove è stato uno dei più grandi specialisti), la carriera in Formula 1 dei due è stata molto differente.

Mario conobbe Colin Chapman ad Indianapolis nel 1965. Il leggendario fondatore della Lotus lo portò in Formula 1 alla fine degli anni 60, e Mario guidò sporadicamente con la Lotus, la March e la Ferrari (con cui ottenne la prima vittoria alla prima gara disputata) in alcune gare.

Il primo campionato completo lo disputò nel 1975 con l’americana Parnelli, prima di tornare alla Lotus l’anno dopo e vincere il campionato il campionato nel 1978, non potendo però festeggiare quel titolo conquistato a Monza a causa del tragico incidente che fu fatale a Ronnie Peterson, suo compagno di squadra, con cui formava una coppia formidabile.

Nel 1982, dopo che era tornato a gareggiare negli USA, fu chiamato a rimpiazzare Pironi in Ferrari a Monza, ed ottenne la pole. Per Michael la carriera in Formula 1 è stata totalmente diversa. Ingaggiato dalla McLaren per fare da compagno di squadra ad Ayrton Senna per la stagione ’93, Michael in Formula 1 ha disputato soltanto una stagione, e neanche completa, portando a casa soltanto un terzo posto a Monza (tra l’altro la sua ultima gara prima di essere appiedato).

Il fallimento di Michael in Formula 1 probabilmente va diviso in parti eguali tra lui e la sua squadra: lui ha commesso sicuramente degli errori (il principale quello di fare la spola continuamente tra USA ed Europa per stare di più con la famiglia), ma allo stesso momento è vero che alla McLaren non lo facevano provare mai (e si sa quanto sia importante in Formula 1 percorrere chilometri e chilometri di test) preferendo far fare esperienza al giovane Hakkinen, oltre al fatto che è abbastanza noto quale trattamento riservava Senna ai suoi compagni di squadra.

Va aggiunto infine che probabilmente in breve tempo Michael si accorse che quello non era il suo mondo e non fece più di tanto per rimanerci.

Quello in cui Michael è risultato indubbiamente superiore a papà Mario è stato invece nel campo manageriale. Mentre Mario sostanzialmente non è mai stato interessato a mettere su un proprio team, Michael è riuscito invece a creare in breve tempo un team, l’Andretti-Green Racing, che oggi è uno dei top team della Indycar (oltre a correre anche nella ALMS).

Il fatto di essersi associato nel 2003 al team dei fratelli Kim and Barry Green, già al top (era quello con cui Jacques Villeneuve vinse campionato e Indy 500 nel 1995), gli ha sicuramente dato la giusta spinta, ma poi le sue capacità gli hanno permesso di restare stabilmente la vertice della Indycar, fianco a fianco con team quali quelli di Ganassi e Penske che sono nati decine di anni prima. Oggi il suo team è quello che nella Indycar schiera più vetture (ben 4), cosa sicuramente da non sottovalutare, specialmente in tempi di difficoltà economiche, a dimostrazione delle grandi capacità imprenditoriali di Michael.

Dopo i ritiri di Mario nel 1994 e di Michael nel 2003, il terzo discendente si è fatto largo nel mondo delle corse. Marco Andretti ha esordito nella Indycar nel 2006, a soli 19 anni, correndo per il team di papà Michael e mettendo subito in mostra delle doti stupefacenti per un pilota così giovane. Alla prima uscita ad Indianapolis, Marco finisce secondo, battuto in volata da Sam Hornish.

Qualche mese dopo, all’Infineon Raceway, diventa il più giovane vincitore di una corsa Indycar (record recentemente soffiatogli da un altro figlio d’arte, Graham Rahal). Risultati fin troppo buoni, che non riesce a replicare negli anni seguenti, tant’è che quella dell’Infineon Raceway resta tutt’oggi l’unica sua vittoria.

Forse quei risultati così positivi sono arrivati troppo presto, e questo ha fatto montare su di lui una aspettativa eccessiva. Marco si è certamente distinto per qualche incidente di troppo, ma ha fatto anche registrare qualche miglioramento. Il tutto è abbastanza naturale per un pilota di soli 22 anni, e alla fine sia gli episodi positivi che quelli negativi sono tutte esperienze di cui potrà fare tesoro negli anni futuri. Così come le esperienze in altre categorie, come l’ALMS (con cui ha corso diverse gare con il team del papà, inclusa la 12 Ore di Sebring) o l’A1 GP.

Oltre al trio Mario-Michael-Marco, altri due Andretti hanno calcato le piste americane. Jeff è il minore dei figli di Mario, ed ha disputato diverse stagioni nella CART, correndo 3 volte la 500 Miglia di Indianapolis (vincendo il Rookie of The Year nel 1991), prima di incappare in un grave incidente nel 1992 che sostanzialmente ne ha chiuso la carriera. John (figlio del fratello gemello di Mario, Aldo) invece ha continuato a correre fino ad oggi. Anche lui ha dimostrato una spiccata poliedricità, correndo e vincendo corse sia in CART che in NASCAR che coi prototipi.

Quest’anno ha disputato la Indy 500 (la nona in carriera) con il team di Marty Roth. Nel 1991 Michael, John e Mario arrivarono nell’ordine sul podio a Milwaukee, diventando la prima (ed unica) famiglia a monopolizzare il podio di una corsa automobilistica di livello internazionale. Nel 1991 e nel 1992 ben quattro Andretti si presentarono insieme al via di Indianapolis, il massimo per una famiglia.

Mario e Michael hanno poi legato il loro nome anche ad un altro personaggio del mondo delle corse, anche se non prevalentemente un pilota o un proprietario di team: Paul Newman. Nel 1983, Mario Andretti venne ingaggiato dal neonato Newman/Haas Racing, nel 1989 vene raggiunto da Michael.

Da allora Mario ha fatto costantemente coppia con il grande attore (e grande pilota), battendo vari record (tra cui quello di più anziano vincitore di una corsa Indycar). Il sodalizio tra Mario Andretti e Paul Newman negli anni fu fortissimo, sia dentro che fuori dalla pista.

Dopo la morte di Newman qualche mese fa, Andretti ha dichiarato:
Ho voluto bene a quell'uomo e oggi penso a lui e assaporo ogni momento insieme, ogni conversazione che abbiamo avuto, ogni centesimo che ho perso in una scommessa con lui. Pensando alle cose che abbiamo fatto insieme in 25 anni rido e piango

Sostanzialmente, l’unica corsa che è sempre sfuggita agli Andretti è la 24 Ore di Le Mans. Ci hanno provato anche diverse volte in coppia Mario e Michael (nel 1982 e nel 1997) o Mario e John (nel 1988), ma la grande corsa francese è sempre sfuggita. Un’altra maledizione per una delle più grandi e vincenti famiglie da corsa della storia dell’automobilismo.

Una storia sempre in evoluzione, visto che Marco ha già dimostrato di avere le qualità per poter ottenere, col tempo, i risultati che i suoi predecessori hanno già ottenuto e rinverdire i fasti della famiglia Andretti.