aidanews.it – 180407 – I monaci di Praglia in Istria

Praglia-Padova, 18 aprile 2007 (da una nota di cronaca locale di Arturo Toscani).

Nella storia della quasi millenaria abbazia benedettina di Praglia, oggi guidata dall'abate Norberto Villa, l'Ottocento è stato il secolo di gran lunga più travagliato. Per ben due volte, infatti, il monastero venne soppresso dall'autorità politica dominante: nel 1810 ad opera di Napoleone, e nel 1867, dopo l'annessione del Veneto al Regno d'Italia. Lo sottolinea lo studioso dell'ateneo patavino Gianpaolo Romanato in apertura di un volume curato da padre Francesco G.B. Trolese e dedicato al centenario del ritorno dei religiosi nel celebre monastero.

In oltre seicento pagine, "Spes una in reditu" (L'unica speranza è nel ritorno – Badia Santa Maria del Monte Cesena editore), vede diverse voci a narrare la storia della comunità pragliense, appunto, dopo il ritorno, e per cent'anni. Sono voci di studiosi, sia della medesima comunità, sia laici, tutti, comunque molto preparati: da Ghislain Lafont all'abate presidente della Congregazione Sublacense Bruno Marin, dal già citato Romanato a Paolo Marangon, da Italo De Sandre a Rosetta Frison Segafredo, da Guglielmo Monti ad Anna Maria Spiazzi, da Giovanni Vian a Liliana Billanovich, a monsignor Luigi Sartori. Padre Paolo Fassera tratta il tema dell'esilio, relativo cioè a "La comunità di Praglia che è in Daila": capitolo fondamentale, dal momento che nel 1867 la comunità risiedette nel monastero istriano facente parte del "contesto" pragliense. "Da questo terreno di esilio – sottolinea lo studioso – spuntò il pollone della nuova Praglia, sotto il governo dei primi abati: Beda Cardinale, Gregorio Grasso, Placido Nicolini, Isidoro Sain. Si deve a loro la profusione di molte energie per edificare la comunità monastica e per restaurare il monastero, deturpato nella sua bellezza dallo scempio della seconda soppressione del Governo Italiano. Si devono a padre Giuseppe Tamburrino due interessantissimi capitoli: il primo è una vera e propria "anagrafe" dell'abbazia, dal 1904 a oggi; l'altro riguarda la vita della parrocchia in un periodo particolarmente travagliato, dal 1940 al 1945". Parroco era padre Adalberto Salvatori, la cui figura e il cui ruolo emergono nella loro alta dignità. In particolare, si sottolinea quella che si rivelerà in seguito una costante dei parroci di Praglia: la particolare cura dedicata ai malati. Le pagine sulla guerra e la resistenza, di Pierantonio Gios, si basano principalmente sul materiale raccolto dal defunto padre Callisto Carpanese, figura di notevole importanza per la storia dell'abbazia, unitamente a quella dei confratelli – pure scomparsi – Pelagio Visentin, legato al Concilio Vaticano II soprattutto per quel che riguarda il rinnovamento liturgico (e di cui scrive padre Stefano Visintin), e Isidoro Tell. Della biblioteca scrive l'attuale responsabile, don Guglielmo Scannerini, mentre nella postfazione padre Mauro Maccarinelli riflette sugli ultimi decenni di vita della comunità (con due momenti di crisi) e si interroga sul futuro di Praglia, a proposito del quale, a noi viene in mente l'esortazione fatta a suo tempo da Paolo VI ai monaci: «Siate, dunque, quel che siete!». Infine, qualche altra osservazione. Intanto, il rapporto Praglia-Fogazzaro, rivelatosi profondo: dal 1890, anno in cui per la prima volta il romanziere visitò la decadente abbazia, sino alla sua morte. Da evidenziare, poi, l'accoglienza data dai monaci, dopo l'8 settembre 1943, a ebrei, perseguitati e sfollati – si arrivò ad ospitare 103 persone, fra le quali il cattedratico del Bo, Armando Levi Cases che dalla foresteria passò a un certo punto alla clausura, rimanendovi sino al 1945. Nel 1951 veniva costituito il Laboratorio di Restauro del Libro Antico, a lungo diretto da padre Tamburrino, poi da padre Sisti. Da ultimo, il numero dei monaci. Un secolo fa, al rientro, erano 12; oggi sono 42.

 

Aneddoti e fatti legati all'Abbazia di Praglia 

Quando si parla di abbazie a monasteri antichi, si pensa spesso a "segreti", spazi ed eventi "misteriosi". A Praglia di segreti non ce ne sono; ma di episodi e realtà sconosciuti (o poco noti), sì.

Incominciamo con Antonio Fogazzaro, che ambientò fra le mura di Praglia pagine di suoi romanzi, e che come senatore del Regno si adoperò per il ritorno dei religiosi nell'abbazia. Ebbene, nel 1948, il nipote di Fogazzaro, marchese Antonio Roi donò all'abbazia un cospicuo fondo librario che già aveva arricchito la biblioteca privata dello scrittore. Nel 1985,il figlio di Antonio, Giuseppe, aggiungeva altri tomi, per il cui Fondo Fogazzaro, oggi, risulta di un migliaio di libri.

Sempre sui libri. Quando i monaci tornarono a Praglia, la biblioteca non esisteva più. Si dovette quindi ricominciare con acquisti e donazioni. Nel 1938 la biblioteca aveva 20 mila volumi, 10 incunaboli, e altro materiale. Oggi, i volumi sono 120mila.

Per quel che riguarda il rapporto Praglia-militari, se oggi il parroco padre Tiziano (da Vittorio Veneto) vanta il servizio di leva prestato fra le Penne Nere, durante la seconda guerra mondiale, padre Benigno Martin fu cappellano nella divisione alpina Val Pusteria: fronte greco albanese, Francia e prigionia.

Sempre riferendoci al conflitto 1940-1945, a Praglia furono organizzati corsi scolastici anche per bambini e ragazzi delle famiglie rifugiate nell'abbazia. Fra gli "esterni", due personaggi diventati assai noti: lo scrittore e sociologo dell'Università di Padova Sabino Acquaviva e l'attuale abate di Noci (Puglia), Guido Bianchi.

Prima di fare solenne ingresso in Laguna, il neopatriarca di Venezia, Angelo Giuseppe Roncalli, volle trascorrere quattro giorni di ritiro spirituale (10-14 marzo 1953) a Praglia.