A Pola vietato cantare in italiano

La parrocchia di San Antonio a Pola, in Istria (Croazia), e' diventata nelle scorse settimane luogo di tensioni interetniche tra alcuni fedeli italiani e il parroco croato dopo che questi avrebbe proibito al coro della chiesa la pluridecennale tradizione di eseguire un canto liturgico in lingua italiana durante le celebrazioni della messa domenicale.

I dirigenti dell'Unione italiana (Ui) dell'Istria e di Fiume in una conferenza stampa a Pola hanno espresso la loro solidarieta' con i sei membri del coro parrocchiale che si sono rivolti al vescovo della diocesi di Pola e Parenzo perche' intervenisse presso il parroco Tomislav Hrstic e permettesse il ripristino della tradizione.

Padre Hrstic, secondo quanto riportato dalla stampa locale, avrebbe escluso il canto liturgico in italiano con la spiegazione che ''la messa va celebrata nella lingua del popolo'' (ovvero quella croata) e che la sua non e' una parrocchia bilingue. Il presidente dell'Ui Furio Radin si e' detto amareggiato dal comportamento del parroco. ''La Chiesa cattolica dovrebbe essere sovranazionale e il test della sua sovranazionalita' e' proprio il suo rapporto verso le minoranze'', ha affermato Radin ricordano che Pola e' per statuto una citta' bilingue e che la Chiesa, quale istituzione che vuole operare nella societa', ''dovrebbe rispettare le varie e diverse realta' che la circondano''.

Padre Hrstic – che era presente alla conferenza stampa ma non ha voluto fare alcun commento – ha espresso oggi la propria posizione sul giornale locale 'Glas Istre', sottolineando che ''le lingue liturgiche in Croazia sono il croato, il latino e il paleoslavo, mentre le altre lingue non hanno uno status regolare nelle celebrazioni liturgiche''. Il francescano ha invitato i fedeli che desiderano cantare in italiano a farlo nel coro di Siana, che si trova in un quartiere periferico della citta' con una piu' numerosa presenza italiana, nella cattedrale cittadina o di pregare, se vogliono anche in italiano, in qualsiasi chiesa. (ANSA) COR-DG 17/04/2008 17:29

 

Nostro commento 

L’illuminata Chiesa croata, ben rappresentata da tal Padre Hrstic, degno erede della storica sensibilità di quel clero verso le anime e la storia che non siano di puro sangue croato, trova finalmente sconveniente che i fedeli di lingua italiana possano, come da molti anni loro incredibilmente permesso a costo di una lunga lotta per il rispetto dei diritti civili, celebrare le funzioni in una lingua spuria come quella italiana, la lingua di secoli di celebrazioni religiose e di vita sociale nella città di Pola, notoriamente croata ab origine.
L'antica apertura mentale di quel clero custode della più pura croaticità fa sì che finalmente appaia in tutta la sua inaudita temerarietà e insolenza la pretesa invereconda dei fedeli italiani di seguire la Messa una tantum nella lingua madre, pretesa che inspiegabilmente scaturisce dalla altrettanto intollerabile presunzione di costituire una comunità autoctona, erede della latinitas insediata nella città e nella regione, a suo dire, ab antiquo. Quando è risaputo che la storia della città e della regione è squisitamente croata ed è ben anteriore ai successivi e del tutto trascurabili insediamenti romani e all’orrenda dominazione straniera veneziana che tanto hanno stravolto il puro volto croato di quei luoghi.
D’altro canto è anche risaputo, e ben fa tal Padre Hrstic a ricordarlo indirettamente, che il messale paleoslavo o glagolitico è di gran lunga precedente alla liturgia latina, la quale tutto ha preso dai sacri testi veterocroati senza neppure citarli. E bene fa egli a ricordare che la parola greca «katholikós», da cui impropriamente viene fatto derivare il termine «cattolico», non significa in realtà, nella lingua greca, «universale», ma «croato». E solo l’opera demoniaca dei soliti circoli irredentistici italiani ha fatto sì che la traduzione venisse così stravolta per far credere che i fedeli della comunità italiana di Pola potessero arrogantemente pretendere una celebrazione nel loro idioma, così periferico e notoriamente privo di tradizione.