21.03.2026 – È stata Maria Grazia Ziberna, presidente del Comitato provinciale di Gorizia dell’Associazione Nazionale Venezia Giuia e Dalmazia, ad aprire i lavori dell’incontro culturale pomeridiano del 13 marzo 2026 nella Sala Dora Bassi, in via Garibaldi, in presenza del sindaco della città Rodolfo Ziberna.
Nell’ambito delle iniziative organizzate in occasione del Giorno del Ricordo, che come di consueto a Gorizia si svolgono da febbraio a maggio, è stata presentata un’opera con molte testimonianze, alcune delle quali veramente emozionanti, che descrive la storia degli esuli italiani di Istria, Fiume e Dalmazia accasatisi in Toscana negli anni ‘50. Il testo di Elio Varutti è: “La patria cercata. Ricordi di italiani d’Istria, Fiume e Dalmazia in Toscana”, edito a Firenze da Aska nel 2025 e giunto già alla seconda edizione.
La professoressa Ziberna ha illustrato con un PowerPoint le vicende dei circa cinquemila esuli giuliano dalmati che si fermarono in città. Alcune decine di famiglie furono ospitate inizialmente nella caserma Guella di Piazza Cesare Battisti, altre in alberghi o abitazioni private, mentre circa mille e duecento persone vissero per anni – in certi casi decenni, fino agli anni ’70 – nel campo profughi delle Casermette, situato in mezzo ai campi, a poche centinaia di metri dal confine con la Jugoslavia, nell’estrema periferia. Erano sei edifici ad un unico piano, costruiti nel 1942, circondati da mura alte tre metri spesse 40 centimetri e lunghe circa 300 metri per ogni lato, come ricordava Antonio Lauriti. Il campo era presidiato da un posto fisso di polizia, e al suo interno con il tempo trovarono spazio un’infermeria, una latteria, una falegnameria, un’officina meccanica, una drogheria, un negozio di frutta e verdura, oltre ad un asilo. All’inizio i profughi andavano a mangiare due volte al giorno alla mensa dell’Eca, fino in Riva Piazzutta, dove si recavano a piedi con una camminata di circa 25 minuti, finché il Comune fece trasferire il capolinea del bus che serviva la zona dalla Transalpina alle Casermette. Tra gli altri profughi, vi era anche il giovane Alfredo Calligaris, un illustre esule di Rovigno, “padre della medicina sportiva italiana”, “il modellatore di uomini”, come lo definì Gianni Brera. Insegnante di educazione fisica, laureato in Medicina sportiva, allenatore, atleta lui stesso, fu l’artefice di grandi successi delle squadre nazionali italiane di atletica (preparò gli atleti per diciassette edizioni delle Olimpiadi, a partire da quelle di Londra del 1948) di calcio, di ciclismo, di sci (negli anni ’70 si occupò della “valanga azzurra’’), di motociclismo, golf, pallacanestro e sci nautico. E vi era anche Antonio Pianella, che era stato sindaco di Gallesano.

Circa cinquecento persone si accasarono poi nel ‘‘Villaggio dell’esule’’ di Campagnuzza, costruito nel 1950, come rammenta il pannello storico inaugurato in febbraio dall’ANVGD in Piazza Fiume. La professoressa ha ricordato che è stato realizzato anche un video per raccontare la storia degli esuli e del quartiere della Campagnuzza, si trova sul canale YouTube del comitato ANVGD di Gorizia.
La professoressa Ziberna ha poi ricordato Gaetano Valenti, scomparso nel 2022, che ha vissuto a lungo in Campagnuzza, come del resto la famiglia dell’attuale sindaco Rodolfo Ziberna. Valenti, sindaco di Gorizia per due mandati, dal 1994 al 2002, fu presidente del comitato ANVGD di Gorizia, professore di materie economico aziendali, consigliere dell’Istituto Giuliano di storia, cultura e documentazione e, dal 2003, consigliere regionale per una legislatura. La professoressa si è infine soffermata su una delle storie raccontate nel libro del professor Varutti, quella della famiglia di Sergio Marchionne, figlio di un carabiniere abruzzese di stanza a Carnizza (Krnica) vicino a Pola e di Maria Zuccon, originaria di Zucconi (oggi Cukoni). Il padre di Maria, nonno materno di Marchionne, infatti, la cui salma venne ritrovata il primo novembre nella foiba di Terli dal maresciallo Arnaldo Harzarich, fu arrestato a Carnizza, dove possedeva un negozio di alimentari che si trovava a circa 50 metri dalla casa dei cugini paterni della famiglia Ziberna.
Ha poi avuto la parola Varutti. Attraverso 176 pagine, 100 fotografie e documenti inediti, l’Autore ha perlustrato la vita nei campi profughi, nei villaggi per i rifugiati, o nelle case di Arezzo, Firenze, Livorno, Lucca, Massa Carrara, Pisa e Siena. Molti di loro transitarono per il Centro smistamento profughi di Udine. Nel libro è descritto il difficile cammino verso l’integrazione sociale per passare da profughi a cittadini mediante l’abitazione, la religione, il lavoro e gli affetti familiari, anche con matrimoni con gli autoctoni. Avevano perso la patria i profughi giuliano dalmati, a causa delle annessioni jugoslave del 1947. Con grande volontà la cercarono in altre località italiane, ritrovandola in vari luoghi toscani con grande umanità.

Varutti, dopo aver portato i saluti di Bruna Zuccolin, presidente dell’ANVGD di Udine, ha mostrato una serie di diapositive riprese dal volume stesso, con qualche immagine riferita anche all’esodo di Fiume nel 1948 di don Janni Sabucco, ultimo parroco del Redentore, che fu esule a Forte dei Marmi.
Determinante è stata la collaborazione alle ricerche sul campo di Claudio Ausilio, esule di Fiume a Montevarchi (AR), nonché di Francesco Ostrogovich, soprattutto per quanto concerne l’indagine iconografica sull’esilio a Massa Carrara, entrambi soci dell’ANVGD.
Come mai Udine, Laterina (AR) e il Veneto sono entità territoriali così associate in questa parte di storia d’Italia per tanto tempo oscurata? È già stato scritto nel libro La patria perduta del 2021, sempre di Varutti. Dai passaporti dei profughi italiani in fuga dalle loro terre, Istria, Fiume e Dalmazia annesse alla Jugoslavia di Tito, si può notare che l’itinerario dell’esilio è sempre lo stesso. Giunti a Trieste, in vari modi, con il carro, o il treno, camion, piroscafo ed altro, vengono essi destinati al Centro smistamento profughi (Csp) di Udine e poi, in treno, via Venezia, molti finiscono a Laterina, altri a Firenze, Marina di Carrara, Vicenza, Cremona, Torino, Alessandria, Brescia, Roma, Napoli, Bari, Servigliano nelle Marche e così via in oltre 100 strutture per lo più fatiscenti del Ministero dell’Assistenza Post-bellica, sparpagliate per l’intero Paese.

Con un ricco apparato fotografico e documentario, come già scritto, qui ci sono le storie delle famiglie Andretti, Badini, Baici, Barbieri, Benvegnù, Bracchitta, Cattonar, Daddi, Daici, Danielis, Dobri, Manzin, Manzoni, Marchionne, Mladossich, Pacori, Paoli, Prete, Radolovich, Rauni, Rocchi, Sestan, Spogliarich, Sponza, Stipcevich, Tomissich, Travaglia, Tropea, Varesco, Vellenich ed altri ancora.
Alla fine della presentazione è seguito il dibattito. Il tutto si è concluso con un firma-copie e l’annuncio degli importanti appuntamenti successivi. L’evento aveva il patrocinio del Comune di Gorizia e il contributo della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia.
Fonte: ANVGD Udine – 19/03/2026

