27 ago – Etnonazionalismo sloveno

Stelio Spadaro su "Il Piccolo" del 27 agosto

 

Il documento preparato dal governo sloveno a conclusione della presidenza di turno dell'Ue e consegnato agli altri membri dell'Unione, per quanto attiene alla sua parte storica merita una riflessione approfondita come quelle di Segatti e Codarin già ospitate su queste colonne. Esso ripropone uno schema di interpretazione generale della storia di queste terre che può essere identificato come schema di lungo periodo, diffuso e pervasivo.

Uno schema impregnato di cultura etnocentrica e fatto proprio da alcuni importanti settori dell'élite politica e intellettuale slovena (ma anche croata) nel corso dei decenni. All'interno di questa visione, la Venezia Giulia è privata di una sua autonomia storica poiché la si fa risalire a un'invenzione geografico-amministrativa del nazionalismo italiano; dopo la fine della Prima guerra mondiale, l'Italia avrebbe occupato e annesso un territorio etnico sloveno/croato non suo, e non solo per ciò che concerne quelle porzioni abitate nella maggioranza o nella totalità dalle popolazioni slovene e croate, ma nella sua interezza, anche là dove le genti da sempre si mischiano o dove la componente italiana è (o era) presente storicamente in maniera preponderante.

Un efficace esempio al riguardo viene offerto proprio dalle righe del documento governativo sloveno dedicate alla costa istriana nordoccidentale, oggi parte della Slovenia: una fascia costiera considerata "territorio etnico" che nel 1947 sarebbe stato riunificato alla madrepatria slovena.

Questo impianto di derivazione etnografica ha una serie di ricadute, che immancabilmente fanno seguito all'enunciazione principale dell'appartenenza etnica di queste regioni alla Slovenia (o Croazia, o prima la Jugoslavia). Se la Venezia Giulia è un'entità inventata apposta per occultare o modificare il carattere etnico originario sloveno-croato di queste terre, gli italiani che vi abitano diventano automaticamente o degli intrusi, immigrati o importati secondo un disegno espansionista prestabilito, oppure degli slavi "etnici" assimilati, italianizzatisi nella modernità. Un esempio fra i tanti possibili, il grande musicista piranese Tartini che diventa espressione del genio musicale sloveno. Nel caso migliore, viene riconosciuta la condizione di minoranza irrilevante e subordinata come ci insegna la storia dei "rimasti" dopo l'esodo di massa nel secondo dopoguerra.

C'è al fondo una visione costantemente rivendicazionista della storia: considerare etnicamente slovene Capodistria, Isola e Pirano – le cui popolazioni di antica cultura istriano-veneta sono state costrette a una fuga di massa che ha letteralmente svuotato le loro città – la dice lunga sul peso che per decenni settori delle classi dirigenti politiche e intellettuali slovene hanno assegnato disinvoltamente alla categoria di "territorio etnico": alla ricerca di una forzata omogeneità tra "etnia" e Stato che ha prodotto qui e in altre parti alterazioni profonde e irreversibili all'originale tessuto plurale delle nostre regioni (per il caso della Stiria meridionale, si veda lo splendido libro di Martin Pollack Il morto nel Bunker).

Questa interpretazione generale, in molti casi implicita e nel documento esplicitata con tanta leggerezza diplomatica, ha per di più alimentato in tutti i decenni di vita repubblicana una vena nociva nel tessuto civile di Trieste, e cioè la preesistente diffidenza e ostilità verso gli sloveni, contribuendo a rafforzare di riflesso il nazionalismo italiano. E non parlo tanto dei gruppi della destra radicale nostalgica e funeraria, ma dell'orientamento politico-culturale diffuso e del senso comune di una larga parte di cittadinanza triestina.

Pertanto risulta davvero incomprensibile e quasi autolesionista che si rilancino oggi interpretazioni simili, salvo che non si tratti di un tentativo più o meno studiato di alimentare tensioni nazionali in queste regioni, nella speranza di trovare a Trieste ambienti interessati o sprovveduti al punto da voler rispondere nei medesimi toni. Ma ormai la Trieste di Illy e Dipiazza non è più la città rancorosa e ferita che era ancora vent'anni fa.

In definitiva, il documento governativo sloveno esprime tratti culturali che da ambedue le parti non bisogna esitare a considerare fuori luogo e fuori tempo, visioni unilaterali e artificiose della storia che danneggiano lo sviluppo integrato delle regioni dalle valli del Natisone alle coste dalmate: sviluppo che non può che basarsi sulla valorizzazione a trecentosessanta gradi di tutte le culture e le esperienze storicamente presenti qui. Basata sull'anacronistica e ascientifica categoria dell'etnonazionalismo, l'ottica che ispira la parte finale del documento fa a pugni con l'evidenza empirica percepita dalla generalità della gente di qua e di là dell'ex confine, e con il patrimonio di sensibilità democratica ormai sempre più dato per scontato dai cittadini italiani e sloveni.