24 set – Esuli: uniti si nasce, non si diventa

Gli esuli giuliano-dalmati –possiamo dirlo- sono nati uniti: uniti nel dolore, nella tragedia, nell’esodo, nella ricostruzione. Poi la dispersione sul territorio ha inevitabilmente creato differenziazioni, talvolta profonde lacerazioni, peraltro democraticamente rappresentate.

Ma l’esule è sempre rimasto unito ai suoi fratelli che con lui hanno patito le medesime vicende, e in fondo è rimasto unito anche a coloro che non hanno fatto la stessa scelta di libertà: è sufficiente girare d’estate in Istria e Dalmazia per vederli tutti -esuli e rimasti- chiacchierare insieme nelle piazze, nei bar, sulle rive dei porti.

Questa unità però non va a genio esattamente a tutti. C’è infatti chi ama cavalcare la propaganda, la divisione, la lotta per un arrivismo che non porta a nulla e per un egocentrismo che alimenta il culto della persona e non più del sodalizio. Ma gli esuli, che non sono dei creduloni, non amano che un esule combatta contro un altro esule. E non apprezzano neanche la propaganda di professione, quella in cui gli “altri” sono tutti “brutti, sporchi e cattivi”, mentre solo in casa propria tutto è bellissimo e perfettissimo.

E già, in casa propria. Gli Esuli sono caratterialmente abituati a lavarsi i panni in casa propria, tranne quando qualcuno vuol mettere tutto in piazza, ovviamente con fini tutt’altro che nobili. E così, in questo caso,  giù a sparlar male degli altri, senza remore, inventandosi i teoremi più fantasiosi e le congetture più astruse, degne dei professionisti della propaganda che in Italia non mancano.

Non sarà quindi certamente un caso che mentre qualcuno aizza l’odio fratricida presso terzi, lo stesso non s’accorge che a casa propria non tira esattamente una bella aria. Gruppi che da tempo già si sono staccati e lavorano per conto proprio, minoranze che vengono represse con la forza, adunate a cui la partecipazione è numericamente a dir poco sconfortante, malumore e malessere della base contro i protagonismi di vertici rampanti, poco limpidi negli obiettivi e sostanzialmente inconcludenti sui problemi che riguardano gli esuli (almeno quelli italiani).

E così si consuma l’ennesimo inganno ai danni degli Esuli: quello di chi vuol far credere di essere il cavaliere senza macchia e senza paura, l’unico, ultimo baluardo della giustizia. Ci vorrebbe proprio un Di Pietro dei tempi d’oro per tirare fuori l’amara verità, ovvero quella sottile differenza tra l’essere e l’apparire che nel nostro caso diventa una tragedia nella tragedia: un pifferaio magico che trascina inconsapevoli innocenti verso una fine oscura, colorata falsamente come l’arcobaleno ma in realtà nera come il buio più fitto.