24 ago – Mons. Ravignani su Don Bonifacio

La diocesi di Trieste si sta preparando per un importante evento: la beatificazione di don Francesco Bonifacio, torturato, ucciso e gettato in una foiba dai miliziani di Tito l’11 settembre del 1946. Il rito sarà celebrato dal vescovo della città, mons. Eugenio Ravignani, il 4 ottobre nella Cattedrale di San Giusto. A mons. Ravignani, Sergio Centofanti (Radio Vaticana) ha chiesto di tracciare un profilo del nuovo Beato:

R. – Il ricordo è impresso tanto nel cuore del nostro presbiterio, come nel cuore della nostra gente. Un ricordo che non si può cancellare, soprattutto perché si tratta di un uomo che è vissuto nella più assoluta semplicità ed umiltà. Certo, è morto ucciso nel 1946, e quindi, sono passati tanti anni, ma sono anni in cui la nostra diocesi, che allora comprendeva parte dell’Istria, ha sofferto, come tutta la realtà che ci sta attorno oltre confine, di una persecuzione anticristiana.


D. – Perché è stato ucciso don Bonifacio?


R. – Soprattutto per il suo essere sacerdote. Quello che in una persecuzione sostenuta da una ideologia atea voleva imporre era la scristianizzazione della nostra gente. Si voleva imporre l’ateismo, si proibiva di entrare nelle chiese, si proibivano i matrimoni religiosi, chi era in qualche modo legato ad una certa struttura non poteva evidentemente nemmeno battezzare i figli. Quest’uomo invece continuava in una piccola realtà fatta di casolari dispersi a riunire la sua gente, con un’educazione fortemente legata al Vangelo, un’educazione alla Messa domenicale e all’Eucaristia, e poi soprattutto riuniva i giovani in un’esperienza cristiana, coinvolgendoli in particolare nell’Azione Cattolica. Quindi, è diventato un prete evidentemente scomodo, che veniva a contrastare un disegno che, in quel momento, si stava realizzando purtroppo.


D. – Per tanto tempo non si è parlato del suo martirio e di tanti altri di quel periodo, perché?


R. – Nei nostri ambienti di Chiesa, evidentemente se ne è parlato. C’erano altre situazioni, di carattere politico internazionale, che chiedevano ad altri alcune resistenze, alcune prudenze, ed io dico anche alcuni silenzi. Per cui oggi le cose possono essere molto più chiare, possono essere dette con maggiore apertura, alla comprensione anche di chi in quei momenti è vissuto in una situazione di particolare difficoltà e di terrore.


D. – Qual è stata la santità di don Bonifacio?


R. – Io dico la santità ordinaria di un prete che vive pregando, che vive per la sua gente, che vive predicando il Vangelo e attuandolo, che vive in povertà, e che corona tutto questo. Un vecchio sacerdote che è stato anche mio parroco mi diceva che incarnava tutto questo in una faccia da fanciullo: semplice, umile, diremmo, in qualche maniera, talmente buono da sembrare che non potesse nemmeno sospettare che qualcuno gli potesse fare del male.