Per la RAI Arbe è croata dall’antichità

La Rai, al pari degli altri network radio-televisivi, ha seguito nella giornata di ieri, 19 giugno, la visita del Pontefice nella Repubblica di San Marino: in particolare, le edizioni del TG1, TG2 e TG3, hanno definito pressoché tutti l’isola dalmata di Arbe – dalla quale proveniva, secondo tradizione, Marino, fuggito nel IV secolo dalle persecuzioni dell’imperatore Diocleziano – come «croata», commettendo un errore storico che l’Ufficio Stampa dell’Anvgd ha voluto rimarcare con una lettera inviata oggi all’Azienda pubblica.

«Comprendiamo bene che i tempi del lavoro giornalistico sono più che sostenuti – si legge tra l’altro nella comunicazione dell’Anvgd –, ma definire «croata» l’isola adriatica significa ignorare del tutto la storia di un’area geografica che pure è contigua, culturalmente e non soltanto geograficamente, all’Italia. Nel IV secolo la Croazia non esisteva, né in quanto popolo né, tantomeno, in termini statuali: le prime apparizioni in Dalmazia, così come in Istria e nel Fiumano, di comunità slave provenienti dall’Europa orientale datano tra il VII e l’VIII secolo, insediandosi in un territorio già organizzato in fiorenti municipi latini che l’imperatore Augusto aveva inserito nel I sec. d. C. nella X Regio Venetia et Histria, la decima appunto delle Regiones nelle quali egli aveva suddiviso la penisola italica».

«Successivamente alle invasioni barbariche e dopo un periodo di alterni domini germanici – prosegue la Sede nazionale dell’Associazione –, l’imperatore Giustiniano ricondusse l’Istria e la Dalmazia nell’alveo della plurisecolare tradizione latina, sia pure mediata ormai da Bisanzio. L’XI secolo segna la comparsa in Adriatico di Venezia, alla quale molto presto – non ultimo per affinità di origini e di cultura, ma anche per ragioni di difesa – si dettero molti centri istriani e dalmati, tra i quali la città di Arbe. Aveva così inizio, dal 1000, la lunga storia comune con la Serenissima, alla quale l’Istria e la Dalmazia devono, dopo Roma, il loro volto architettonico, artistico e più latamente civile, come è evidente a chiunque si trovi a Parenzo come a Pola, a Capodistria come a Zara, ad Arbe come a Curzola. Quegli stessi antichi municipi si costituirono – al pari delle tante città italiane – in Liberi Comuni, con propri Statuti e costanti rapporti con la Penisola».

«Una storia complessa, certamente, alla quale si deve comunque rispetto e attenzione – rimarca l’Anvgd – tanto più che è in atto, come questa Associazione ed altre hanno da tempo denunciato, un’appropriazione indebita, da parte degli Stati succeduti alla fine dell’ex Jugoslavia, Slovenia e Croazia, di una cultura incontestabilmente latina, veneziana ed infine italiana di quella regione, e confermata, nel secondo dopoguerra, dall’esodo di massa della popolazione italiana autoctona a seguito della cessione dell’Istria, di Fiume e di Zara alla Jugoslavia di Tito. Un esodo che il Parlamento italiano ha ritenuto – con voto pressoché unanime di maggioranza ed opposizione – di commemorare con l’istituzione, nel 2004, del Giorno del Ricordo, il 10 Febbraio di ogni anno, data della firma del trattato di Parigi del 1947».

«Vogliamo dunque sollecitare, da parte della Rai che annualmente dedica puntuali servizi proprio al Giorno del Ricordo anche grazie al supporto fornito da questa Associazione – conclude la lettera – maggiore aderenza alla veridicità storica laddove tratta di contesti e vicende che il servizio pubblico deve saper trasmettere al meglio in termini di informazione e conoscenza».

 

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