20 ago – Storie d’acqua dall’Adriatico

Sarebbe difficile tracciare una carta d’identità del Mare Adriatico. Perchè, per descrivere questo serpente d’acqua che si incunea tra il Mediterraneo e il cuore dell’Europa, non basterebbero due striminzite paginette. Ci vorrebbe almeno un pacco di fogli, un fiume di parole capace di contenere tutte le storie che rimbalzano, da secoli, tra le due sponde di questo straordinario spazio liquido. Una storia dell’Adriatico potrebbe partire dalle montagne. Dalle Alpi, dagli Apennini, dai Balcani, da quelle vette ardite da cui scendono decine di corsi d’acqua, o venti impetuosi come la bora.

Che quando plana come un falco in caccia dalle pareti verticali del Velebit sul golfo del Quarnero alza imponenti colonne d’acqua e carica di sale l’aria. Ma si potrebbe anche raccontare questo mare perdendo la rotta nel labirinto formato dalle isole della costa orientale. O lasciando scivolare la fantasia nelle grotte che dal Gargano alla Dalmazia hanno giustificato, nel tempo, le fantasie, le leggende più immaginifiche e tenebrose.

Fabio Fiori, che l’Adriatico lo conosce bene, ha preferito aggrapparsi alle parole. Ha voluto ancorare il suo viaggio sul mare a un personalissimo alfabeto, che compone il suo nuovo libro «Abbecedario Adriatico. Natura e cultura delle due sponde», pubblicato da Diabasis (pagg. 154, euro 13).

Non è la prima volta che Fiori, riminese, classe 1967, ricercatore e insegnante, esperto di paesaggio, ecologia e cultura del mare, dedica un libro all’Adriatico. Lo aveva già fatto, infatti, nella doppia versione di «Un mare». Ma questa volta non gli è limitato a lasciarsi condurre dalle suggestioni della scrittura. Ha preferito andare più in là, organizzando gli aspetti caratteristici di quello che, pur sempre in ambito mediterraneo, può essere considerato «un altro mare», in una serie di voci allineate in perfetto ordine alfabetico. E in doppia fila, perchè il volume divide le diverse voci in due grandi contenitori: «Natura» e «Cultura».

Parlando del suo libro, Fiori rivela di essersi sentito «più spesso pittore che scrittore. Mi svegliavo all’alba e dopo aver passeggiato lungo le rive, mi accingevo a scrivere con l’idea di dover dapprima schizzare una parola, per poi doverla con attenzione riempire di luce e colore». Ma, soprattutto, quello che l’autore ha voluto comunicare ai suoi lettori è il desiderio di guardare all’Adriatico non come a un mare «chiuso», ormai totalmente soggiogato dall’uomo, piegato agli interessi commerciali. «Navigatelo a vela, camminate lungo le sue coste – scrive -, ascoltate i racconti degli uomini e delle onde, ne scoprirete la vastità e il fascino».

Attorno alle acque, che Gabriele D’Annunzio definiva «verdi come i pascoli dei monti», si può scoprire un mondo che porta ancora impresse le cicatrici di una guerra sanguinosa e assurda come quella dei Balcani. Ma anche uno spazio libero per la fantasia dove convivono le storie degli Uscocchi, i rifugiati slavi provenienti dai territori ai confini con l’Impero Ottomano, che entrarono nella leggenda per le loro imprese piratesche. Un orizzonte che contiene tutta la nostalgia di chi è dovuto andare in esilio. Di chi, soprattutto nel corso del Ventesimo secolo, è stato costretto a lasciare la propria casa, la terra, i ricordi e gli affetti. Per ricostruire, in un altro angolo di mondo, un frammento impossibile della propria patria.

In ventuno lettere, in ventuno parole, Fiori racchiude tutto l’Adriatico. Il Mare Superum dei Latini, che è diventato, di lingua in lingua, Jadransko More, Deti Adriatikut, Adriatische Meer, e che in futuro, se sarà la lingua inglese a spuntarla nelle corsa alla globalizzazione, potrebbe diventare per tutti Adriatic Sea. E, a ben guardare, ogni storia raccolta lungo le due sponde su cui vivono circa venti milioni di persone, ogni leggenda ascoltata dalla voce di moderni cantastorie, ogni ricordo, ogni mito, apre lo spazio a un orizzonte ancora più vasto. Incapace di contenere per intero l’arcana suggestione di questo mare. Che non si arrende neanche di fronte all’insensibilità di chi sta cercando di trasformarlo, senza scrupoli, nella pattumiera di casa.

Alessandro Mezzena Lona su "Il Piccolo"