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19 ago – Diocleziano imperatore croato?

       Un piccolo abbaglio, un effetto transitorio della canicola devono aver colpito un intellettuale raffinato e impegnato come Giorgio Pressburger nel momento in cui ha stilato il suo articolo "Da Diocleziano a Magris la via è breve", apparso su “Avvenire” il 1° agosto scorso.

       Scrittore, autore di teatro, animatore culturale, già direttore dell’Istituto Italiano di Cultura di Budapest, ungherese di nascita e italiano di adozione, Pressburger si dedica qui all’esaltazione delle antiche memorie della Dalmazia, donde era originario l’imperatore Diocleziano. Ad un intellettuale del suo livello si perdona anche l’abbacinamento estivo, ma il suo articolo lascia un poco perplessi laddove, a leggere e rileggere il pezzo, egli sembra far derivare la Croazia odierna dall’Illiria, e far diventare Diocleziano, in quanto “illirico”, quasi un croato ante litteram. E si legge: «Quei posti fino a pochi anni fa erano un po’ trascurati, ma oggi con il turismo crescente stanno diventando luoghi di villeggiatura e di turismo di primo ordine. […] Si vedono le Incoronate, uno dei posti più suggestivi dell’Adriatico, si vedono le coste dalmate in tutta la loro rocciosa antica maestà. La
Croazia e specialmente Spalato vantano queste bellezze a cui appartengono sia Diocleziano, persecutore dei cristiani e grande imperatore, e alla fine pacifico agricoltore, sia Magris, oggi uno degli scrittori più rappresentativi di quella parte d’Europa, ma anche del mondo odierno
».

    Da Diocleziano a Magris, appunto, come suggerisce il titolo dell’articolo: anche Magris, per via di remote ascendenze, avrebbe secondo Pressburger una qualche relazione con Spalato, dunque viene da pensare che per analogia sia anch’egli in certa misura “illirico”, quindi un po’ croato.

    Tornado all’imperatore, si legge ancora: «Il palazzo-fortezza fatto costruire da Diocleziano in duemila anni è passato in parecchie mani, nel Medioevo aveva fatto
parte persino del Regno d’Ungheria e pare che questo fosse uno dei periodi di maggiore fioritura. Se ne impossessò anche la Serenissima repubblica di Venezia. Ma tutte le guerre, le battaglie, i passaggi di regnanti non riuscirono nonché a cancellare, ma nemmeno a intaccare la bellezza di quel palazzo affacciato all’Adriatico, bagnato dall’acqua e dal sole, in una specie di eterna maestosa
giovinezza
».

    Non risulta che la Repubblica di Venezia, la cui impronta inconfondibile ha forgiato in lunghi secoli il paesaggio architettonico, civile e umano dell’Adriatico orientale, ben vivo ancora oggi nelle pietre, nell’enorme patrimonio storico-documentario, nella parlata veneta che fu per mille anni la koiné del mare e delle terre, abbia mai cancellato alcunché: i suoi Leoni, piuttosto, effigiati in ogni città e borgo dell’Istria e della Dalmazia, emblemi della protezione e delle leggi di Venezia, furono scalpellati e distrutti dall’odio etnico e ideologico del regime di Tito, non già “illirico”, semmai “àvaro”.

    Confidiamo che i primi rèfoli di brezza settembrina dissolvano la foschia attraverso cui il prof. Pressburger ha creduto di vedere Diocleziano, il suo palazzo, Claudio Magris e la Croazia contemporanea uni e trini.

p. c. h.

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