17 ago – La Slovenia inciampa sulla Storia

Vi ha visto l'ancoraggio migliore per il consolidamento della sua democrazia e la promozione dello sviluppo economico del paese. I suoi governi sono stati i più solleciti nel rispondere alle richieste dell'Unione e rispetto a quelli dei paesi dell'Europa orientale le posizioni apertamente euroscettiche sono state sempre in minoranza. Per di più la Slovenia sino ad oggi ha evitato le derive apertamente nazionalistiche che hanno segnato negli anni altri paesi del blocco ex sovietico. La sua classe dirigente si è adeguata velocemente al Brussels consensus, l'insieme di regole formali ed informali, di modi di esprimersi e di comportarsi che definisce una sorta di orizzonte culturale minimo condiviso dai partner europei, almeno di quelli che fanno parte dell'Unione da lunga data. Per capirci, tutto il contrario del governo Berlusconi, il quale, come si è visto in tema di immigrazione, non pare in grado di anticipare il punto di vista europeo su quello che si può fare e quello che non si può fare.

E per evitare incomprensioni adotta l'anomala, e imbarazzante, procedura di chiedere alla Commissione un parere preventivo sulle sue iniziative legislative. Invece la classe dirigente slovena sa come muoversi nel club europeo, senza per altro rinunciare mai ai suoi interessi. Lo si è visto a proposito della vicenda delle esose vignette autostradali. Lo si vede in merito alla politica regionale. Secondo un recente documento di sintesi delle attività del semestre sloveno che riporta anche un'intervista del primo ministro Jansa, la regionalizzazione della Slovenia è una delle priorità del governo di Lubiana. Ma, appunto, regionalizzazione nel quadro delle politiche di coesione nazionale. Non certo per adeguare l'ordinamento sloveno all'istituzione di Euroregioni che non vengono nemmeno menzionate. La qual cosa meraviglia non poco se si pone a confronto il silenzio sloveno con la quantità di parole che al di qua del confine vengono spese sull'Euroregione. La Slovenia è dunque un buon esempio del complicato rapporto che si è instaurato tra stati sovrani e processo di integrazione europea.

Da una parte cessione di quote di sovranità (la moneta , i confini). Ma dall'altra autonomia nella definizione e perseguimento degli interessi nazionali (se si è capaci). Ma allora la Slovenia è un esempio riuscito di integrazione europea? Sì certamente, se il successo di integrazione europea lo misuriamo sulla base degli adempimenti procedurali, dell'implementazione delle politiche comunitarie, dell'adesione al senso comune che si respira a Bruxelles. Il che non è affatto poco. Tuttavia i conti non tornano se adottiamo come criterio le aspettative dei padri fondatori per i quali integrazione europea significava anche due altre cose: fare i conti con le memorie divise d'Europa e sradicare dal dibattito pubblico ogni tentazione irredentistica. Un caso recente ci fa capire dove stia il problema con la Slovenia. Nello stesso documento di sintesi del semestre europeo, pubblicato a cura del Comitato e sottoscritto dalla Presidenza Slovena, compare un paginetta di presentazione di cosa sia oggi la Slovenia e delle tappe fondamentali della sua storia nazionale. Un dettaglio. Ma i dettagli sono sempre eloquenti. In questo caso il dettaglio è eloquente di come il governo sloveno, non lo storico o l'opinionista tal dei tali, interpreta la storia nazionale.

Due sono i punti cruciali. In relazione alla data fatidica del 1918 si dice che in seguito alla dissoluzione dell'Impero Austro-Ungarico, «il territorio etnicamente sloveno è diviso tra Austria, Italia e Regno dei Serbi, Croati e Sloveni». Il tono è descrittivo. Ma colpisce la persistenza del concetto etnografico di territorio etnico. Buono per descrivere gli aggregati umani precedenti la formazione dei moderni stati territoriali. Di dubbia utilità per definire i confini nazionali e statali in territori palesemente plurali. Comunque sono affari del governo sloveno se ritiene utile nel 2008 descrivere ancora la nazione slovena in termini etnografici. Sono affari in parte anche nostri, invece, se alla data del 15 settembre 1947 si dice che «la gran parte della costa adriatica del Litorale viene riunificata alla Slovenia per effetto del Trattato di Pace di Parigi». Sono affari nostri perché evidentemente la nostra memoria di quei giorni è molto diversa. Ma non è questo l'aspetto più grave. Non è una scoperta che in un territorio plurale le memorie possono essere diverse. Anche se a più di sessanta anni dai fatti e all'ombra dell'Europa sarebbe ragionevole attendersi da parte dei nostri vicini una maggiore sensibilità alle buone ragioni degli altri, oltre che alle proprie. Qualcosa di simile a quello che fece l'ottobre scorso l'ex-ministro della difesa Parisi a Caporetto parlando delle conseguenze della prima guerra mondiale.

Gli aspetti gravi sono invece i seguenti. Anzittutto sconcerta che un governo di un paese dell'Unione faccia finta di dimenticare i complessi passaggi giuridici che hanno governato il trasferimento di sovranità dall'Italia alla Jugoslavia di Capodistria, Pirano e Isola. È un modo di fare storia nazionale come dire, un po' spiccio, alla sovietica. Poi, a ben vedere, nel 1947 ”la gran parte del litorale” non venne affatto ”ri-unificata alla Slovenia”, perché prima della seconda guerra mondiale la Slovenia non era un ente dotato di suoi confini politici o amministrativi, né lo era prima della prima guerra mondiale. La frase ha senso se chi l'ha scritta per Slovenia intendeva dire territorio etnicamente sloveno. Ma in questo modo tra la nozione di territorio etnico sloveno e quella di Slovenia come ente politico-amministrativo si instaura una confusione semantica, che ha una preoccupante valenza politica. Perché i confini dello spazio etnico sloveno sembrano venire interpretati come una costante nei flussi e riflussi della storia, mentre i confini dello stato sloveno come una variabile. Questi ultimi possono venire addirittura rimossi come accadde pochi mesi fa. Mentre i primi rimangono ben presenti nelle aspirazioni della classe dirigente slovena.

E allora se si parla , come il testo del governo parla, di ”gran parte” è ovvia una domanda. Quali aree del Litorale non vennero ri-unificate alla Slovenia nel 1947? Cosa manca per il governo sloveno? Ognuno può sbizzarrirsi a rispondere secondo il livello di malizia di cui è vittima. Rimane il fatto che questo modo di presentare la propria storia nazionale da parte del governo sloveno non è esattamente quello che auspicavano i padri fondatori dell'integrazione europea. Forse i loro erano poco più di sogni. Ma sogni che hanno suggerito cosa fare e non fare per superare i conflitti nazionali e le loro premesse culturali. Se è questo l'obiettivo, essere i primi della classe a Bruxelles temo non sia sufficiente.

Paolo Segatti su "Il Piccolo"