16 lug – Il nazionalismo sloveno che non demorde

Dal sito www.diegozandel.it riportiamo la cronaca dello scrittore Diego Zandel, di famiglia esule e nato in un campo profughi, riferita ad una sua esperienza culturale personale vissuta in questi giorni. Segue un commento di Vincenzo Maria de Luca impostato sulla stessa linea.

 

Torno da una serie di letture svolte – insieme ad altri scrittori e poeti – in luoghi sparsi tra Duino, Trieste, il Carso, l’isontino.

Il pomeriggio del 5 luglio era prevista una visita alla casa del grande poeta sloveno Srecko Kosovel, morto poco più che ventenne nel 1926, a Tomai, in territorio sloveno. Con la direttrice del centro studi e della biblioteca, ci attendeva l’anziana signora Dragica (Carletta) e una giovane interprete. Era stata anche predisposta, gentilmente, una tavola imbandita di vino terrano, succhi di mela e di pomodoro, caffè, dolci tipici.

Fatto onore alla tavola, ci siamo predisposti ad ascoltare la direttrice del centro studi che, in sloveno, ha cominciato a illustrare l’opera di Kosovel, prontamente tradotta dalla interprete che rivelava comunque un italiano poco più che approssimativo. Subito dopo la parola è stata data alla signora Dragica, che si è messa a raccontare la storia e i ricordi della famiglia Kosovel. Anche lei in sloveno, ad ogni frase attendendo la traduzione in italiano a nostro beneficio. Solo che all’interprete capitava di sbagliare, e la signora Dragica, che rivelava così di conoscere l’italiano meglio dell’interprete, si affrettava a correggerla.

Perché, allora, non parlare direttamente in italiano?

Il messaggio era chiaro: qui siamo in Slovenia e si parla lo sloveno, anche se conosciamo l’italiano.

Subito dopo abbiamo riattraversato il confine per tornare in territorio italiano e visitare una tipica casa storica del Carso, a Repen (ex Rupingrande). Sull’aia di questa casa si sarebbero svolte le letture poetiche. Con sorpresa, scoprivo che, pur essendo Italia, sulle targhe e indicazioni varie, lo sloveno era posto prima dell’italiano (chiaro segno di deficit se non di sottomissione dello Stato italiano).

Quindi, tutti coloro che erano delegati alla nostra accoglienza – dalla responsabile della casa carsica, a un’artista che esponeva lì le sue opere pittoriche, a un poeta che si sarebbe unito a noi per le letture – anche se conoscevano perfettamente l’italiano, seguivano la pantomima di esprimersi prima in sloveno, procedendo poi alla traduzione di ciò che avevano detto.

E’ una prassi che, ho saputo, gli sloveni seguono sempre nei momenti ufficiali, raddoppiando così i tempi di tutte le cerimonie.

Il messaggio è chiaro: anche se qui è territorio italiano, noi siamo prima di tutto sloveni.   

La conferma, se ce ne fosse stato bisogno, è stata sottolineata dalla esibizione canora del coro locale: un gruppo di uomini in tradizionale costume carsolino diretto da una donna. Sono state quattro le canzoni folk del loro repertorio in lingua slovena. Molto belle.

L’ultima canzone però si è rivelato essere l’inno sloveno.

Ora, mi chiedo quale sarebbe stata la reazione se un gruppo di scrittori sloveni fossero andati in visita, in Istria, presso una comunità della minoranza italiana e un coro locale di lingua italiana, dopo canzoni come “La mula de Parenzo” oppure “No go le ciavi del porton” o “La viecia batana” avrebbero concluso con “Fratelli d’Italia”.

Come minimo sarebbe seguito un caso diplomatico.

Loro invece hanno ricevuto un lungo applauso.

Diego Zandel

 

Ricordo anni fa durante la stesura del mio primo libro "Foibe ,una tragedia annunciata" a Gabrovizza, dove mi recai a salutare un vecchio amico di Trieste, passando accanto al locale asilo nido, frequentato perlopiù da bimbi sloveni, mentre la bandiera italiana era arrotolata sul pennone, la slovena garriva allegramente. Protestando con la preside, spinto dall'entusiasmo di una personale crociata antislovena, mi veniva risposto che era colpa della bora. Risposi sorridendo ironicamente che si trattava evidentemente di un vento di bora molto selettivo se alimentava una sola bandiera e l'altra no.

Vincenzo Maria de Luca