16 dic – Menia: comprare casa in Croazia non ci risarcisce

Confida che gli piacerebbe regalare alla madre la casa, o almeno il pianerottolo, dov’è vissuta a Buie d’Istria, nonostante «sia immorale pagare per quello che ti è stato rubato». Ma gela i «facili» entusiasmi che l’apertura del mercato immobiliare in Croazia ha innescato: «Non cambia nulla, non per noi, non sotto il profilo morale». Roberto Menia, da sempre paladino degli esuli, non si smentisce. Nemmeno adesso che siede al governo.

Sottosegretario, dopo l’approvazione della legge croata sulla proprietà immobiliare, rispunta l’idea di un gesto politico di pacificazione tra Italia, Slovenia e Croazia. È favorevole?

Sono molto sospettoso: temo che un incontro tra i tre Capi di Stato diventi una parata e non risolva i problemi veri.

Quali?

Guardiamo in faccia la realtà: Slovenia e Croazia non ci hanno dato nulla, nemmeno un mattone. Non chiedo la restituzione dell’impossibile, ma un gesto di buona volontà: Lubiana non l’ha fatto e Zagabria, almeno sinora, nemmeno.

Ha approvato la legge sull’apertura del mercato immobiliare.

Un atto dovuto, speculare a quello che ha già fatto Lubiana, per entrare in Europa. E comunque, prima di farlo, la Croazia ha venduto tutto ai tedeschi e agli austriaci… Ribadisco: quella legge cambia poco o nulla sotto il profilo dei rapporti bilaterali o, perlomeno, della questione morale.

Lo dicono anche gli esuli.

Hanno ragione. Se ci cacciassero da casa nostra e, 40 o 50 anni dopo, ci dicessero che adesso possiamo venire a comprarcela, noi che diremmo?

Come se ne esce?

Chissà, se almeno l’indennizzo fosse equo, uno potrebbe ricomprarsi la casa che gli hanno rubato. Non sarebbe morale, lo so, ma almeno ci sarebbe una ritrovata presenza italiana in Istria, anziché la costante regressione cui siamo costretti ad assistere. La mia battaglia, quella che non smetterò mai di fare, è proprio questa: riconquistare la nostra storia, la nostra cultura, la nostra lingua. Eravamo maggioranza, siamo una sparuta minoranza. Ma non vediamo quello che succede ancora?

E cioé?

Non vediamo la vergogna delle tombe italiane non tutelate nei cimiteri sloveni o l’assurdità dei libri di testo italiani bloccati per assenza di visto croato, mentre noi trasformiamo Fiume in Rijeka e Ragusa in Dubrovnik per non ferire qualcuno?

Un gesto di pacificazione non può aiutare?

A chi? A cosa? Temo semmai che si trasformi in una sorta di mea culpa italiano sbagliato, inutile, antistorico. Ricordo sin troppo bene che Riccardo Illy si dava molto da fare per organizzare un «tour» dei Capi di Stato che mettesse insieme le Foibe, il monumento ai fucilati di Basovizza che io definii terroristi, e Gonars. Incomprensibile. Non siamo noi a dover chiedere scusa. Noi siamo quelli che sono stati cacciati: questa è la verità storica. E la Croazia e la Slovenia, Paesi giovani e fortemente nazionalisti, da allora non ci hanno dato niente. Lo ribadisco, devono essere loro a fare un gesto di buona volontà.

(fonte Roberta Giani su "Il Piccolo")