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13 set – Ballarin: in ANVGD l’energia degli Esuli di 2° generazione

Intervista ad Antonio Ballarin, consigliere nazionale ANVGD, apparsa su "La Voce del Popolo" (13 set 2008), quotidiano della minoranza italiana in Croazia e Slovenia. L'intervista è a cura del giornalista Mariano Cherubini.

 

In seno all’ANVGD c’è nuova energia e arriva dagli esuli di seconda generazione

In occasione della sua recente permanenza a Lussinpiccolo, abbiamo colto l’occasione per intervistare il dottor Antonio Ballarin, consigliere nazionale in seno all’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, la prima associazione a carattere nazionale, nata nel 1947, con lo scopo di raccordare e organizzare le decine di migliaia di profughi – italiani autoctoni – esuli dai territori della Venezia Giulia e della Dalmazia. Le iniziative dell’Associazione hanno portato nel corso degli anni un contributo determinante nel campo dei provvedimenti legislativi adottati dal Parlamento italiano per risolvere i problemi dell’esodo giuliano-dalmata, dalle leggi per l’edilizia popolare a quelle per l’indennizzo dei beni abbandonati. L’ANVGD ha oggi 36 Comitati provinciali e 12 delegazioni operanti in sedici regioni italiane e conta oltre ottomila iscritti. Mantiene sempre più frequentemente anche i contatti con l’Unione Italiana.

Dottor Ballarin, approfittiamo della sua disponibilità e della sua presenza qui sull’isola di Lussino, per avere uno scambio di idee e conoscere le sue opinioni su alcuni temi che stanno a cuore sia agli esuli che ai rimasti. Lei da un anno è stato eletto consigliere nazionale nell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, in qualche modo rappresenta un elemento di continuità della storia di quest’associazione, poiché ha anche lei vissuto il dramma dell’esodo da queste terre in maniera indiretta. Cosa l’ha spinta ad impegnarsi in prima persona a favore della causa Giuliano-Dalmata?

“Innanzitutto non è vero che la vicenda dell’esodo l’abbia vissuta in ‘maniera indiretta’. Sì, mi definisco ‘profugo di seconda generazione’, poiché ho vivo nella mia coscienza il concetto di radice, di appartenenza. I miei genitori sono infatti entrambi di Lussingrande, così come lo sono i miei nonni e i miei bisnonni. Io sono nato nel 1959 nel campo profughi di Roma, al Villaggio Giuliano-Dalmata. I miei genitori mi hanno condotto per la prima volta su quest’isola già un anno dopo, nel 1960, quando avevo appena sei mesi, non appena si sono riaperte le frontiere tra l’Italia e l’allora Jugoslavia. La mia lingua madre è il dialetto lussignano, ovvero, l’istro-veneto. Lo parlo da sempre ed è la lingua che ho insegnato, insieme agli usi, ai costumi, alle tradizioni e alle storie ed ai luoghi della mia terra, ai miei tre figli. La mia vita è stata comunque segnata dall’esodo dei miei genitori Ne ho ovviamente subito le dirette conseguenze. Per quanto uno si possa integrare infatti in una comunità diversa da quella delle origini della sua famiglia, non è possibile rimuovere le diversità che caratterizzano la propria esistenza e che sono originate proprio da vicende dolorose, come il distacco e l’abbandono, la perdita degli affetti e dei beni materiali che incarnavano, a loro volta, una storia meravigliosa”.

“Viviamo in società multietnica. Ognuno di noi ha qualche parente in America, in Canada o in Australia, ed è sotto agli occhi di tutti come, in quelle realtà, i differenti gruppi si fondino e partecipino civilmente allo sviluppo di quelle realtà sociali. La stessa Italia oggidì vive costantemente a strerro contatto con comunità provenienti da diversi Paesi. Tutti questi gruppi, pur vivendo un’unica realtà, curano o sono alla costante ricerca, delle loro radici. La comunità afro-americana, alla fine degli anni ’70 celebrava un best-seller, Roots, di Alex Haley, teso a risvegliare una coscienza dell’appartenenza. Cito questo caso per sottolineare come la cultura occidentale non dia assolutamente per scontata la questione della memoria. Certo, fermarsi soltanto al ricordo non fa progredire nessuno. Anzi, diventa uno sterile rimpianto delle cose di una volta. Ma c’è anche estremo bisogno di prospettive future, di progettualità, di sviluppo morale ed economico. Insomma, di progresso, di rinnovamento. Poiché amo questa terra in maniera viscerale, il mio impegno in una struttura così diffusa sul territorio qual è l’ANVGD, che raduna gente come me nella memoria attiva e non nel semplice ricordo della nostra storia, essere attivo in ambito ad essa mi sembrava una logica conseguenza”.

Ci può dire qualcosa di più sulla situazione attuale in seno all’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia. Alcuni sostengono che ultimamente sia attraversata da una sorta di malessere interiore.

”L'Associazione è stata fondata nel 1947 e, come si spiega anche sul sito ufficiale in Internet di questa, che tutti possono consultare all’indirizzo www.anvgd.it, è la maggiore rappresentante sul territorio nazionale degli italiani esuli dall'Istria, da Fiume e dalla Dalmazia. Uno dei compiti primari, condotto con successo dalla nostra Associazione, è costituito dalla paziente opera che fa e che è tesa a divulgare a tutti una pagina di storia italiana completamente dimenticata e a volte, peggio, anche negata. In buona sostanza la spesso mal tollerata presenza degli esuli in più di cento campi profughi sparpagliati per tutta Italia, ha creato le comunità provinciali dell’Associazione. Un evento sorprendente registrato a nostro favore in questi anni, è stato il fatto che tali comunità, anziché diluirsi e perdere forza come era nelle intenzioni dei governanti dell’epoca, si sono comportante un po’ come fa il lievito con il pane e sono cresciute e si sono impegnate per la rinascita di un positivo senso di appartenenza e di italianità, largamente in disuso, se non a volte anche deriso, nella stessa Italia. Quando ero piccolo sentivo in famiglia i discorsi dei grandi che spesso sostenevano di vergognarsi o si dicevano addirittura imbarazzati dall’essere italiani, soprattutto nei discorsi con gli stranieri. Invece, a poco a poco, in maniera graduale e garbata, senza richiami a eventi passati e dolorosi, ho visto rinascere in me un amore per l’identità italiana che a volte sfiora la sofferenza. In questo contesto la vicenda del popolo Giuliano-Dalmata ha contribuito in maniera significativa ad una simile rinascita. Dunque, sta riaffiorando in generale non solo la nostra vicenda umana ma, con essa, un sentimento di affetto per la propria patria, per la bandiera, per la storia intera di una nazione complessa e geniale come la nostra. Ovviamente nel corso degli anni l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia ha costituito un elemento di riferimento per migliaia di vicende personali, per innumerevoli casi in cui i nostri esuli si ritrovavano in difficoltà. Ci si impegnava in ogni modo per aiutarli e indirizzarli. Le opere e le attività svolte in questi decenni sono state molte, tutte tese alla tutela di persone segnate profondamente dalla sofferenza per il distacco. Ritornando alla domanda che mi è stata rivolta, personalmente non vedo alcun malessere all’interno dell’Associazione ma, piuttosto, l’emergere di una nuova energia che vede persone come me, di ‘seconda generazione’ appunto, impegnarsi attivamente per le finalità che l’Associazione è chiamata a svolgere. Come già ho accennato, il ricordo fine a se stesso non costruisce nulla di nuovo. Ora che importanti traguardi sono stati raggiunti, con fatica e tenacia e schivando ostacoli che hanno costantemente segnato sessant’anni di storia, è giunto il momento di fare un ulteriore passo in avanti e di instaurare forme di collaborazione serrate tra esuli e rimasti, ovvero tra quel popolo proveniente e discendente da queste terre ed ora residente in Italia o altrove nel mondo e quanti discendono da quel gruppo etnico e ancora risiedono, come popolazione autoctona, in Istria e in Dalmazia. La cura attenta delle associazioni degli esuli e lo stabile dialogo e la collaborazione con le Comunità degli Italiani presenti in Slovenia e in Croazia e con gli italiani che si dichiarano tali in Montenegro, ci permetterà con l’andar del tempo il conseguimento di altri sfidanti obiettivi”.

A quali obiettivi si riferisce?

”C’è da dire che la storia delle nostre terre è ancora troppo poco nota al resto degli italiani. Ad esempio, vicende come la strage di Vergarolla, di cui recentemente ricorreva il 62° anniversario, sono ben conosciute a tutti noi, ma in Italia tra chi non è esule, non se ne sa nulla o molto poco. Si crede che l’attentato del 2 agosto del 1980 alla stazione di Bologna sia stato il più grande massacro terroristico avvenuto nella storia dell’Italia contemporanea e nemmeno si conosce il fatto che Pola era italiana fino al 1947. Occorre dunque continuare con l’opera di diffusione delle nostre vicende e della nostra cultura in un’Italia che ci considera come una nullità, mentre per le comunità italiane che vivono qui, parlare il dialetto istro-veneto ha costituito quasi un elemento di discriminazione. Per molti versi è una situazione paradossale. Per chi dovrebbe condividere con te una storia ed una cultura, quasi non esisti e per chi è estraneo a tale storia e a tale cultura, costituisci un’improbabile minaccia. Tutto ciò è segno di una grande debolezza della nostra intera comunità. E sono convinto che qualcuno, in tale debolezza, trovi giovamento. Nonostante tutte le contraddizioni che la nostra gente porta con sé, ciò che mi ha stupito è comunque osservare tra chi è rimasto a vivere nelle nostre terre d’origine, il risveglio di un’identità nonostante sessant’anni di sproporzionata reazione tesa a cancellare ogni sorta di italianità in queste terre. A tale proposito, la cosa più ridicola che ho potuto osservare tra le mille storpiature della storia perpetrate ad esempio dai libri ufficiali, e che si potrebbero citare, è la slavizzazione non tanto dei cognomi, quanto di nomi personali… Una Giovannina che è diventata Jovanka, un Antonio tramutato in Anton, un’Elena in Jelena, e via di questo passo Tutto sommato quando un regime si attacca a certi espedienti è evidente che non ha molti argomenti di maggior valore da proporre. Nonostante ciò, dicevo, mi sembra stupefacente vedere come oggi dei ragazzini dell’età dei miei figli parlino il dialetto e studino l’italiano. Onestamente non credo sia per puro calcolo di convenienza, magari è indotto anche dalla presenza turistica o da eventuali possibili agevolazioni nella ricerca di un lavoro: in fin dei conti per chi parla l’italiano è un po’ come stare già dentro alla Comunità Europea. Ma io credo, piuttosto, che l’attaccamento alle proprie radici sia un tema transnazionale sentito e più percepito dalle nuove generazioni e, pertanto, anche positivamente riconosciuto nelle nostre terre cosi bisognose di pace, di cultura e di prosperità. Sentire qui a Lussinpiccolo ad esempio la Santa Messa celebrata in lingua italiana, in cui le letture vengono condotte in perfetto italiano da ministranti locali, che forse non sono nemmeno iscritti alla Comunità, oppure, ascoltare ragazzi che discutono tra loro e con gente anziani in dialetto, danno il polso ad una situazione che non può che rallegrarci e che va aiutata”.

Lei osservava il fatto che la convivenza tra etnie spesso non è e non è stata cosi semplice. I graffiti comparsi recentemente a Parenzo hanno suscitato scalpore e polemiche ed hanno fatto discutere molto le persone. Qual è il suo pensiero in proposito?

”Alcuni editorialisti della Voce del Popolo, di cui condivido pienamente il pensiero, osservavano che gli autori di tali scritte difficilmente potevano essere del luogo. In ogni caso costituiscono una provocazione a tutti gli effetti. Personalmente credo che in casi simili non sia opportuno scatenare accesi dibattiti e sterili polemiche per un fatto banale e di così poco conto. Certo è anche vero che la brace cova sempre sotto la cenere, che sentimenti di rabbia repressi ora da una parte ora da un’altra, sono sempre esistiti e sono sempre in agguato. Ma è soltanto con metodi civiltà e con valori veri e concerti che si possono vincere certe battaglie. Scritte analoghe di carattere opposto e, quindi, altrettante provocazioni, sono un continuo ripetersi nei dintorni di Trieste. Graffiti spesso maliziosamente trasparenti ma visibili la notte sui cartelli stradali in territorio italiano che annunciano sotto l’indicazione dei nomi di certe località l’appartenenza alla ‘Slovenija’ sono sotto gli occhi di tutti. Così come i graffiti ‘Forza Fiume’ sono un chiaro sostegno alla squadra di calcio del Rijeka. Che dire? Sono delle idiozie distanti anni luce da quel dialogo e da quella convivenza che rappresentano patrimonio acquisito e registrato nel DNA delle nostre genti a prescindere dalle etnie di appartenenza. Sono dunque scritte provocatorie che sembrano architettate ad arte per creare fratture e rispolverare inutili inimicizie. Le autorità, più che colpire gli autori di queste ragazzate, dovrebbero andare alla radice del problema e, semmai, chiedersi perché ancora oggi avvengono provocazioni simili. Ciò che mi chiedo io è: ma le autorità vogliono davvero andare a fondo di questo problema? In tal senso, è da notare che la legge sul rispetto delle differenti etnie adottata in Italia, in particolare per la minoranza di lingua tedesca e ladina in Trentino ed Alto Adige, nonché slovena in Friuli Venezia Giulia è stata presa ad esempio dalle Nazioni Unite come modello per la tutela ed il rispetto delle minoranze. Parlando, dunque, di obiettivi sfidanti ma ragionevoli, uno di questi è certamente l’adozione del bilinguismo integrale in tutti quei comuni dove sia presente una comunità italiana numericamente consistente o storicamente valida, allo stesso modo in cui, a mio avviso giustamente, fa l’Italia in favore delle altre minoranze. Credo che su questo piano di ricerca della giustizia e delle forme di convivenza civile, esista sempre lo spazio per attuare quanto ci suggeriva il nostro grande e compianto papa Giovanni Paolo II ai tempi in cui i conflitti erano di tutt’altra natura. C’è sempre spazio per un’onorevole mediazione, c’è sempre tempo per la speranza”.

Mariano L. Cherubini

 

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