08 ago – Noi indaghiamo, gli slavi no

In un articolo a firma di Dino Messina apparso sul Corriere della Sera del 7 agosto, vengono rievocati i crimini italiani nei territori occupati durante il secondo conflitto mondiale. Vi proponiamo uno stralcio, relativo ad un procedimento avviato alla fine degli anni '40 che intendeva mettere a giudizio i militari italiani che si erano resi responsabili di crimini che andavano oltre le "normali" attività belliche.

 

Il procedimento si concluse il 30 luglio 1951 con una sentenza del giudice istruttore militare. Questi stabilì che non si doveva procedere nei confronti di tutti gli imputati, perché non esistevano le condizioni per rispettare il principio di reciprocità fissato dall'articolo 165 del Codice penale militare di guerra». Secondo tale norma, un militare che aveva commesso reati in territori occupati poteva essere processato a patto che si garantisse un eguale trattamento verso i responsabili di reati commessi in quella nazione ai danni di italiani. Vale a dire, per esempio: noi processiamo i nostri militari colpevoli, voi jugoslavi condannate i responsabili delle uccisioni nelle foibe. L'articolo 165, continua Intelisano, è stato riformato, con l'abolizione della clausola di reciprocità, nel 2002. «Così quando, grazie a libri come Si ammazza troppo poco di Gianni Oliva e Italiani senza onore di Costantino Di Sante, o a trasmissioni televisive e articoli che denunciavano la strage di 150 civili uccisi per rappresaglia da militari italiani il 16 febbraio 1943 a Domenikon, in Tessaglia, si è imposto all'attenzione il problema del comportamento delle nostre truppe, ho deciso di aprire un'inchiesta. Per il momento "contro ignoti" perché noi magistrati, a differenza degli storici, non possiamo processare i morti».

 

Quindi dal 2002 in Italia è possibile mettere sotto processo i militari anche se dall'altra parte ciò non viene fatto.

Di una cosa possiamo star certi: se dobbiamo aspettare che nella ex Jugoslavia qualcuno indaghi sui crimini contro gli italiani, allora dovremo aspettare parecchio e probabilmente inutilmente. Potete infatti facilmente immaginare quali interessi siano in gioco.

La moralità è una questione di cultura: la cultura della democrazia non è di tutti.