Ne “Il Piccolo” di domenica 31 agosto il prof. Giampaolo Valdevit sostiene una tesi assolutamente condivisibile sul diritto degli storici di rifiutare le versioni ufficiali delle interpretazioni storiche concordate tra gli stati protagonisti di guerre, scontri e pulizie etniche e di lasciare al libero dibattito tra studiosi il compito di trovare una sintesi delle diverse interpretazioni degli avvenimenti.
Desta, invece, perplessità la sua tesi, peraltro solo accennata, secondo la quale “si volle fare dei morti negli incidenti del novembre 1953, i nuovi martiri dell’italianità (con tanto di medaglie e targhe commemorative)”
Vero, è, che nel 2003, in occasione del 50° anniversario dei fatti, si è svolto un ampio ed articolato dibattito tra i numerosi protagonisti degli avvenimenti e storici del periodo appartenenti alle più disperate scuole di pensiero che hanno scritto una significativa pagina di storia condivisa che è stata recepita dallo Stato italiano (e non viceversa!) con il solenne conferimento della Medaglia d’Oro ai 6 Caduti, chiesto ed ottenuto dalla Lega Nazionale. La motivazione è stata resa pubblica dal Ministro Gasparri nella cerimonia tenutasi in Piazza dell’Unità d’Italia con la quale la Repubblica italiana ha riconosciuto ai Caduti ed ai protagonisti dell’insurrezione del ’53 il merito di essere stati i protagonisti del ritorno di Trieste alla Madrepatria.
Mi sorprende apprendere dal prof. Valdevit che “qualcuno volle quelle morti” e sarebbe interessante conoscere nomi e circostanze di questo complotto che non è mai affiorato nei numerosi dibattiti che precedettero e seguirono le celebrazioni, ai quali ho partecipato in qualità di Segretario generale nella Giunta di Intesa studentesca del 1953, che si assunse la responsabilità di indire le manifestazioni di protesta. Sono state date alla stampa numerose pubblicazioni alle quali ho creduto necessario dare il mio contributo di giovane protagonista degli avvenimenti e, poi, di anziano interprete della politica del tempo, ormai consegnata alla Storia.
In questa veste ho contribuito a portare alla luce gli elementi che ho raccolto in questo mezzo secolo, senza mai dimenticare il Sacrificio di quanti caddero ma anche senza omettere nulla di scomodo.
Mi pare di poter dire che tutti, finora, hanno concordato su questi punti:
1. Le truppe anglo-americane non avevano nel 1953 alcuna intenzione di lasciare Trieste;
2. L’irragionevole uso delle armi da fuoco per reprimere una pacifica e inoffensiva manifestazione studentesca costituisce la riprova che i militari alleati volevano mantenere una testa di ponte ed una base navale tra l’Italia e il Balcani;
3. A Trieste tutti avvertivano negli anni ’50 il pericolo di una possibile infiltrazione di partigiani jugoslavi, con conseguenza analoghe che abbiamo visto nella guerra civile jugoslava degli annii ’90 e che ancor’oggi si verificano oggi in Georgia;
4. Il Governo militare alleato ha riconosciuto che le sue truppe e la Polizia civile non erano in grado di far fronte a questa eventualità, come risulta dal Diario pubblicato dall’on. Paolo Emilio Taviani, allora Ministro degli interni, che inviò armi a Trieste con il consenso dell’intelligence anglo-americana.
Questi sono elementi che risultano universalmente accolti in tutti di dibattiti e nelle pubblicazioni sui fatti del 53, compreso il bel libro, fresco di stampa, del Comune di Trieste edito a cura del prof. Giuseppe Parlato, Rettore dell’Università San Pio V di Roma, con il titolo “L’insurrezione di Trieste ’50 anni dopo”. Se il prof. Valdevit è a conoscenza di fatti, finora ignorati o sottovalutati, sono pronto a confrontarmi pubblicamente con lui e sono certo che anche gli altri protagonisti e studiosi che hanno finora parlato e scritto sull’argomento, abbiano analoga disponibilità.
On. Renzo de' Vidovich
