01 ott – Il discorso di Toth al Raduno dei Dalmati

NOI OGGI: DALMAZIA  ITALIA  ED EUROPA ORIENTALE
Raduno Dalmati Italiani, Rimini-Bellaria 28 settembre 2008

di Lucio Toth

  Cominciamo dalla Georgia. Voi mi direte: che c’entra la Georgia di oggi con la Dalmazia di ieri e dell’altro ieri? E invece c’entra. Non sono soltanto i Balcani ad essere legati alla storia d’Europa, passata e futura, ma anche la regione caucasica che dell’Europa geografica fa parte. C’entra perché gli avvenimenti della scorsa estate  – le provocazioni, le rappresaglie, i massacri, le pulizie etniche e gli esodi – rientrano esattamente nello stesso fenomeno per cui si sono verificati i massacri in Dalmazia nel 1943-44, le Foibe della Venezia Giulia, gli esodi, le reciproche accuse, le crisi italo-iugoslave degli anni successivi.
    Le stesse cause geo-etniche, le stesse motivazioni, lo stesso scontro tra politiche di potenza. E allora ci accorgiamo che gli avvenimenti che hanno animato e sconvolto la vita di tre generazioni di dalmati non sono un esito ritardato del Risorgimento (la Redenzione del 1918 e l’impresa dannunziana di Fiume) e neanche un capitolo negletto della II seconda guerra mondiale e della Resistenza, o della Guerra Fredda tra democrazie occidentali e blocco comunista.
   Sono un capitolo tra i tanti di un processo iniziato verso la fine del Settecento e non ancora concluso: la scoperta dell’idea di nazione e le conseguenti guerre d’indipendenza dei popoli per raggiungere la dignità di stati sovrani.
   Forse è un processo sbagliato alla radice, frutto dell’illuminismo e del romanticismo: sarebbe stato meglio tenere il mondo occidentale come era prima delle Rivoluzioni americana e francese? O almeno conservare gli equilibri del Congresso di Vienna del 1815: grandi imperi plurinazionali al cui interno popoli di lingua e religione diverse convivevano più o meno pacificamente?
   Ma così non è stato. Il nazionalismo è diventato il credo politico dell’Ottocento e del Novecento e con esso il principio di indipendenza nazionale. Non importa quando venga realizzato lo stato-nazione che si desidera: Italia, Grecia, Polonia, Montenegro o Georgia. Il fatto essenziale è la pretesa dei popoli di autogovernarsi e di riconoscersi in un ordinamento statale che sia il riflesso della loro identità antropologica: lingua, costumi, religione, architettura, poesia, arti, musica, piatti da cucinare a natale e a pasqua.
   E’ questa la radice ideologica del nazionalismo. Che ha avuto i suoi effetti collaterali negativi (due secoli di guerre e di reciproci odii), ma che ancora oggi muove la dinamica degli eventi.
   Certamente ci sono anche i conflitti egemonici di natura militare, coloniale, economica: carbone e ferro tra Francia e Germania dal 1870 al 1945; dominio degli Stretti tra stati europei, Russia e Turchia nell’Ottocento; controllo dell’Adriatico tra Austria e Italia dal 1861 al 1918; del Mediterraneo tra Francia, Italia e Inghilterra dal 1880 al 1943; oggi il petrolio tra Stati Uniti, Unione Europea e Russia.
    Ma al di sotto di queste ragioni dei Grandi si muovono le piccole ragioni della gente. E’ vero: la Georgia sarebbe ancora una repubblica federata dell’URSS se gli USA non avessero vinto la Guerra fredda. E la Croazia sarebbe ancora una regione dinastica degli Asburgo se l’Intesa non avesse vinto la prima guerra mondiale. Sta di fatto però che croati e georgiani l’indipendenza la volevano. E per raggiungerla erano pronti a sacrificare interessi economici e vite umane.

    Come abbiamo fatto noi, italiani della Dalmazia, che abbiamo anteposto la nostra identità di latini e di veneti ai nostri interessi materiali e al nostro «quieto vivere».
   E’ vero che eravamo una pedina nel gioco europeo sia alla fine dell’Ottocento che nella prima metà del Novecento. Una pedina che l’Italia ha sempre giocato male fino a perderla definitivamente.
   Ma potevamo sempre adattarci, fare di necessità virtù: piegarci alle esigenze di potenza dell’Austria-Ungheria, che voleva sicura la sponda orientale adriatica, farci slavizzare lentamente senza opporre resistenza per non costituire un problema per nessuno: nè per il vecchio impero austriaco nè per la nuova Italia del 1860 – che di noi sostanzialmente se ne infischiava – nè per la Iugoslavia del 1920.
   Rinunciavamo ad esistere come italiani di Dalmazia e tutto sarebbe andato a posto. Niente «patrioti» imprigionati dalla polizia austriaca per le loro idee di libertà e filo-italiane; niente volontari nell’esercito e nella marina italiani durante il Risorgimento e la prima guerra mondiale. Niente Nazari Sauro e Franceschi Rismondo.  Niente tricolori bianco rosso e verdi sulle nostre rive il 4 novembre del 1918. E poi, vent’anni dopo, bastava gridare «Zivio Tito! ». Niente bombardamenti aerei, niente massacri sotto i muri del cimitero e affogamenti nel nostro Canale, niente gulag a Stara Gradiska e a Borovnica, nientre campi-profughi sbeffeggiati dagli antifascisti doc. Saremmo ancora tutti lì, nelle nostre case della Riva Nuova e di calle Santa Maria (pardon: Obala Krešimira e Ulica Sveti Marija), a parlare in croato, oggi tranquilli e beati cittadini di Zadar (Hrvatska).
   Perchè siamo stati così deficienti da sfidare il destino?
   E’ da questa sfida che nasce il nostro diritto di essere presenti nella vita di questo Paese. Di non farci dimenticare.
   Perchè la nostra esperienza storica è un valore aggiunto per la cultura politica del nostro Paese, un insegnamento per comprendere e gestire il presente senza illusioni.
   Noi esuli adriatici abbiamo coltivato per decenni la legittima illusione di poter fare ritorno nelle nostre case, sogno che come quasi tutti gli altri profughi non abbiamo visto realizzato.
   Allo stesso modo ci veniva  detto e raccontato – anche solo per far tacere le nostre voci – che la nuova Europa si sarebbe fatta sul diritto e non più sulla forza, sulla collaborazione tra i popoli e non più sullo scontro tra potenze e civiltà. Si disse che con la caduta del Muro di Berlino e l’allargamento dell’Unione Europea sarebbe sorta un’Europa senza conflitti etnici, perchè le ideologie totalitarie erano morte e la democrazia aveva trionfato. La storia era finita. Ci mettessimo il cuore in pace…, ecc.ecc.
   Poi invece sono scoppiati i conflitti etnici nella ex-Iugoslavia e nel Caucaso. E’ arrivato l’11 settembre del 2001 e la minaccia di uno scontro di civiltà con l’Islam integralista. E adesso, nell’agosto 2008, ci si è accorti che la politica di potenza non è morta affatto con la fine delle ideologie totalitarie. Oggi la forza torna a trionfare sul diritto. Dal Kossovo all’Ossezia non sono i trattati internazionali a determinare gli eventi. Ma la forza delle armi e la lotta per le risorse energetiche.
   L’UE dimostra tutta la sua debolezza perché voleva credere che la forza militare non servisse più e che bastasse la concorrenza del libero mercato. Ora si vede bene che non è così. Che gli Stati hanno ancora e sempre nelle loro mani il destino dei popoli. E i più deboli economicamente o militarmente soccombono per legge di natura. E se siamo stati cacciati dalla nostra Dalmazia non è perchè chi ci ha cacciato fosse dalla parte della ragione e noi dalla parte sbagliata. Ma perchè loro si sono trovati dalla parte dei più forti e le democrazie occidentali hanno voluto punire l’Italia, da vincitori e non da alleati, preferendo all’Italia democratica di De Gasperi la Iugoslavia comunista di Tito.
   La sinistra europea è oggi in difficoltà perché il buonismo su cui si fondava la sua visione politica nell’ultimo ventennio si è rivelato inadeguato a fronteggiare realtà nuove e inaspettate.
   In un rivolgimento così profondo come quello di quest’anno a cosa può servire la nostra povera e piccola esperienza di italiani della Dalmazia, quasi cancellati dalla geografia dei luoghi dove eravamo stati saldi per millenni, come fortezze nelle tempeste?
   Eppure alla nostra piccola storia si sono dedicati storici amici, come Luciano Monzali ed altri, che con lo studio e la ricerca hanno aiutato anche noi a capire chi siamo e ad uscire dai luoghi comuni di propagande contrapposte. Anche altre ricerche serie come quelle di Coordinamento Adriatico, della Società Studi Fiumani, della Fondazione Rustia Traine e delle Società Dalmate di Storia Patria hanno accresciuto in questi anni le nostre conoscenze.
  
   C’è una costante nalla storia della costa dalmata. Missoni con la sua spavalderia marinara e genialità di artista ci chiama «i fratelli della costa». E c’è un’intuizione felice in questa espressione. La costante della nostra storia è la presenza di piccole città prospere e aperte al resto del mondo, arroccate sui promontori e sulle isole, permeate di civiltà e di cultura, in perenne antitesi con un retroterra aspro e severo, impermeabile alle influenze esterne e geloso di conservare i suoi legami tribali.
    Ernst Jünger, che ha viaggiato a lungo in Dalmazia, ha ambientato il suo romanzo più bello «Le bianche scogliere di marmo» proprio sulla nostra costa. Il fascino della narrazione sta tutto nel contrasto netto, come la luce nitida delle nostre città mediterranee, tra una civiltà marinara e solare, fondata sulle arti e sul culto della legge, e una cultura barbarica fatta di boschi e di superstizioni.
   Non è detto che la cultura barbarica – come scoprì Giambattista Vico – sia sempre negativa. Può essere meglio di una cultura decadente. Tra le due culture si può stabilire una simbiosi, perchè a volte è la cultura dell’entroterra ad essere autoctona, come nel caso delle colonie greche e latine; altre volte è la cultura delle città costiere ad essere la più antica e radicata sul territorio, che più o meno gradualmente si popola di genti nuove, come è avvenuto nell’alto Medioevo. Ed è questa simbiosi continua ad impedire la decadenza della cultura più antica, che si rinnova e riacquista vigore con gli apporti dell’entroterra e di oltremare.
   Questa situazione si è ripetuta con corsi e ricorsi in più epoche della storia, dalle prime città liburniche alle colonie greche della costa orientale adriatica (Traù, Curzola, Epidauro), alle colonie latine ed italiche dell’età repubblicana romana, ai municipi bizantini dell’Alto Medioevo fino al liberi Comuni del Duecento e del Trecento, passati dal dalmatico al veneto nel Rinascimento e nell’età moderna.                     
   E’ il mondo che noi, zaratini e dalmati che siamo qui, abbiamo conosciuto ancora con i nostri sensi. Oltre alla Spianada e a Cereria cominciava un mondo diverso, non ostile nè odiato, ma di cui – diciamolo sinceramente – avevamo paura. Come gli abitanti della città nel romanzo di Jünger temevano gli abitanti delle foreste ai confini della «polis». E come in quel racconto anche noi abbiamo vissuto la distruzione di questa «polis» e il trionfo dei barbari.
   Perché questo è stato l’ingresso dei partigiani comunisti da Porta Terraferma nell’ottobre del 1944. L’arrivo dei Barbari ! Come ad Adrianopoli nel IV secolo, ditrutta dai Goti, come ad Aquileia un secolo dopo, distrutta dagli Unni, come a Salona al principio del secolo VII, distrutta dagli Avari. La stessa identica storia: una  «civitas»  assediata, una foresta di barbarie incombente.
   E’ lecito pensare che la barbarie non venisse dall’essere slavi i nostri invasori, ma soprattutto dall’essere comunisti. O da un misto di ideologia marxista e di intolleranza etnica. Sta di fatto che questa barbarie veniva da fuori e ne hanno fatto le spese tutti i dalmati, di qualsiasi nazionalità. A sentire certi discorsi sui «territori etnici» che circolano ancora oggi oltre-Adriatico, viene il sospetto che questa filosofia etnico-centrica non sia finita, che si creda ancora che sia il dato materiale, la razza il segno distintivo dei popoli e non la loro cultura e le loro leggi, come ha insegnato al mondo la civiltà latina.
   Oggi i croati che vivono nelle nostre città, insieme agli italiani che vi sono rimasti, cominciano a intravedere questa realtà nascosta, questa filigrana di storia che emerge sottopelle, sotto la scorza delle apparenze imposte dalle ideologie nazionaliste e politiche.
   Perché l’ondata che ha sommerso la residua italianità delle città dalmate a metà del Novecento ha soffocato anche la cultura e la tradizione di quelle stesse città, nella loro essenza più profonda, che va al di là dell’essere state italiane e venete, e che si sostanzia semplicemnete nell’essere sentinelle di civiltà e di libertà contro l’ottusità della massificazione barbarica portata da ogni totalitarismo. Le radici religiose di questa civiltà aiutano anch’esse a capire quello che è successo nei secoli. Non è stata la conversione degli slavi operata dai missionari macedoni Cirillo e Metodio a portare il cristianesimo in Dalmazia, ma i discepoli di Gesù, i compagni di San Pietro e di San Paolo, come si legge nelle Epistole paoline. Un salto di secoli separa le diocesi di Zara e di Salona da quelle della Pannonia. Come un salto di secoli ha sempre distinto l’al di qua dall’al di là delle Dinariche.
    Di questa realtà dobbiamo prendere atto noi, esuli italiani, per lasciarci alle spalle rivendicazioni di pura matrice nazionalista.  Ma ne devono predere atto soprattuttoi croati che vivono nelle terre dove vivevamo insieme e anche quelli che vivono oltre  le Dinariche.
   Se oggi essi si sentono parte dell’Europa e dell’Occidente, se questa appartenenza fa aggio sulla loro stessa slavità, se rifiutano ogni commmistione con il Sud balcanico, a che cosa altro si agganciano, si ancorano, se non alla latinità, alla occidentalità delle nostre città, della nostra Dalmazia? Da dove traggono la linfa delle loro radici di civiltà se non dalla nostra costa, quell’orlo di toga romana, come la chiamava Gabriele d’Annunzio?
  All’Europa carolingia – risponde qualcuno. E’ difficile pensare che pochi anni di adesione all’impero di Carlo Magno (805-812 D.C.) valgano più di secoli (dal VI al XII) di appartenenza politica e culturale all’impero bizantino, di cui Venezia fu erede in Adriatico. E proprio in questo legame all’impero d’Oriente, non di vassallaggio feudale ma di continuità giuridica e artistica, sta la differenza di fondo tra la Croazia vera e la Dalmazia. E perché mai gli architetti di San Donato avrebbero dovuto ispirarsi alla Cappella Palatina di Aquisgrana – come si legge nelle guide di adesso – quando frequentavano a ogni luna la vicina Ravenna, Grado, Parenzo e Torcello e tenevano fondaci a Costantinopoli, dove c’erano San Vitale e Santa Sofia, che erano poi i modelli dei costruttori di Aquisgrana?
     Ci accorgiamo allora che le parole di Tommaseo, di Baiamonti, di Ghiglianovich, di Dudan, appassionate e serene, che riconoscevano la pluralità della nostra terra, conservano la loro attualità. Non è un mondo che muore quello che essi piangono nei loro discorsi. Certo erano consapevoli della tempesta che si stava avvicinando – quando fascismo e comunismo ancora non si dividevano l’Europa – ma quello che essi rivendicavano in faccia ai conterranei croati e serbi era la cultura comune che, cancellati noi, sarebbe andata perduta.
   Ed è questo il compito più arduo e affascinante che abbiamo davanti, noi e i giovani che avranno l’ardire e lo spirito di avventura culturale per seguirci e continuare la nostra opera.
    Avvicinare l’opinione pubblica croata, a cominciare dalla parte più illuminata della sua cultura, alla presa di coscienza della sorgente da cui trae vita la stessa identità croata di oggi. Se i croati tanto ci tengono alla nostra Dalmazia, ebbene, prendano atto che è da essa che nasce la parte più antica ed aperta della loro cultura nazionale. Non soltanto i bordi rossi dei costumi popolari, ma le inclinazioni dell’animo, le ispirazioni artistiche di pittori, poeti, architetti.
    Questo li aiuterà anche – per la legge dei contrasti – a comprendere i legami di lingua e di costumi che li avvicinano agli altri popoli slavi. Noi latini sappiamo che la lingua è il vincolo più tenace e radicato tra le generazioni. E lo sentiamo ogni volta che ci rechiamo nei paesi di lingua latina, dove ogni voce, ogni parola ci sembrano familiari. Come si può negare la fratellanza linguistica tra le nazioni slave? Altro che «territori etnici»! Le lingue sono la voce dell’anima. E ovunque posino i loro piedi le persone quell’anima portano con sè e ne nutrono la terra che li ospita.
    Paradossalmente era Nicolò Tommaseo a ricordarlo ai croati di centocinqunata anni fa. Perché come i dalmati hanno trasmesso alla cultura croata i semi della civiltà occidentale, così essi si sono diffusi a tutta l’Europa dell’Est. In tempi di globalizzazione, così irrequieti sul piano economico, è bene rinsaldare i legami tra popoli che hanno le stesse radici giuridiche, religiose, culturali. Chi lo può capire meglio di noi, italiani dell’Adriatico orientale, orgogliosi della nostra identità, ma al tempo stesso rispettosi delle culture dei nostri vicini e conterranei slavi o tedeschi ? 
    Ecco allora il messaggio e il contributo che possiamo dare all’Italia di oggi, al suo ruolo nell’Europa che cambia.
    L’Italia è presente nei Balcani da oltre dieci anni e sta facendo un buon lavoro, con i suoi soldati, ma anche con le sue organizzazioni umanitarie. E’ nel nostro interesse primario, come italiani, la pacificazione del Sud-Est europeo e il suo avvicinamento progressivo all’Europa occidentale.
   Come italiani della sponda orientale il nostro interesse è doppio. Perché la funzione di cerniera che abbiamo svolto e ci ha fatto nemici di ogni barbarie, razziale o ideologica, ci ha sempre spinti a far sì che la barriera che stringeva le porte delle nostre città si allontanasse e che il nostro modo di vivere e di pensare si trasmettesse verso l’interno e verso l’Oriente continentale. Così è stato nei lunghi secoli dell’impero romano e bizantino. Così può tornare ad essere una volta abbattuti i muri delle ideologie novecentesche e gli accecamenti nazionalisti.
   L’identità nazionale non è nemica dell’unità europea. Ne è elemento costitutivo in nome di una identità più ampia, ma non per questo meno definita nelle linee essenziali.
   Può l’Italia di oggi adempiere a questi compiti? Sono all’altezza di questo ruolo le attuali forze politiche italiane? A volte sembra proprio di no.
   Ma non bisogna disperare. Nella vicenda della Georgia l’atteggiamento italiano ha sollevato qualche perplessità. Come altre volte, gli alleati si sono chiesti da che parte stiamo. Ma le posizioni di equilibrio che ha assunto la nostra politica estera, in consonanza del resto con Parigi e Berlino, debbono farci riflettere sugli interessi reali del Paese.
   L’amicizia con gli Stati Uniti, saldata dall’aiuto che ci hanno dato nel 1918 nella guerra di Redenzione e nel 1945 nella Ricostruzione e dallo scudo che ci hanno offerto contro il comunismo sovietico durante la Guerra Fredda, non ci fanno dimenticare gli spietati bombardamenti del 1943-44, quando – sono le parole di un vescovo anglicano, Chistercher George Bell, alla Camera dei Comuni – «gli alleati si comportavano come divinità che fulminano i nemici dal cielo». Arrivavano la mattina presto, all’ora delle mlikarice, e se non si sentiva il rombo dei «liberator» la gente si chiedeva: «Ma non gli sarà mica successo qualcosa ?» Come racconta  Gregor Von Rezzori dei bombardamenti sulla Germania.
   L’Europa ha il diritto di tutelare il proprio avvenire. E la Russia non può tornare ad essere una nostra nemica, una minaccia costante come ai tempi del comunismo o del panslavismo ottocenteso, che tanto spaventava Nicolò Tommaseo. Ma per frenare la nuova arroganza dell’autocrazia capitalista di Putin l’Europa deve essere forte ed unita e ascoltare la voce dei Paesi che più hanno sofferto dei totalitarismi comunista e nazista, i Paesi dell’Europa centro-orientale.
   Essere la coscienza critica della nostra nazione. Contribuire ad allargare gli orizzonti dei nostri interessi, non solo materiali, all’Europa dell’Est è un compito al quale non ci sottraiamo. Nel nostro piccolo lo stiamo facendo, riallacciando intanto i rapporti secolari dell’Itala con la nostra terra natale e quindi con i popoli che vi abitano, dalla Croazia al Montenegro.
 
   Un passaggio importante è quello di restituire una valenza attiva alla lunga presenza veneta nell’Adriatico e nel Mediterraneo. Il federalismo potrebbe spezzare l’unità nazionale, farci retrocedere di duecento anni, preda di colonizzazioni economiche e militari. Le euro-regioni potrebbero essere il cavallo di Troia di nuove subordinazioni. Ma potrebbero anche essere uno strumento di recupero della nostra capacità di influenza oltre i nostri confini.
    A differenza dello Stato unitario nato nel 1861 l’Italia dei secoli passati, malgrado la divisione in tanti Stati, aveva più influenza nel Mediterraneo di quanta ne abbia saputo conquistare l’Italia sabauda. Eppure anche il Piemonte era tutt’altro che un paese montanaro chiuso a cavallo delle Alpi. Aveva nel medioevo e nel Seicento una politica indipendente soprattutto nei Balcani, dalla Grecia al Quarnaro. Gli bastava lo sbocco marittimo di Nizza per tenere una piccola flotta rispettabile. Ma anche lo Stato pontificio, il Granducato di Toscana e il Regno di Napoli sapevano farsi rispettare nell’Egeo e nel Levante.
    Ma la regina del Mediterraneo è stata per centinaia di anni la Serenissima Repubblica di Venezia. Egemone in Adriatico fin dall’anno 1000, dal 1200 al 1600 e oltre Venezia è la più tenace amica-nemica dell’impero ottomano sulle rive del mare. Nessuna nave barbaresca poteva pensare di attaccare le coste istriane e dalmate senza essere bloccata tra Otranto e Corfù e pagare a caro prezzo l’audacia di aver violato il Golfo di Venezia. Essere temuti è importante in politica, perché «senza la forza la ragion non vale».
    La gloria di Venezia non sta solo nella sua splendente bellezza, ma nella sua potenza militare ed economica, nel rispetto della legalità all’interno dei suoi confini «per mar e per terra», nel suo gonfalone che sventolava orgoglioso da Lodi a Cipro. L’italiano medio di oggi identifica Venezia con le fantasiose e intriganti maschere del suo carnevale, con le avventure galanti di Casanova, con la sua dorata decadenza. Dimentica che il suo impero marittimo è durato un millennio e che erano le sue armi, forgiate a Brescia, e i suoi marinai e soldati arruolati in tutte le regioni d’Italia, ma soprattutto nella nostra Dalmazia, a darle la forza per farsi rispettare. Pochi anni prima della fine della Repubblica Angelo Emo espugnava Tunisi per punire i barbareschi dall’aver attaccato un naviglio mercantile veneto.
    Non era solo l’Union Jack ad essere padrona dei mari. C’era anche la nostra bandiera di battaglia custodita dai fanti di marina di Perasto. I veneziani di oggi sono i primi ad averlo dimenticato. Vale la pena ricuperare questa memoria, non per roboanti imprese belliche che non sono consone alla realtà moderna del nostro Paese. La «Canzone dei Dardanelli» di D’Annunzio fu un bel sogno naufragato decenni dopo nella notte di Capo Matapan.
   Ma questo non vuole dire che l’Italia di oggi non debba conoscere la proiezione della nostra politica verso il Sud-Est europeo. Perchè non solo Venezia, ma anche il regno normanno e angioino di Napoli ebbe una grande politica mediterranea che nessuno conosce. Il nome dell’Italia non può restare legato soltanto alle mafie e alle camorre.
   Se oggi stiamo tornando a una politica internazionale fondata sulle zone di influenza geopolitiche anche l’Italia deve offrire all’Europa il suo contributo, che nasce dalla sua posizione geografica e dalla sua esperienza storica.
   Se la Slovenia si inserisce nella dimensione mitteleuropea della Venezia Giulia, la Croazia deriva il suo ruolo storico e geopolitico dall’essere inserita tra l’Italia, i Balcani e l’Europa danubiana. Seguendo l’insegnamento dello storico traurino Giovanni Lucio Dalmazia e Croazia, pur nella loro distinzione, possono avere un ruolo importante. E’ la Dalmazia a fare della Croazia di oggi un paese slavo occidentale. Una particolarità che non può essere trascurata. E deve entrare nella nostra coscienza di dalmati italiani il ruolo che con l’arma della cultura possiamo imprimere a questa vocazione europea del Paese vicino.
   Come dobbiamo usare della nostra tradizione di convivenza e di tolleranza per riportare comprensione e collaborazione tra i Paesi dell’antico Illirico, la patria dei grandi imperatori e dei migliori soldati che salvarono Roma e Bisanzio dalle orde dei barbari. Se Diocleziano era di Salona, Costantino era di Nicea e Giustiniano di Sirmio. Hanno fatto la storia dell’Europa e dell’Occidente.
   Siamo aperti ai nuovi orizzonti dell’Europa unita. Ma non vorremmo che il realismo di un governo di destra ci passase ancora sulla testa, come hanno fatto i governi di centro e di sinistra. Dobbiamo vigilare affinché il pragmatismo che guida questa maggioranza non si trasformi in una cinica indifferenza verso i nostri diritti e le nostre aspettative, che il Governo conosce bene. Tradendo così i valori ideali sui quali ha conquistato parte del suo consenso elettorale.
   I voti dei nostri esuli possono essere utili a Trieste e a Gorizia, promettendoci pane e dandoci briciole. Ma non è solo di pane che vive la nostra speranza. E non è il numero dei voti che misura la valenza di una maggioranza. Esiste anche la coerenza con il comune sentire di tutti gli italiani.
   Le imprese industraili del nord e del sud saranno entusiaste dell’accordo con Gheddafi per andare a costruire alberghi e infrastrutture in Libia. Ma che ne pensano i profughi italiani da quel paese per i beni espropriati dal Gheddafi del 1970? Che ne pensiamo noi dei 5000 miliardi di euro da «rimborsare» a Tripoli, quando alle nostre richieste viene risposto che l’Erario dopo sessanta anni non ha un euro per i nostri indennizzi?    
    Non è che un governo che si dice di destra ci faccia una gran bella figura!
    Cari amici. Pochi siamo e pochi siamo sempre stati. Abbiamo difeso dalla ricorrente barbarie quell’orlo di toga romana che il destino ci aveva affidato, quel seme di civiltà che è l’anima di quella terra. Faremo in modo che la barbarie dell’indifferenza interna, del «fuoco amico», non ci colpisca alle spalle. Troppe volte l’Italia ci ha lasciato soli. Vediamo almeno di non dividere le nostre poche forze e di lavorare insieme, con tutte le associazioni della Diaspora giuliano-dalmata e con gli istriani, i fiumani e i dalmati italiani che ancora parlano nelle terre natali la nostra lingua  e italiani si sentono e vogliono restare.
                                                                                     Lucio  Toth