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Zagabria apre la stagione della riconciliazione (Il Piccolo 20 giu)

di MAURO MANZIN

TRIESTE Riconciliazione. È uno dei principali concetti cui si sta ispirando il neopresidente della Croazia, Boris Josipovic dopo il suo insediamento. Se per il campo di sterminio di Jasenovac sono passati anni prima che il capo di Stato croato rendesse omaggio al gulag (ci pensò Stipe Mesic), mentre la Chiesa (il capo di Jasenovac era un frate) solo l’anno scorso vi si recò in forma ufficiale, Josipovic non ci ha pensato molto a ricucire un altro strappo della storia, quello del massacro di Bleiburg dove si recherà oggi per rendere omaggio alle vittime dello sterminio perpetrato a fine guerra dai partigiani titini.

LA VISITA

Un modo nuovo di vedere il passato, che parla appunto di riconciliazione, un modo già intrapreso da anni dalla vicina Slovenia dove esiste una legge che punisce, se scoperto, qualche responsabile ancora in vita dei massacri delle truppe comuniste di Tito.

Primo presidente croato a compiere un tale gesto, Josipovic andrà prima a Tezno, nel Nordest della Slovenia, vicino a Maribor, e successivamente a Bleiburg, nella vicina Austria, per deporre corone di fiori in ricordo degli eventi tragici del 1945. Quando i partigiani comunisti di Josip Broz Tito si avvicinarono a Zagabria nel maggio 1945, le autorità del regime filonazista ustascia cominciarono a fuggire temendo rappresaglie, unitamente a civili e a cittadini serbi e sloveni avversari di Tito. Il loro obiettivo era di consegnarsi agli inglesi, ma furono intercettati e fatti prigionieri dalle forze partigiane di Tito, che li uccisero in modo sommario nella regione di frontiera fra Austria e Slovenia. Il loro numero è oggetto di controversie e oscilla da qualche centinaio a diverse migliaia.

LA STORIA

Con la fine della guerra, molti ustascia, come detto, decisero di fuggire dalla Croazia, portando con sé le proprie famiglie. Alla fuga si unirono molti serbi cetnici e altrettanti sloveni, principalmente collaborazionisti delle forze d'invasione fascista e nazista. Giunti al confine austriaco, i profughi, inseguiti dall'armata di Tito, si trovarono la strada bloccata dall'esercito britannico. Secondo le testimonianze dei sopravvissuti, il comandante britannico, Feldmaresciallo Alexander, propose la resa agli slavi in fuga promettendo protezione contro i titini: i militari consegnarono le armi ai britannici pensando di essere trattati da prigionieri di guerra secondo le convenzioni internazionali.

IL TRADIMENTO

Invece, il 15 maggio 1945 il comandante britannico consegnò i fuggiaschi, civili compresi, a Tito il quale ordinò una prima esecuzione: i britannici erano così vicino al luogo del massacro che udirono numerose scariche di mitra. Le esecuzioni furono ordinate senza processo, come vendetta per i crimini commessi durante la guerra da ustascia e traditori. Nella zona di Bleiburg furono trovati i resti di numerosi cadaveri in fosse comuni e successivamente in Slovenia furono scoperte molte altre fosse comuni, specialmente nella zona di Maribor. Secondo le ricostruzioni storiche, le fosse comuni sono molto distanti tra loro poiché i prigionieri furono uccisi durante una cosiddetta marcia della morte ossia di trasferimento da un campo di concentramento all'altro.

I MORTI

I rifugiati politici croati all'estero resero pubbliche le prove delle atrocità commesse da Tito e i suoi seguaci dimostrando il coinvolgimento nel massacro del governo britannico dell'epoca: secondo le accuse, le autorità britanniche avevano interesse politico a nascondere le loro responsabilità e quelle del despota comunista jugoslavo, almeno per un certo periodo, in funzione antisovietica. Le date precise del massacro non sono certe, e sono tuttora motivo di discussione storica, in attesa che la la documentazione dell'Operazione Keelhaul nell'archivio britannico venga resa consultabile. Anche il numero preciso delle vittime è ignoto. Secondo lo studioso croato Vladimir Zerjavic furono 55.000 le persone uccise nell'area di Bleiburg e in Slovenia. Il giornalista britannico Misha Glenny e altri studiosi ritengono che i militari disarmati uccisi furono circa 50.000 e i civili circa 30.000. Lo storico croato-statunitense Jozo Tomadevic, della Stanford University, pensa che 116.000 militari croati giunsero a Bleiburg su un totale di 200.000 persone e che molti altri fuggiaschi furono bloccati alla frontiera austriaca; inoltre ritiene che circa la metà dei prigionieri fu massacrata nella zona di Bleiburg. Secondo le ricerche eseguite dalle autorità slovene, che hanno fatto scavare nel loro territorio tra il 1999 e il 2001, le vittime ammonterebbero a oltre 250.000: le fosse comuni rinvenute sarebbero 296 e sarebbero stati trovati i resti di circa 190.000 cadaveri. Solo nella zona della foresta di Tezno si stimano 60-80.000 uccisi.

IL FUTURO

Il gesto odierno di Josipovic si inquadra dunque in uno spirito di riconciliazione, come dicevamo all’inizio, e rappresenta un gesto molto importante non solo per la Croazia ma anche per quello spirito che unirà assieme a Trieste il prossimo 13 luglio il presidente italiano Giorgio Napolitano, quello sloveno, Danilo Türk e quello croato Ivo Josipovic in una sorta di collettiva riconciliazione dei sanguinosi fatti che seguirono i giorni e i mesi dopo la fine del secondo conflitto mondiale.

 
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