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21nov12 - INTERVISTA AL NUOVO PRESIDENTE ANVGD

È Antonio Ballarin, esule di seconda generazione, nato e cresciuto nel Quartiere Giuliano-Dalmata di Roma e figlio di esuli da Lussingrande, il nuovo Presidente dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, eletto dal Consiglio nazionale nell’ambito del XX Congresso svoltosi a Gorizia nei giorni 16-18 novembre scorsi. Ballarin succede a Rodolfo Ziberna, che dal marzo 2012 ha retto l’Anvgd in qualità di vicepresidente vicario dopo le dimissioni di Lucio Toth.

 

A lui abbiamo rivolto alcune domande sui programmi e le linee guida ai quali nel prossimo trienno, e non solo, la storica Associazione degli esuli punterà per proseguire nell’opera di conservazione e divulgazione della memoria, volendo incidere significativamente sulla realtà politica, culturale e sociale contemporanea, nazionale e non, in una fase storica di inedita complessità.

 

La seconda generazione approda per la prima volta al vertice dell’ANVGD, un segno del tempo trascorso dagli eventi dell’esodo: quali i primi pensieri che sorgono alla mente?


Mi viene immediatamente fatto di pensare al peso imponente della nostra storia. Essa non solo non è finita, oggi, ma non finirà neanche domani, con l’estinzione della prima generazione, ragion per cui la seconda generazione è in grado di far sua quella parte di responsabilità storica e culturale che le spetta. La nostra, infatti, è una battaglia certamente non votata alla mera rivendicazione di pezzi di terra, non tesa a mettere a rischio le sovranità nazionali, ma, al contrario, è una grande battaglia di civiltà e di cultura, ovvero di principi che vanno oltre il tempo e, per questo, permangono, incardinandosi, tuttavia, nella storia dei singoli e non in concetti astratti.

 

Per chi è figlio della storia devastante rappresentata dalla frantumazione della vita, come esodo e foibe hanno determinato, il senso di appartenenza diventa urgenza di giustizia e non solamente ricerca delle strade per sanare gli stupri subiti. Negli anni, parlando delle vicende che ci hanno segnato – e ci segneranno finché giustizia non verrà fatta – mi sono accorto che tante altre persone, non giuliano-dalmate e nemmeno necessariamente ‘italiane’, vedono nel disastro subìto dal nostro popolo il riemergere di una vita tenace, sempre più rigogliosa nelle opere, capace di generare nuova linfa, memoria in grado di creare e tramandarsi. E ciò anche se da più parti si potrebbe pensare che da una terra bruciata non sarebbe nato alcun frutto. Invece, la prima generazione ha lasciato un segno monumentale di cosa significhi Nazione, al di là di ogni possibile impedimento (anche fisico) della possibilità di riparazione di una catastrofe pagata da innocenti.

 

La vita non si ferma, perché, come diceva Xavier Bichat, grande biologo francese dell’Ottocento, essa è «la somma delle forze che resistono alla morte». La vita, dunque, continua a creare capolavori anche dalle macerie, si evolve, progetta, mette in atto, cresce, si sviluppa, provoca storture che poi di nuovo si riaggiustano, sempre in forme diverse, ma sorprendentemente belle, come lo sono le mille attività delle nostre comunità sul territorio, tutte tese ad una memoria che non è semplice ricordo, ma ‘memoria attiva’. Allo stesso modo, altre forme di bellezza nascono in una terra che è stata devastata dagli orchi. Comunità millenarie, dopo anni di isolamento e forzato oblio della propria identità e, mi permetto di aggiungere, dopo una persecuzione subdola e sommersa, acquisiscono coscienza di una diversità. Esse toccano il mare con un dito ed entrano in connessione col mondo intero, anche con quello che fino ad ora era stato loro nascosto o raccontato in maniera falsata da una ben pilotata storiografia. Ebbene, a questo ‘resto d’Israele’, per dirla con le parole della Bibbia, la nostra millenaria civiltà trasmette, come per osmosi scaturente dalle pietre stesse, una magnificenza secondo cui ‘conviene’, per il proprio bene fisico, esserne parte attiva.

 

Il lavoro paziente della nostra prima comunità, della seconda, della terza e così via, ha inoculato il virus secondo il quale, forse, rimettere le cose al loro posto e nel giusto ordine – di qua per chi non comprendeva, e di là tra chi ha causato il cataclisma – non fosse pazzia, ma cosa realizzabile, e oggi sempre più visibile e sorprendentemente inattesa.

 

«Essere avvocati dei propri simili» è l’impegno dichiarato in sede congressuale: da dove scaturisce questa definizione del ruolo di presidente, che abbiamo sentito al momento del tuo insediamento?


È una chiara derivazione della concezione cristiana della vita: «ama il prossimo tuo come te stesso». Proprio quell’elemento paritetico, il ‘come te stesso’, è basilare. Non si tratta di amare l’altro più di te stesso, né meno, d’altra parte, ma ‘come’ te stesso. È una corrispondenza sana, salutare e, per ciò, propositiva. È quanto dettato, infine, dalla ‘regola aurea’ del Vangelo: «Fai agli altri quanto vorresti che gli altri facessero a te». È un momento positivo: un ‘fare’ che crea, che si assume il carico della propria condotta. Ciò significa, in concreto, offrire il proprio rispetto, la propria disponibilità e il proprio lavoro, e –  contemporaneamente – richiedere questo impegno per sé, come atto di riconoscimento di un’uguaglianza intrinseca tra gli esseri umani. Dare calore e chiederlo a chi ci sta accanto.

 

Una posizione del genere permette di ‘integrare’, senza votarsi al gesto diabolico dell’esclusione e della divisione; permette di superare le difficoltà all’interno di una famiglia e tra famiglie diverse. Consente di capire le ragioni di una fronda interna e discutere, mediare, dialogare sempre. Il dia-logo è appunto quel ‘logos’, quel discorso, quella parola che passa ‘attraverso’ (dia-), rendendo il contrasto fonte di crescita inedita, di maturazione delle parti che decidono responsabilmente di attraversare il duro territorio dell’oggi con lo sguardo carico del domani che verrà. Un domani comune e da far maturare insieme. Questo metodo di lavoro rende liberi nell’affronto delle ragioni dalle quali sono emerse le scelte di chi è rimasto e, di conseguenza, titolati nel chiedere analogo rispetto per chi, come noi, ha subito l’esodo.

 

Per gente dallo spessore umano come quello da noi posseduto grazie alla tanta sofferenza, non è possibile chiudersi nello schema del «tu hai torto ed io ho ragione», ma occorre trasferire il dialogo sul piano più alto della giustizia e della verità.

 

Essere «avvocati dei propri simili» significa, in ultima analisi, porsi al servizio della gente, ascoltare e condividere le istanze delle persone con cui si ha una relazione, anche debole o transitoria, perché ogni bisogno ed ogni necessità ha un suo senso. Significa interagire con ciascuna delle nostre comunità e trovare spazi di collaborazione e risorse necessarie, quanto più possibile, per lo sviluppo e la maturazione di ogni urgenza.

 

Quali sono le linee-guida che l’Anvgd vorrà darsi e quali gli obiettivi a breve-medio termine?


Le stesse della precedente presidenza, in particolare, e dei miei grandi predecessori in generale. Ripercorriamole in sintesi: Memoria e Presenza. La ‘nostra Memoria’ è la coscienza comunitaria e collettiva del ‘chi siamo’ e quale ruolo abbiamo in una Nazione bella e complessa come la nostra; la ‘nostra Presenza’ è la declinazione storica di questa percezione. Dall’insieme di queste due leve decisive nasce e si rigenera la cultura di un popolo. Questo è l’esempio pratico di quel che definisco ‘posizione generativa’. Non ci limitiamo, in altre parole, a rivendicare, per quanto giustamente, posizioni più che motivate e note al nostro mondo, ma rendiamo il nostro comune patrimonio di vita e storia la leva per facilitare lo sviluppo di un’intera Nazione. È molto, molto di più del semplice reclamare, perché sposta il piano della vicenda umana che ci riguarda ad un livello di ‘principio’, la cui risposta determina adeguato compimento e ricompensa la nostra Storia.

 

Possono individuarsi aree critiche all’interno dell’associazionismo dell’esodo e nelle sue relazioni con l’esterno?


Non posso esimermi dal citare l’autoreferenzialità. Non dobbiamo dare mai per scontata la conoscenza – come, parimenti l’ignoranza – non solo della nostra Storia, ma del nostro sacrificio di popolo. Per questo, è necessario dialogare pazientemente con tutti, affinché siano poste al vaglio dell’intellighenzia, ma anche dei media nel loro complesso, le ragioni della nostra vicenda e quella forza generativa, che accennavo prima, della nostra Storia. Il tutto va fatto con pazienza e tolleranza, certi di un’identità, né svendibile, né facilmente riducibile.

 

Una cosa è certa: l’autoisolamento non ci aiuta. È necessario far conoscere al mondo la nostra civiltà ed il suo sfregio. Dobbiamo parlare altre lingue. Non ci possiamo accontentare della solita facile pacca sulla spalla di qualche rappresentante delle istituzioni. È necessario che chi visita le nostre terre percepisca un fatto: noi siamo la discendenza di una civiltà dotta e raffinata. Siamo il caposaldo di una ricca e variegata civiltà umanistica e religiosa, che ha partecipato attivamente ai natali dell’Occidente, inteso nella sua migliore accezione di mix di culture e lingue, di creatività e prosperità. Questo è il dato attorno al quale la nostra realtà attuale deve svilupparsi.

 

Mi viene da dire: contra factum non valet illativo. I fatti sono testardi e anche noi siamo, per così dire, dolcemente testardi. Non dichiariamo guerra al presente, che sembra non includerci, ma allarghiamo la ragione, per farcelo amico. E, in questo percorso, molti uomini illuminati e di buona volontà saranno accanto a noi, come lo sono stati progressivamente, a volte in maniera strumentale, ma anche, sovente, con una sana onestà intellettuale per ciò che riguarda la nostra vicenda.

 

«Aprirsi al mondo», «inserire la nostra storia in un sistema complesso»: queste, come hai evidenziato nel tuo discorso di insediamento, le sfide più impegnative ma strategiche per un’associazione come l’Anvgd?


È la parte positiva derivante dal rifiuto dell’autoreferenzialità di cui ragionavo poc’anzi. Non vorrei esagerare, ma talvolta questa autoreferenzialità sfocia in una sorta di auto-commiserazione, a malapena trattenuta, e magari solo in circostanze ufficiali ed istituzionali. L’approccio metodologico deve essere un altro, come ho già avuto modo di esprimere. L’Associazione, infatti, non ha paura di confrontarsi con nessuno e, anzi, è sistematicamente alla ricerca di persone di buona volontà, disposte a condividere la nostra Storia ed i nostri valori. Dobbiamo saper leggere i segnali del/nel sistema. C’è tutto un mondo di informazione raffinata, cioè di segni e segnali interni al sistema della nostra attuale cultura – per quanto spesso appaia smarrita e priva di bussola, come sostiene Benedetto XVI – da non trascurare, anzi da valorizzare e riportare a galla, con semplicità e, oserei dire, con purezza di cuore. Chi sa di essere nel giusto e di avere fatto un tratto di strada impervio dall’inferno al presente, non deve temere nessuno e deve far propria la sofferenza e perfino i dubbi dell’altro. Dubbi, ripeto, causati, assai spesso, dall’ignoranza e dallo strapotere di certi apparati di potere ideologico-culturale che ancora oggi hanno il loro pubblico. Ma essere consapevoli di limiti e possibilità è la forza di una compagine viva.

 

Il mondo interno alla nostra Associazione è un sistema complesso. Così come lo è tra le nostre Associazioni e con il resto del mondo intero. Nei sistemi complessi gli equilibri sono precari; un nuovo elemento che entra od uno vecchio che esce in e da questi mondi, perturba le relazioni, a volte debolmente ed a volte in maniera più intensa. Praticamente è impossibile trovare un punto di equilibrio immutabile. Tuttavia essere radicati nella Storia, essere certi di ciò che ci è successo, voler trasmettere i valori che con sofferenza abbiamo maturato, ci rende saldi nei rapporti con tutti. Dentro questa complessità dobbiamo sfruttare i ‘legami deboli’, quelli con mondi e soggetti distanti o saltuari, perché essi costituiscono la stragrande maggioranza delle nostre relazioni. Sono rari gli amici ed i nemici, sono frequenti le conoscenze e gli incontri occasionali. Dobbiamo far transitare i messaggi che ci interessano in questi mondi, perché in tal modo raggiungeremo una diffusione capillare altrimenti impossibile. Questo tipo di comunicazione rappresenta certamente una sfida, perché occorre determinare di volta in volta il messaggio più pregnante e pronto ad essere recepito in una società distratta e frastornata.

 

Rapporti esuli-«rimasti»: come conservare insieme l’italianità autoctona nei territori oggi a sovranità slovena e croata?


Anche questa è una strenua battaglia culturale di lungo periodo. Non la si vince dall’oggi al domani, deve essere chiaro. Ma la verità viene sempre a galla. Anche di questo dobbiamo essere certi. Dobbiamo rimettere le cose al loro giusto posto, il che vuol dire chiamare Marco Polo con la ‘c’ e non con la ‘k’. Perché questo gigantesco personaggio storico è italiano e non croato o sloveno e ciò deve insegnare anche ai croati ed agli sloveni ad avere rispetto della nostra specifica storia. La verità, insomma, è un balsamo che cura tutte le ferite, anche quelle di altri, lontani dalla nostra esperienza umana. È così che si dà forza e valenza sia alla nostra Storia ed alla nostra Memoria che alla nostra orgogliosa Presenza nella Terra cui appartenne, per esempio, Tommaseo, Boscovich, Patrizi, Orsini, Meldola, Fortunio, ecc., e che ha dato i natali a molti altri illustri ingegni, poi divenuti capisaldi della civiltà europea ed occidentale. Inutile e stucchevole fare la lista di queste personalità, il concetto è chiaro: la verità risana, l’ideologia espropriatrice uccide il dialogo e perfino la vita.

 

Indennizzi per i «beni abbandonati», restituzioni, previdenza, riscatto agevolato, conservazione dei beni monumentali e cimiteriali nelle città istriane, quarnerine e dalmate: quali sono i ‘tavoli’ che nel prossimo triennio avranno la priorità?


Innanzitutto occorre aprire un nuovo tavolo con richieste e strategie puntuali. Un tavolo basato su un principio chiaro e distinto: Diritto al Ritorno. È, infatti, da questo principio che scaturisce una pletora di conseguenze e di azioni. Ma questa è un momento, non solo politico, ma prima di tutto, direi, meta-politico, che richiede un duro lavoro di rielaborazione di atteggiamenti e strategie, più che nazionali, statuali, perché afferiscono a certi passaggi di potere. La nostra azione si declina come una realtà che, in America, verrebbe chiamata «affermative action», tesa appunto ad affermare qualcosa come un «diritto naturale», oso definire, ovvero qualcosa che viene prima della politica e dell’etica pubblica. È un processo anche culturale di rielaborazione di una posizione all’interno della nostra Associazione, di cui mi farò pienamente carico e che dovremo tutti insieme discutere e infine strutturare. Affinché si giunga finalmente ad un’azione pienamente efficace di affermazione di un tale diritto.

 

Parto da questo concetto perché, pur mantenendo simultaneamente tutti i tavoli fino ad ora aperti e seguiti con estrema fatica e dispendio di energia (ed, aggiungo, che almeno dentro le istituzioni ci saremmo aspettati una vita più facile, grazie al contributo dalla nostra gente a favore del debito di guerra italiano), è quanto mai necessario trasferire il lavoro ad oggi compiuto dentro una logica condivisa, in cui quegli stessi tavoli non siano risposte ad emergenze singole e separate, ma azioni strutturate di una strategia per il mantenimento della Memoria e della Presenza.

 

Vi sono argomenti che ritieni possano oggi, o in un vicino futuro, considerarsi chiusi, e se sì, per quali motivi?


La questione dell’odio-etnico, per semplificare un po’ brutalmente. Questa partita, fin troppo lunga, va chiusa definitivamente. Perché viviamo in una società multi-etnica in cui la coscienza degli autoctoni è sempre più lucida in merito alla mono-culturalità in cui si muove l’uomo occidentale, di cui noi siamo un esempio fulgido. Qui non si tratta di difendere la coperta dell’identità a detrimento dell’ethnos altrui, perché così si viene meno –  e non si tratta di un facile gioco di parole – all’ethos dei singoli e di un popolo intero. Nella parola greca «ethos» si racchiude un affascinante congegno semantico, che richiama sia alla coscienza dei singoli, sia al luogo nel quale si vive. Il che, insieme, vuol dire: la nostra coscienza di singoli deve coesistere con la coscienza di un’appartenenza che non riduca i territori ad appezzamenti di terra con fili spinati e gendarmi pronti a fare fuoco. Il nostro tempo apre a nuove speranze, forse anche perché veicola nuove minacce. Del resto, come diceva il poeta tedesco Friedrich Hölderlin: «La dove c’è il pericolo, cresce anche ciò che ci salva».

 

Patrizia C. Hansen / Anvgd nazionale

 

 

ballarin2012

Ballarin al tavolo del Congresso ANVGD

 
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