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29 ott - Chiara Bertoglio e il ''Va pensiero'' dei giuliano-dalmati

S’intitola “Sì bella e perduta/gli esuli istriani, fiumani e dalmati ed il canto del ‘Va, pensiero’” il preciso e articolato saggio della giovane pianista e musicologa Chiara Bertoglio, figlia di un’esule istriana, la quale colloca il celebre coro verdiano nel contesto della sofferta realtà degli esuli di queste terre, illustrandone gli aspetti sociologici, musicali, psicologici e di fede di cui esso, man mano, si è andato rivestendo. Questa la tesi centrale dello studio della Bertoglio, che comunque viene adagiato su una cornice storiografica, culturale e politica più ampia, quanto necessaria, al fine di comprendere certe specificità peculiari al complesso mondo della diaspora giuliano-dalmata.

Canto degli esuli per eccellenza

Gli inni verdiani nella percezione comunitaria di queste terre, fa notare l’autrice, sono stati comunque espressione del proprio sentire nazionale, a partire dal Risorgimento e dall’Irredentismo, con la differenza che mentre l’italiano dell’Istria con “O Signore dal tetto natio”, “Si ridesti il leon di Castiglia” o “Suoni la tromba” intendeva affermare ai tempi della dominazione asburgica la propria italianità, “Va, pensiero” è il canto dell’esule per eccellenza, il canto della giulianità, “il canto di persone che si sentono comunque straniere, sradicate, non accolte, ignorate e talora tradite”, secondo l’opinione dell’autrice; la quale indaga sul ruolo, influenze e sugli aspetti concreti del celeberrimo coro verdiano nell’ambito della diaspora.

I risultati di un’indagine

Da una dettagliata inchiesta dell’autrice, applicata su cinquantadue esuli, risulta chiaramente il predominio della componente emotiva rispetto al “Va, pensiero”. Una seguente sezione del questionario chiedeva agli intervistati se trovavano simile o diverso cantare il “Va, pensiero” e cantare “Fratelli d’Italia”. La maggioranza percepisce il “Va, pensiero” come un “canto nostro”, “proprio alla comunità giuliano-dalmata, mentre l’Inno italiano viene vissuto come il canto di tutti gli italiani. In senso psicologico il primo coro risulta nostalgico e mesto, con connotazioni negative; il secondo invece come canto trionfante e festoso con connotazioni positive.
I canti popolari giuliano-dalmati – attestano i risultati del questionario – esprimono allegria, spensieratezza e buon umore, mentre “Va pensiero” è un inno di dolore e di nostalgia. Tirando le somme, dall’inchiesta emerge chiaramente il piacere di cantare “Va, pensiero”, l’amore per questo inno verdiano che viene vissuto come riflesso e simbolo rappresentativo della condizione dell’esule giuliano-dalmata, del suo mondo, della giovinezza e della sua civiltà perdute, e molto altro ancora.

Opere permeate di poetica verdiana

Proseguendo, Chiara Bertoglio si sofferma sulle ripercussioni più o meno esplicite, più o meno vaghe di “Va, pensiero” sulle produzioni poetiche (Endrigo, Chiosso, Soffici) e musicali degli esuli, e che riguardano principalmente appropriazioni e adattamenti del testo di Temistocle Solera.
Chiarissima l’influenza dell’inno verdiano nella spontanea versione degli esuli P. L. e F. P., tra l’altro contestata dal Circolo Giuliano-Dalmata, che recita nella seconda quartina: “Del Quarnero le rive saluta,/e di Zara le mura atterrate,/ oh mia Istria sì bella e perduta!/oh mia Fiume, mia casa natal!”; e nella quarta strofa: “Oggi è giorno che in Patria torniamo/cittadini del mondo qual siamo,/ai rimasti stringiamo la mano,/sia per sempre bandito il patir!”. Dei versi che diventano quasi “un manifesto del desiderio di ricucire, lentamente e faticosamente, le lacerazioni del passato”, afferma l’autrice.
La versione “dalmata” di “Va, pensiero” di F. R. invece recita nella seconda strofa: “Del mar nostro le rive saluta/e di Zara le mura atterrate,/oh Dalmazia sì bella e perduta /.” Si presenta particolarmente intensa, ideologicamente e poeticamente, nella terza e quarta strofa con riferimenti al Risorgimento, all’Irredentismo: “Oh, mia Patria dei ‘Mille’ e del Piave /... Chi fidente è d’Italia dei fati/sogni il suol di Dalmazia redento/ Deh affretta o Signore il momento/ che il rientro sia fine al patir.”
Comunque, l’autrice fa notare che nello stratificato mondo della diaspora, accanto alle generazioni anziane di “post-irredentisti” è presente pure la generazione giovane, portatrice di atteggiamenti più realistici e distensivi, volti, piuttosto che al mito, ai valori del dialogo e della convivenza da incrementare in un’area estremamente provata dalla storia, quale appunto l’Istria e il Quarnero.

Affermazione d’identità nazionale

Estremamente significativo si presenta il ruolo del “Va, pensiero” in un contesto politico e sociale, tanto che in Istria nel dopoguerra, non potendo la popolazione italiana avvalersi tramite un plebiscito del democratico principio dell’autodeterminazione dei popoli, ricorreva al coro del “Nabucco” come strumento per affermazione la propria identità nazionale; analogamente a quello che succedeva nell’Italia risorgimentale sotto il dominio austriaco. “... mi ricorda l’atmosfera entusiasta creatasi nel settembre ’45, al Teatro Verdi di Gorizia, ancora in bilico di appartenenza all’Italia, nella serata in cui il coro della FARI di Udine intonò le note del coro del Nabucco. Fu un tripudio e le note di Verdi furono ripetute ben otto volte”, è una delle tante testimonianze di questo tenore da parte degli esuli.

Verdi e l’esodo dei polesi

Un accorato inno verdiano fu intonato dai polesi al veglione di Capodanno del 1947 al Teatro Ciscutti, in un momento drammatico, che vedeva imminente l’esodo di massa della popolazione locale: “... non era una festa. Era un addio: la città irrimediabilmente condannata...dava un addio ai suoi figli ed a se stessa... non ci sarebbe più stato un anno nuovo, atteso da tutti insieme, nella nostra Pola, nelle nostre case...”.
Acquista il sapore dell’evento storico il “Va, pensiero” intonato all’Arena di Pola da tutti i suoi cittadini nel 1946, prima di partire, diretti dal maestro Magnarin, che insegnava alla scuola elementare. Le tabacchine si imbarcarono – direttamente dopo un ballo al Ciscutti – sul “Toscana” al canto di “Va, pensiero”. Fu una melodia (“Questa santa canzon”) che gli esuli elevavano nei campi profughi, sulle navi che li portavano verso terre lontane, nei quartieri istriano-dalmati delle tante città del mondo, ai raduni alla fine della Messa e durante gli incontri conviviali, ai funerali, nei momenti di socializzazione spontanea...

Montanelli e Rismondo

Per quanto concerne l’aspetto sociale di “Va, pensiero”, Chiara Bertoglio riferisce tra l’altro della lettera con la quale Giorgio Soave, nel 1981, lanciava sul “Giornale” di Montanelli la proposta di adottare il detto coro verdiano come inno nazionale, e della vivace reazione da parte degli esuli di Rismondo; il quale, nel suo scritto al celebre giornalista italiano, faceva notare che “questa Italia non può toglierci anche questo... (‘Va, pensiero’, ndr) spetta di diritto a noi giuliano-dalmati, che abbiamo veramente perduto la ‘Patria sì bella’”, ribadendo successivamente all’autrice che gli italiani non avevano “perduto” la Patria, bensì l’avevano semplicemente ripudiata, rifiutata, dimenticata. “Gli unici ad averla veramente perduta siamo noi: istriani, fiumani e dalmati”.

Prezioso contributo

Il corposo lavoro, sorretto da una notevole bibliografia e disseminato di toccanti testimonianze degli esuli, procede con ulteriori approfondimenti e considerazioni sul piano identitario, della diaspora, dell’italianità, della “giulianità” e quant’altro. Utili, nella prima parte del saggio, pure le notizie inerenti alla vita musicale del passato in Istria, a Fiume e in Dalmazia, e alla musica dell’esilio (canti sulla terra lontana, sulla partenza).
Il lavoro di Chiara Bertoglio, contrassegnato da ricchezza di informazioni, obiettività scientifica, da un creativo approccio e da una chiara organizzazione strutturale, rappresenta un prezioso contributo che aiuta a comprendere meglio il mondo degli esodati, quell’“universo disperso, lacerato, sradicato, ma con una straordinaria capacità di ricostruire dal nulla la propria identità... Al di là dell’aspetto storico-politico, di quello musicologico e di quello sociologico, è stato fondamentale per me cogliere la ricchezza e la purezza della struggente nostalgia che gli esuli provano dopo mezzo secolo, e che riescono ad esprimere attraverso la condivisione di un canto che fa vibrare le corde più intime del loro cuore”, conclude Chiara Bertoglio.

Patrizia Venucci Merdžo su la Voce del Popolo del 29 ottobre 2010

 

 

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(Chiara Bertoglio, di famiglia istriana, durante uno dei suoi concerti)

 
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