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26 lug - Esuli divisi: l'analisi de ''Il Piccolo''
lunedì, 26 luglio 2010

da Il Piccolo del 25 luglio 2010

Fine giugno, l’organizzazione procede, la diplomazia va in crisi. Il 13 luglio, indifferibile data del concerto, è il 90.o anniversario dell’incendio antisloveno all’ex Balkan di via Filzi. La Slovenia esige che Türk vi porti omaggio. Insorge il sottosegretario Roberto Menia (An-Pdl) : «Bene il concerto, ma se si tratta di memorie, allora obbligatorio che i presidenti vadano alla Foiba di Basovizza». L’evento rischia di saltare. Mancano pochi giorni all’evento, e dopo complicate negoziazioni diplomatiche la decisione è presa: omaggio congiunto dei presidenti all’ex Balkan e al Monumento all’esodo. Il consiglio è venuto dall’Associazione nazionale Venezia Giulia e Dalmazia. Menia si dissocia, e non parteciperà a cerimonie e concerto. I tre presidenti siglano intenti d’amicizia, gli omaggi alle memorie avvengono, e il concerto porta in piazza Unità oltre 10mila persone. È l’inizio d’aprile quando trapela la notizia: Riccardo Muti porta a Trieste «Le vie dell’amicizia», l’annuale concerto che chiude il Ravenna Festival con un evento musicale in città del mondo tormentate dalla storia. L’intento è di riunire a Trieste nell’occasione, per la prima volta, tre presidenti: Giorgio Napolitano con Danilo Türk (Slovenia) e Ivo Josipovic (Croazia). Nell’orchestra e nel coro giovani di tre nazioni, 360 elementi.

di GABRIELLA ZIANI

Esuli, il giorno dopo. Quelli del compromesso e quelli duri e puri. Quelli che sperano nel domani e quelli che ringhiano sui conti in sospeso. Quelli «governativi», quelli meno. La tensione fra le varie anime, non per niente nate per polemiche scissioni, si è acutizzata, anche se pare opportuno parlarne piano. Lo scenario, dopo l’incontro dei presidenti italiano, sloveno e croato a Trieste, e dopo la sosta ai problematici monumenti, è cambiato, sparigliando pensieri e azioni.

Ci sono rappresentanti ufficiali dei profughi che dicono: «Il problema vero non è l’esodo». Perché «sono le foibe» come ha detto senza sosta Roberto Menia e come conferma Massimiliano Lacota, presidente dell’Unione degli istriani (29.243 iscritti), il corpo staccatosi nel 1954 in polemica con l’atteggiamento più di governo che di lotta dell’Anvgd, per virare a destra, diventando negli anni ’70 e ’80 una forte base elettorale dell’Msi, e «fuorilegge e sovversivo» nel 1975 per le eclatanti manifestazioni antigovernative contro gli accordi di Osimo.

RENDITE. Dall’altra parte risposta dura: «Per qualcuno ”più la pende e più la rende”. Questi hanno paura di perdere posizioni di rendita, noi invece abbiamo strappato la vicenda esuli dall’angolo del Friuli Venezia Giulia facendola rientrare nella storia nazionale e internazionale, a Trieste e a Muti ha dato ben quattro pagine anche il ”Frankfurter Allgemeine”». Questo pensa Lucio Toth, presidente nazionale dell’Associazione Venezia Giulia e Dalmazia, nata tra Roma e Milano (e la distanza da Trieste è una variante fondamentale), che ha il suo braccio a Trieste in Renzo Codarin. Toth la sa lunga, è tessitore di intese, perfino dell’altrettanto storico incontro a Trieste Fini-Violante, prima pacificazione, intanto in casa. Con un oculato calcolo circa i partiti da coinvolgere dopo il crollo della Dc di riferimento. Forza Italia? «Inutile». An e Pci-Pds, invece, per diversi motivi potenzialmente interessati. E fu così. Toth ragiona sugli storici da appassionare, sui mass-media da sollecitare. Le beghe triestine gli fanno da intralcio, e lo angustia la Lega: «Anti-italiani»? Un insulto, e dannosi alla causa.

TRENI. In mezzo c’è la meditata, faticata accettazione della realtà: «La storia va avanti con o senza di noi, bisognava decidere se salire su quel treno o no». Per Lorenzo Rovis, presidente dell’Associazione delle comunità istriane che è erede del Cln istriano, primo «patronato speciale» per i fuggiaschi, importa anche l’immagine: «Non possiamo essere sempre i piagnoni che sembrano interessati solo ai soldi, anzi all’elemosina». Disagio però per quei riti frutto di intorcinate acrobazie diplomatiche: «Col Balkan la Slovenia ha imposto una forzatura, e qui si è scelto un frettoloso compromesso».

DISSIDENZE. Compromesso è la parola. Toth: «Noi Anvgd dai tempi di De Gasperi abbiamo avuto ruolo di interlocutore politico col governo, da qui sono nate anche le dissidenze. I nostri presidenti erano legati alle istituzioni, e perfino nell’Assemblea costituente, costretti poi a dimissioni, accusati di aver firmato compromessi». Oggi si vuole che la Slovenia ammetta le barbariche uccisioni in foiba, ma qualcuno accetta che almeno riconosca «che l’esodo è esistito». Codarin, anche presidente della Federazione delle associazioni nata dalla speranza di rimettere tutti assieme: «Il compromesso è un atto di coraggio, massima azione della politica, le foibe non sono contestate dalla Slovenia, l’esodo lo era, adesso è stato ammesso, il dialogo sui ”beni” era tra sordi, ora può riprendere, oggi dobbiamo parlare ai giovani, altrimenti anche le nostre associazioni si estingueranno, e infine c’è la strada per riallacciare un discorso coi ”rimasti”». Che, dopo i beni, sono l’altro scoglio: ci sono italiani ”buoni”, rimasti per necessità, e ”cattivi”, rimasti perché titini. Il dialogo coi primi muove appena i primi passi. Con «quegli ingordi, o diciamo opportunisti, che ci hanno preso le case» (parole di Rovis) perdura il silenzio.
Lacota ora smarca l’Unione dai partiti (per statuto i soci devono dimettersi se candidati da qualunque parte) ma il cuore batte sempre a centrodestra, nonostante «scontri con An». Anche l’Unione guarda fuori Trieste. Ha dal 2006 una «filiale» a Bruxelles, con altre 11 organizzazioni di esuli ha fondato una «ong» (Unione europea degli esuli e dei profughi) che proprio lo scorso giugno è stata accreditata dalla Commissione europea come organismo ufficiale di tutela.

CONGELATI. Il presidente annuncia imminente un «controsondaggio» sul favore che il «Muti-meeting» ha raccolto in città e fra gli istriani, in polemica col sondaggio risultato favorevole dell’Anvgd: «Chi ha accettato l’omaggio al Balkan sperava che Türk rifiutasse il monumento dell’esodo - dice Lacota -, la cosa poi a Toth e Codarin è sfuggita di mano». Rovis: «Meglio sarebbe stato il concerto e basta. Imbarazzante e fastidiosa la richiesta slovena sul Balkan». Il compromesso ha frenato le polemiche interne, ma anche i passi. Al monumento dell’esodo non c’era nessuno. Rovis: «Fossimo andati, magari si sarebbero avute contestazioni, e saremmo stati di nuovo etichettati come protestatari, se nessuno avesse protestato, avremmo avallato il compromesso subìto». Congelarsi, dunque: terza via ed ennesimo compromesso.

CASE. L’Associazione delle comunità ne raccoglie 16, si richiama a un «centro democratico» che esclude ogni estremismo e, prudentemente, ogni accenno a sinistre. Pubblica «La nuova voce giuliana», dai cui abbonamenti calcola gli aderenti: 4300 (di cui 600 all’estero) più famiglie. L’Anvgd somma 40 sedi in Italia sulle 80 iniziali e 800 iscritti a Trieste, alle spalle gli altri dicono «non conta niente». Fin qui di punta o di lama. Poi ciascuno cura come vedremo il proprio ricco giardino storico-culturale, lavoro che impegna anche i tre Liberi comuni in esilio: Fiume, Pola, Zara. Perché sul resto accordo non c’è. Neanche su beni abbandonati e indennizzi. Le pratiche si sono ridotte (causa estinti) da 30mila a 12mila, 11mila delle quali già liquidate dallo Stato italiano, partendo dai diritti piccoli, soldi utili alle famiglie. Restano 1200 indennizzi «pesanti». Ma poi ci sono le case. Per Lacota i 1411 edifici «liberi» nella ex zona B vanno reintestati ai vecchi proprietari, e solo in subordine vale l’indennizzo. Per Rovis serve l’«equo indennizzo» (con cifre rivalutate) «per chiudere definitivamente la partita». Per l’Anvgd, convinta di aver messo cemento a strade nuove, «tutto si può ridiscutere, basta che non vada tutto in cavalleria».

 

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