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Foibe, i segreti dei comunisti italiani (Il Giorno 16 apr)

di Lorenzo Bianchi

«TRIESTE, come tutti gli italiani veramente democratici antifascisti, avrà un migliore avvenire in un paese ove il popolo è padrone dei propri destini, che non in Italia occupata dai nostri alleati anglo-americani... quando il popolo nostro sarà anch'esso libero e padrone dei propri destini, il problema di Trieste e di voi tutti sarà risolto nei modi e sull'esempio dell'Unione Sovietica». Vincenzo Bianco, nome di battaglia «Vittorio», già vice comandante delle Brigate Internazionali in Spagna, ha appena incontrato i compagni sloveni su incarico di Palmiro Togliatti. Corre il mese di settembre del 1944. Bianco abbraccia la posizione espressa dal braccio destro di Tito Edvard Kardelj. In una lunga lettera il dirigente del «partito fratello» jugoslavo ha messo i piedi sul piatto. «Il Pci — intima — non intraprenda nulla che possa rafforzare le mire imperialistiche su terre prettamente slovene della Julijska Krajina (Venezia Giulia ndr) a cui appartiene a nostro avviso sotto ogni aspetto la città di Trieste». Bianco era più che incline ad accettare il diktat. Nella sua lettera indirizzata alle federazioni di Trieste e di Udine e fatta recapitare in copia ai compagni sloveni magnifica la nuova Jugoslavia «democratica e progressiva, molto più progressiva di quanto abbiamo potuto raggiungere nell'Italia del sud». La sua missiva viene riportata per la prima volta integralmente dallo storico Marco Pirina, anima del centro «Silentes Loquimur» ( Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ), nel recentissimo libro intitolato II confine orientale negli atti del Pci e del Pcj. «La nuova Jugoslavia — argomenta ancora l'uomo di Togliatti — ha il completo appoggio del grande ed eroico popolo sovietico, perciò abbiamo tutte le garanzie che i diritti delle popolazioni italiane del Litorale, come della Benecìa (Valli di Torre, Resia e Natisone in provincia di Udine ndr), non saranno solo rispettati, ma garantiti». L'ordine è perentorio. I partigiani comunisti debbono operare sotto il comando del IX Corpo d'armata jugoslavo. «Bisogna — ordina Bianco — are un repulisti di tutti gli elementi imperialisti e fascisti che si possano nascondere nelle unità partigiane italiane». La frase avrà una tragica appendice concreta, a Porzus e altrove.

Il partigiano «Vittorio» ha esagerato. A Milano Luigi Longo e Pietro Secchia gli tirano le orecchie e scrivono agli sloveni che le loro velleità annessioniste potrebbero «scatenare in tutto il paese un'ondata di riprovazione contro l'esercito di Tito». E' costretto a scendere in campo in prima persona Palmiro Togliatti. Il segretario incontra a Bari Kardelj dal

13 al 19 ottobre 1944 e alla fine delle conversazioni corregge la linea entusiasta, troppo sincera e troppo pubblica del suo inviato. «In tutti i modi — puntualizza — dobbiamo favorire l'occupazione della regione giuliana da parte delle truppe del maresciallo Tito. Questo infatti significa che non ci sarà un'occupazione inglese, né una restaurazione dell'amministrazione reazionaria italiana... si creerà una situazione democratica». Non è invece il momento giusto per discutere della capitale giuliana: «I nostri compagni devono comprendere e far comprendere a tutti i veri democratici triestini che una linea diversa si risolverebbe, di fatto, in un appello alla occupazione di Trieste da parte delle truppe inglesi, con tutte le conseguenze che avrebbe (cioè: disarmo dei partigiani, nessuna misura seria contro il fascismo...)». Gli jugoslavi occupano Trieste e Gorizia dal primo maggio al 12 giugno 1945. Le foibe, le prigioni e i campi di concentramento di Tito inghiottono undicimila italiani, secondo le stime degli inglesi. I nomi di settemiladuecento scomparsi sono elencati da Pirina in quattro volumi. E' il primo attendibile censimento delle «vittime italiane e istrovenete» nella tragedia che investì il confine orientale.

Le ricerche di uno storico

«GLI ISTROVENETI, un popolo scomparso fra foibe ed esodo»: è il titolo della conferenza dello storico Marco Pirina, stasera alla Spezia alle 21 (Centro Alien de, via Mazzini), organizzata dall'associazione Libertà e Società, col patrocinio dell'Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, rappresentata dal presidente della consulta ligure Fulvio Mohoratz. Pirina, coordinando un'equipe di ricercatori internazionali, ha realizzato una lunga ricerca incrociando dati e nomi di infoibati e scomparsi nel periodo 1943-1945. Nomi, date, luoghi, documenti italiani, croati, serbi e sloveni sono stati raccolti e catalogati in quattro grossi volumi che verranno presentati durante la serata insieme al libro II confine orientale negli atti del Pci e del Pcj.

 
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