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D'Annunzio, Fiume e le interpretazioni storiografiche (Voce del Popolo 02 dic)

Il novantesimo anniversario dell’impresa di Fiume rappresenta l’occasione per riflettere su una vicenda del primo dopoguerra nonché sulla figura eclettica di Gabriele d’Annunzio, letterato ma anche soldato, il cui nome è legato ad una serie di gesta: dalla beffa di Buccari al volo su Vienna, solo per ricordarne alcune. La marcia di Ronchi, che, alla testa dei suoi legionari, lo aveva portato alle rive del Quarnero, era la risposta di un uomo d’azione, che con un’iniziativa così manifesta auspicava di smuovere una situazione ormai statica circa i nuovi confini d’Italia e risolvere quindi il problema adriatico, di cui proprio Fiume e la Dalmazia incarnavano la “vittoria mutilata”. L’entrata nella città di San Vito era una provocazione e al contempo rappresentava la volontà di risolvere quello stallo che le nazioni vincitrici del conflitto non sapevano risolvere e che un’Italia debole e inetta sul piano politico e diplomatico non era in grado di rivendicare.

I fatti del 1919 sono stati affrontati in un convegno anche nel capoluogo liburnico, che, da quanto apprendiamo dal nostro quotidiano, è stata un’occasione mancata in cui non vi è stato spazio per un confronto critico sulla questione. Non avendo seguito i lavori, riteniamo sia fuori luogo dare giudizi, pertanto ci limiteremo solo a qualche considerazione generale che reputiamo valga anche in questo caso. Nella città sulla Fiumara non è la prima volta che si organizzino delle giornate di studio sul poeta-soldato; peccato, però, si ripropongano periodicamente incontri caratterizzati da un forte provincialismo, il cui obiettivo degli organizzatori è la mistificazione del passato e la trasmissione di concetti superati dall’interpretazione storiografica, in cui non si tiene conto dei risultati degli studiosi italiani. La bibliografia sull’argomento è notevole, basti citare i lavori di Renzo De Felice, Ferdinando Gerra, Paolo Alatri, Amleto Ballarini, Danilo L. Massagrande, Francesco Perfetti, Nino Valeri ed altri, che hanno dedicato ampio spazio alle vicende fiumane nelle loro ricerche. Ebbene tutto ciò passa inosservato e a tali incontri si ritiene inopportuno invitare dei relatori dall’Italia. Sarà dovuto ai costi, quindi, a spese che non si possono sostenere? Non crediamo proprio. Siffatto atteggiamento è privo di senso e addirittura assurdo; sarebbe come se in Italia si dedicasse un convegno sullo scultore Ivan Meštrović, che lavorò anche nel Bel Paese, e non si invitasse alcun esperto croato. Probabilmente il confronto non è gradito e al contempo tale impostazione è confacente a determinate dicerie proposte e che escono da qualsiasi logica – vedi il D’Annunzio squattrinato e desideroso di sollevarsi economicamente proprio a Fiume – che avrebbero inevitabilmente generato un vivace dibattito. Secondo taluni, con D’Annunzio la città sarebbe sprofondata addirittura nel suo periodo più plumbeo in duemila anni di storia. L’“esecrata” impresa del “maligno” Vate è paragonata a un’invasione funesta con la sua scia di morti e di degrado. La vicenda viene rappresentata come una sorta di unicum e tra le righe si coglie il nesso con quell’interpretazione, ancora tanto cara a determinati storici, che coglie la storia dell’Adriatico orientale solo e soltanto come un insieme di usurpazioni italiane del suolo croato. In tutto ciò non si tiene conto del contesto in cui avvennero quegli accadimenti e non si fanno i debiti accostamenti con i fatti coevi del primo dopoguerra, che interessarono una parte del vecchio continente.

La dissoluzione degli imperi plurinazionali e la nascita delle nuove entità statuali erano state contraddistinte dalla volontà di raggiungere i “confini della Patria”. Con gli uomini ancora sotto le armi e il diffuso malcontento, le idee nazionaliste attecchirono con notevole facilità, pertanto ben presto si dette origine a imprese militari. Accadde in Slovenia con il generale Rudolf Maister che strappò Maribor agli Austriaci e si batté affinché i territori settentrionali e nord-orientali non cadessero entro i confini di Vienna. Proprio in questi giorni su un giornale sloveno abbiamo letto che quel comandante era un grande patriota e pertanto è considerato un eroe nazionale. Tali riconoscimenti, evidentemente, valgono solo per determinate categorie. In Serbia, fin dal termine delle ostilità, l’esercito regio penetrò al nord con lo scopo di togliere la Vojvodina agli Ungheresi. I Romeni della Transilvania si unirono alla regione sub carpatica del Regno di Romania. Il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni aspirava, poi, anche alla Carinzia e colà intervenne militarmente. Nel Mediterraneo orientale i Greci invasero le coste dell’Asia minore. In quegli avvenimenti riscontriamo indubbiamente delle analogie.

Nell’Adriatico orientale, in cui non successe nulla di straordinario o di atipico, i reparti dell’esercito e della marina sabaudi entrarono “per diritto di conquista e di annessione” nei territori che in base al patto segreto di Londra spettavano a Roma. Al termine del conflitto, però, parecchie cose erano mutate: l’Impero d’Austria-Ungheria non esisteva più e su una sua porzione – il fianco meridionale – era sorta un’entità che abbracciava gli Slavi del Sud. Fiume, nonostante avesse manifestato nella più assoluta libertà, la volontà di essere annessa all’Italia, non rientrava nei confini del Regno, perché lo scalo non era contemplato negli accordi del 1915. Dopo gli estenuanti e sterili risultati ottenuti dai rappresentanti italiani al tavolo della pace, l’intrepido D’Annunzio si mosse provocando non pochi disappunti presso gli statisti del suo Paese. A Fiume dette origine ad una singolare forma di stato e dalla città sull’Eneo quei legionari sarebbero dovuti passare in Dalmazia per “redimerla” definitivamente.

Quale fu la realtà della città quarnerina nel periodo dannunziano? Vi fu veramente un’ondata di violenza così aberrante? Quali forme di resistenza – che effettivamente esistevano – sorsero in quella circostanza? Questi sono solo alcuni degli argomenti che potevano essere dibattuti. Vi è poi la Carta del Carnaro: in essa non era forse sancita la libertà di pensiero, di stampa, di riunione e di associazione e al contempo ogni culto religioso era consentito e rispettato? Allora perché sorvolare con tanta leggerezza? Si è insistito molto sul proto fascismo. Nulla di meno veritiero. Parlare di fascismo a Fiume non solo non ha alcun senso, ma al contempo si dimostra di non tenere conto dei risultati della storiografia italiana, che su tali argomenti può dire qualcosa a proposito. I modi di fare, i discorsi, la retorica, il rapportarsi con la folla, gli slogan, tutti di matrice dannunziana furono, semmai, acquisiti, fagocitati e fatti propri dal fascismo. Essi incarnavano un nuovo stile politico che contraddistinse la società ormai di massa all’indomani della Grande Guerra. Quando nel 1978 Renzo De Felice pubblicò nelle edizioni Laterza il “D’Annunzio politico 1918-1938”, studio ancora imprescindibile, leggiamo che l’ideatore dell’impresa fiumana non poteva essere considerato – come a torto per molto tempo si fece – una sorta di “Giovanni Battista del fascismo”. Lo storico rammenta altresì: “che il fiumanesimo e il fascismo delle origini affondino le loro radici nello stesso magma culturale e siano entrambi figli del sommarsi della crisi determinata dalla prima guerra mondiale e quella connessa all’affermarsi della società di massa è fuori dubbio” (p. X dell’introduzione). È doveroso, però, fare le dovute distinzioni. Da allora sono passati oltre trent’anni! Gabriele d’Annunzio, in quanto eroe e persona di indubbia intelligenza, era poi visto con una certa titubanza dallo stesso Duce e pertanto fu relegato al Vittoriale sul lago di Garda, in un esilio dorato, dove visse sino alla fine dei suoi giorni.

Gli storici hanno bisogno di parlarsi, di relazionarsi, magari di criticarsi – che poi è un bene se le osservazioni sono costruttive –, altrimenti si propongono solo mitologie storiografiche, alimentate dagli stereotipi e dai luoghi comuni (non ancora) superati, che, francamente, lasciano il tempo che trovano.

Kristjan Knez

 
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