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13 ott - Pirjevec: le foibe solo propaganda

di ROBERTO SPAZZALI su Il Piccolo del 13 ottobre 2009

Il volume “Foibe. Una storia d’Italia” di Jože Pirjevec (pagg. 363, euro 32), noto storico sloveno di Trieste e attualmente docente all’Università del Liorale/Capodistria, che arriva nelle librerie oggi pubblicato da Einaudi editore, farà sicuramente discutere.

Non tanto per alcune rilevazioni che in esso contiene, ma per la tesi di fondo che sostiene. L’opera si avvale pure della collaborazione di Darko Dukovski, docente dell’Università di Fiume e Pola, Nevenka Troha, ricercatrice dell’Istituto di storia contemporanea di Lubiana, Gorazd Bajc, ricercatore dell’Università del Litorale/Capodistria, e di Guido Franzinetti, docente dell’Università del Piemonte orientale di Alessandria. È diviso in ampi capitoli che spaziano dalla ricostruzione fattuale degli avvenimenti e del dibattito per lo più politico/pubblicistico (Pirjevec), al caso delle foibe istriane del 1943 (Dukovski), dall’esame della documentazione archivistica slovena e italiana (Troha) a quella britannica e statunitense (Bajc). Chiude il lavoro una sorta di breve postfazione di considerazioni piuttosto generiche sull’uso pubblico della questione delle foibe durante e dopo la guerra fredda (Franzinetti).

L’argomento è ben noto all’attento pubblico locale, assai preparato in materia, per cui il libro si rivolge al resto d’Italia, a coloro i quali sono venuti a conoscenza di quei tragici fatti in seguito a trasmissioni televisive, fiction, intitolazioni di piazze e strade “ai martiri delle foibe”, e non ultimo con l’istituzione della Giornata del Ricordo (10 febbraio) sulla quale la classe politica italiana si è trovata, una volta tanto, pressoché d’accordo.

L’uscita di questo libro non è una novità: fu annunciato pubblicamente proprio da Pirjevec lo scorso mese di settembre nel corso di un incontro che presiedevo nell’ambito dei “Cantieri di storia” organizzati dalla Sissco: la società che raduna gli studiosi e gli storici contemporaneisti.

Per cui le note che seguono sono un semplice commento a un testo che sta per uscire e non hanno la pretesa della recensione che prevede ben altra e più approfondita disanima, ma devo dire che l’opera nella sua complessità non mi ha completamente soddisfatto e, anzi, in alcuni passaggi mi trova in disaccordo.

Porto un esempio: Pirjevec sostiene che se il Cln di Trieste non avesse respinto per intransigenza per tre volte la proposta del Fronte di liberazione sloveno, di costituzione di un comitato unitario, Trieste «sarebbero state probabilmente evitate molte perdite umane e sofferenze». Quindi, posso pensare, il Cln responsabile morale delle deportazioni; peccato, però, che gli ordini di epurare la parte italiana della Venezia Giulia erano già stati impartiti dai vertici del Partito comunista sloveno.

Il lavoro mi pare fondato su una tesi pregiudiziale che potrebbe essere anche accettata se il metodo di analisi dell’uso distorto delle informazioni, ovvero un uso pubblico/politico della Storia, fosse esteso a tutte le fonti esaminate.

Qual è la tesi di fondo di Pirjevec? C’è un lungo filo che annoda la propaganda nazista sulle foibe istriane alle dichiarazioni nel 2007 del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in merito alla “pulizia etnica” perpetrata a danno delle popolazioni italiane della Venezia Giulia e che attraversa tutto il secondo dopoguerra, fino alle svolte degli anni Novanta e alla fine del sistema dei blocchi ideologici, la dissoluzione del sistema partitico italiano e le guerra nella ex Jugoslavia. Non solo, l’argomento è stato abilmente usato dagli ex comunisti prima e dagli ex missini poi per un reciproco sdoganamento morale che ha conosciuto il suo apice nell’incontro a Trieste Fini-Violante di undici anni or sono. Colpevoli, invece, i governi di centro e centrosinistra che, per il quieto vivere e per favorire le relazioni con la Jugoslavia, cercarono di mettere la sordina al problema per più di mezzo secolo confinandolo dietro il paravento di intime cerimonie commemorative.

Questo filo, si dice, tenuto saldamente in mano da inveterati fascisti e nazionalisti italiani molti dei quali sloveni e croati naturalizzati, neofascisti, golpisti, in primo luogo, ha rimosso completamente dalla memoria italiana le responsabilità genocide del fascismo verso le popolazioni slovene e croate della Venezia Giulia ma anche durante l’occupazione della Jugoslavia e successivamente presentato agli occhi dell’opinione pubblica italiana alcuni carnefici per vittime. Non ultimo il ricordo delle stragi degli italiani è stato sapientemente agitato proprio negli anni delle pretese secessioniste della Lega Nord, per rafforzare un’italianità messo in difficoltà.

Quindi un continuo uso politico del passato, inizialmente monopolizzato dalla destra triestina e italiana, teso pure a demonizzare prima e criminalizzare poi gli sloveni in Italia soprattutto in occasione della discussione delle leggi per la tutela della minoranza e ai tempi del Trattato di Osimo. L’aggressività italiana ha una lunga storia, si afferma, e risale alla seconda metà del XIX secolo per trovare la fase più acuta nei primi decenni del XX secolo, scandita da precise tappe.

Tesi a dir poco forti e imperative, ma già usate, che si accompagnano, per esempio, alle sottotesi di Bajs in merito alle capacità di informatori italiani locali di orientare soprattutto l’intelligence statunitense a mutare opinione sull’operato delle forze jugoslave, con la diffusione di notizie ingigantite o incontrollate.

Non sono cose nuove. Molto è stato scritto in proposito, ma la copiosa documentazione rinvenuta di Londra e Washington dimostra che in passato gli storici italiani non hanno avuto la possibilità – spero non l’interesse – di fotocopiare tanti e tali documenti così importanti per comprendere una pagina difficile della nostra storia. Ci sarebbe, poi, da dire su alcuni archivi in Istria, aperti a intermittenza per gli studiosi italiani.

Ma si badi bene, se il libro si intitola “Foibe”, in verità si occupa principalmente dello spazio ristretto che va dal Collio Goriziano a Basovizza, come si evince da una modesta carta geografica collocata a pagina 2. Il libro si concentra esclusivamente sul problema delle foibe e in particolare solo di quelle triestine con estese pagine sul caso del pozzo della miniera di Basovizza e relative questioni E tutto il resto?

Pirjevec, per mutuare un suo fin troppo generoso giudizio del sottoscritto, è stato più temerario che coraggioso. Temerario nel sostenere un’opera per tesi – mi pare che da un po’ di tempo non si proceda più in quella direzione metodologica – nella quale una certa pubblicistica (non solo di destra) viene destituita di ogni fondamento, ma non di operare con la stessa acribia nei riguardi di una certa produzione fornita da autori altrettanto schierati, inveterati comunisti, nazionalisti sloveni e croati, neocomunisti, jugonostalgici. Sarebbe stato interessante suggerire una comparazione non solo storiografica, ma anche semantica, come buon viatico per studi futuri. Porto un esempio: Dukovki scrive ad un certo punto “Parenzo è stata liberata il 12 settembre ”. Un’affermazione difficilmente condivisibile dagli esuli parentini. Tanto per capire come e quanto le parole possono pesare. L’esodo è spiegato da Pirjevec come riflesso dell’inculcamento ideologico negli italiani dell’Istria per cui era impossibile sentirsi italiani fuori dall’Italia e soprattutto accettare una futura maggioranza slava, per lo più comunista. Forse le cose non sono andate così, proprio in quello stretto spazio istriano, oggi di sovranità slovena, tra Capodistria e Sicciole.

Mi pare che prevalga su tutta l’opera una proiezione etno-storiografico del problema e non tanto quello di risolvere nodi e questioni di non poco conto. Parimenti mi pare un passo indietro rispetto cose scritte o dette solo pochi anni fa – forse più indietro del discusso documento della commissione storica italo-slovena. Insomma altri argomenti per infinite polemiche, al di là delle belle parole in materia di “storia condivisa”.

 
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