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14 set - Il ritorno di Maria Pasquinelli, la donna che sparò alla Storia

di Pietro Spirito, da "Il Piccolo" del 14 settembre 2008

 

TRIESTE Chi si rivede, Maria Pasquinelli. La donna che la mattina del 10 febbraio 1947 a Pola uccise a sangue freddo con tre colpi di pistola il generale Rober W. De Winton in segno di estrema protesta contro il trattato di pace che consegnava l’Istria, Fiume e la Dalmazia alla Jugoslavia di Tito, è tornata. Molti la credevano ormai morta, altri la sapevano chiusa in un isolamento impenetrabile.

Persino il filosofo Stefano Zecchi, che ha appena scritto un racconto a lei dedicato e intitolato «Maria», pubblicato nei «Corti» del Corriere della Sera proprio in questi giorni, ammette di non sapere che fine abbia fatto e suppone sia morta. E invece dopo 60 anni, diciassette dei quali scontati in carcere, eccola di nuovo, Maria Pasquinelli, la maestra assassina diventata simbolo di tutta la sofferenza, l’amarezza, la rabbia degli esuli istriani, fiumani e dalmati.

L’attentato di Pola del 10 febbraio 1947 fu l’unico, terribile atto di violenza compiuto in nome dell’esodo e della perdita delle terre italiane, e per tanta parte di chi quelle perdite subì Maria Pasquinelli è come se si fosse fatta carico da sola di tutto il dolore e lo sconforto di un intero popolo, convogliandolo nell’eplosione dei tre fatali colpi di pistola. Di quel gesto la Pasquinelli non si è mai pentita, non ha mai chiesto scusa, ma nemmeno ha preteso sconti né dalla giustizia né tantomeno dalla vita. Un’irriducibile. Ma la morte del generale De Winton le pesa sulle spalle da 61 anni, sei mesi e 14 giorni, e continuerà a pesarle - dice - finché vive. Una delle ultime sue immagini la ritrae nei giorni del processo, a Trieste, davanti alla Corte alleata. Per i giudici angloamericani non era altro che una pericolosa esaltata, che rischiava però di diventare una martire e di fomentare disordini qualora fosse stata condannata a morte, come voleva la legge, e come in effetti i giudici decisero. In quella immagine la Pasquinelli ha i capelli neri corti e crespi, occhiaie profonde, lo sguardo fermo. Le immagini scattate oggi ci restituiscono un’anziana di 94 anni che di quella fermezza conserva i tratti, pur se appesantiti e resi opachi dalla patina del tempo.

Il suo ritorno sulle scene - dopo tanto tempo di ostinato, impenetrabile silenzio - lo si deve alla giornalista Rosanna Turcinovich Giuricin, che in un paio di occasioni ha recentemente incontrato Maria Pasquinelli nalla sua casa di Bergamo, e da quegli incontri - ovviamente in accordo con la stessa Pasquinelli - ha tratto un libro: «La giustizia secondo Maria» (Del Bianco editore, pagg. 134, 15,00 euro), pubblicato nella collana Civiltà del Risorgimento, con una premessa di Diego Redivo. Il libro sarà presentato oggi, alle 18.30, in Piazza Sant’Antonio, nella giornata conclusiva del Salone del libro «La Bancarella», da Guido Brazzoduro, Fulvio Salimbeni e Diego Redivo (letture di Elke Burul a cura di Rosanna Poletti). Verranno proiettati anche brani del filmato realizzato durante le interviste.

Va detto subito: nel libro della Giuricin Maria Pasquinelli parla poco, e continua a mantenere il segreto su alcune questioni non di poco conto. Come la circostanza secondo la quale l’attentato non fu un’iniziativa squisitamente personale, ma ci fossero dietro uno o più complici. Sull’argomento c’è solo una velata ammissione, per altro riportata da terzi: «Non era Maria che avrebbe dovuto sparare - scrive Giuricin -, il compito era stato assegnato a Giuliano». Chi poi fosse Giuliano non si sa, la trattazione si ferma all’ipotesi secondo la quale, all’ultimo momento, «Giuliano», preso dagli scrupoli, avesse passato la pistola alla Pasquinelli (che per altro, nel libro, continua a ripetere di averla trovata in strada, per puro caso, a Milano).

Reticenze a parte, resta il fatto che Maria Pasquinelli attraverso le pagine del volume della Giuricin torna a farsi sentire e vedere. Il testo si basa soprattutto sulla testimonianza di Giuditta Perini, detta Jolly, la donna che «ha seguito la Pasquinelli da una vita», prima come sua collega ai tempi della scuola, oggi come amica e assistente. Ma la stessa Pasquinelli interviene, racconta, scherza. È una biografia autorizzata, che intende sottolineare l’aspetto più umano della vicenda, nella cornice di un dramma storico che portò all’esodo di 300 mila istriani, fiumani e dalmati «nell’assordante silenzio del mondo», come nota Redivo.

Con un racconto misurato, dal taglio prettamente narrativo che gioca anche con i cambi dei punti di vista, flash-back e salti temporali, pagina dopo pagina si sfoglia la vita di Maria Pasquinelli, dal suo lavoro di maestra alla Bicocca (diversi ex allievi la ricordano oggi), al periodo di frequentazione dei corsi di mistica fascista («tra noi si diceva spesso: chi mastica non mistica e chi mistica non mastica». scherza Pasquinelli), fino all’attentato del 10 febbraio con il processo (rievocato attraverso documenti già pubblici all’epoca), la condanna a morte poi commutata in ergastolo, la detenzione. Quest’ultima è forse la parte più inedita. Gli anni nel carcere prima a Venezia, poi a Firenze, dove Pasquinelli stringe amicizia con una delle ergastolane più famose del tempo, Caterina Fort, la «belva di via San Gregorio», condannata per aver ucciso la moglie del suo amante e i tre figli piccoli (ma lei ha sempre negato, fin sul letto di morte, nel 1988). La lettera, il cui contenuto non si conosce, scritta da Pasquinelli alla moglie di De Winton (che considerò la morte del marito in termini di «vittima della guerra»), e la visita che il fratello del generale ucciso fece in carcere alla Pasquinelli stessa. E poi le relazioni, le amicizie, l’assitenza durante tutta la detenzione soprattuto da parte della Curia e del vescovo di Trieste, monsignor Antonio Santin. La Curia - per altro - ha sempre riconosciuto nella Pasquinelli una donna «di alta spiritualità», nonostante lei non abbia mai ripudiato il gesto compiuto, né chiesto perdono, scegliendo la strada della piena assunzione di responsabilità.

Maria Pasquinelli venne scarcerata nel 1964, dopo 17 anni di prigione. La malattia della sorella Benedetta - scrive Giuricin - «l’aveva convinta ad accettare la libertà, la sorella s’era occupata di lei per tutta la vita, ora era in arrivo il suo turno, doveva ricambiare». Prima l’ex ergastolana accettò l’ospitalità degli amici più cari poi, quando la sorella acquistò la casa a Bergamo, si stabilì da lei. Il libro non si sofferma su cosa abbia fatto in tutti questi anni Maria Pasquinelli, nel corso di una vita assolutamente ritirata, con pochi contatti con le persone più vicine e care, circondata da una cortina di silenzio un po’ voluta, un po’indotta dagli anni e forse, dall’imbarazzo di una parte degli esuli. Di certo il suo ritorno sulle scene riapre e chiude allo stesso tempo un doloroso capitolo di storia. Lo riapre perché, come scrive la giornalista, evoca aspetti forse non ancora esplorati a fondo dagli storici, argomenti che girano attorno alla domanda che nel libro Giuricin pone e si pone: «Perché gli istriani invece di andarsene, non si difesero con le armi?». Per rispondere alla domanda l’autrice dedica alcune pagine del volume al ruolo svolto dal Cln a Pola in quegli anni, e al dibattito che animò le fila del Comitato in particolare nel 1946. Indecisioni, timori, il mancato plebiscito, l’abbandono da parte degli Alleati, la deboleazza del governo italiano, tutto ciò contribuì a creare una situazione che può essere forse «una chiave di lettura della strage di Vergarolla e anche del gesto estremo di Maria Pasquinelli che si sentiva coinvolta in quelle giornate di convulsa ricerca di una soluzione più di quanto potesse sospettare chi l’aveva incontrata e conosciuta».

Questa la riapertura del capitolo di storia. Il significato conclusivo della ricomparsa della Pasquinelli riguarda invece una semplice considerazione sul presente: i tempi sembrano maturi per consegnare la persona e il suo gesto alla storia. Resta l’aspetto umano, terribilmente umano. Scrive Rosanna Giuricin: «Maria Pasquinelli mi ha sempre detto che il suo morto se lo porta dietro le spalle, il suo fiato lo sente sul collo e il tempo non riuscirà a cambiare nulla della tragedia che è stata».

 
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