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Fossoli, il campo dei profughi giuliani devastato dal sisma

Nella pianura Padana il terremoto non ha colpito solo i capannoni, le chiese, le campanili, le torri e i municipi. Le scosse del 20 e del 29 maggio hanno fatto crollare anche un pezzo di storia del Novecento europeo: il campo di concentramento di Fossoli, a pochi chilometri da Carpi. Molte delle baracche, che hanno visto passare migliaia di deportati diretti a Auschwitz, Ravensbruck, Bergen-Belsen e Mauthausen, sono venute giù. Hanno perso i mattoni più alti, sono crollate in mezzo agli alberi. Il campo, che ospita ogni anno circa 30mila visitatori da tutta Italia, è chiuso al pubblico dal 9 giugno perché inagibile.

 

«Non vogliamo che su Fossoli cali ancora una volta il silenzio», denuncia Marzia Luppi, la direttrice della Fondazione che gestisce il campo. «In Italia — spiega — è poco conosciuto, ma ha una risonanza internazionale. Era un campo di concentramento nazionale per lo smistamento dei deportati verso i lager nazisti. È un pezzo di memoria che rischia di compromettersi in maniera irreversibile».

 

Fossoli è un luogo simbolico, dove la storia si è stratificata. Nasce nel 1942 per i prigionieri militari inglesi catturati sul fronte africano. Dopo l’8 settembre del 1943 e la fondazione della Repubblica sociale diventa un campo di concentramento per ebrei e prigionieri politici, per essere poi destinato all’inizio del 1944 allo smistamento per la deportazione nei lager, sotto il controllo diretto delle SS. Anche Primo Levi passerà per le baracche di Fossoli, che abbandonerà sul treno del 22 febbraio del 1944, diretto ad Auschwitz. Dal 1945 al 1947 si trasforma in campo per indesiderabili: un luogo dove rinchiudere le persone senza documenti, prive di cittadinanza. Poi Fossoli diventa Nomadelfia, la comunità per orfani di guerra voluta da Don Zeno Saltini.

 

L’ultima metamorfosi nel 1952, quando le baracche si trasformano in un campo per profughi istriano-dalmati.

 

Prima le baracche erano più di 95, oggi ne restano 33: 15 che servivano per gli internati, 8 destinate agli ebrei, 7 per i prigionieri politici, 8 per le guardie e 3 di servizio, con bagni e le cucine. L’area danneggiata è quella delle baracche delle guardie, vicine all’ingresso storico. «Oltre a essere un campo simbolo della deportazione Fossoli è un luogo emblematico da cui osservare tutta la storia del novecento — spiega ancora Marzia Luppi —. Ricordare questa storia è possibile perché i luoghi, ovvero le baracche, resistono. Per questo vogliamo che almeno una parte del campo riapra già a settembre».

 

Ironia della sorte, proprio il giorno della seconda scossa, il 29 di maggio, era stata firmata una convenzione con l’Università di Bologna, che coinvolge anche la facoltà di architettura di Venezia, il Politecnico di Milano e l’Università di Genova, per definire un quadro di interventi per tutto il campo. Ma il terremoto rischia di mettere tutto in discussione.

 

Caterina Giusberti

“la Repubblica” 16 giugno 2012

 
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