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Il Comune dimentica il 10 Febbraio, l'ANVGD lo ricorda

Il 10 Febbraio è trascorso come un qualunque giorno per il Comune di Genova e il suo sindaco Marta Vincenzi: nessuna commemorazione, nessun segno di attenzione per una solennità civile prevista dalla legge istitutiva del Giorno del Ricordo e profondamente radicata negli animi dei giuliani e dei dalmati esuli in Italia, molti dei quali residenti nel capoluogo ligure e nell’intera Regione. Lo ha voluto rimarcare con una forte presa di posizione il presidente del Comitato Anvgd genovese, prof. Claudio Eva, in una dichiarazione rilasciata a “Il Giornale” l’11 febbraio scorso e che riproduciamo integralmente.

 

 

«La compagna Marta è un esempio lampante del negazionismo che, a causa proprio di quelle posizioni, è sempre più virulento ed alligna ancora in una certa sinistra il voler a tutti i costi associare le foibe, e quanto da esse ne è derivato, al fascismo è una estremizzazione partigiana ed ancor più denota una profonda ignoranza della storia che ha portato a quella pagina angosciante e vergognosa della storia d’Italia che culminò con l’esodo di 350.000 italiani dall’Istria, Fiume e Dalmazia. Il mantenimento di queste posizioni, a livello istituzionale, è stato l’artefice degli atti vandalici perpetrati da giovani teppisti politicizzati che hanno profanato il monumento alle Vittime delle Foibe eretto dal Municipio Media Val Bisagno. Monumento che per fortuna, anche con il contributo della Provincia, è stato ripristinato e recentemente di nuovo inaugurato. Fu il Presidente Ciampi ad istituire nel 2004 il Giorno del Ricordo per sanare finalmente, un’ingiustizia durata oltre sessant’anni e rendere un riconoscimento a tutti quegli esuli che per non rinunciare alla loro italianità lasciarono le loro terre, case, averi ed i loro morti per venire in un’Italia distrutta e piegata dalla guerra.

 

Le origini del dissidio tra slavi ed italiani, nell’Istria e nell’altra sponda dell’Adriatico, vanno ricercate molto lontano nel tempo, anche se alcune azioni del fascismo possono aver fatto rinascere vecchi e mai sopiti rancori. Vorrei ricordare alla Vincenzi che la slavizzazione dei territori della Venezia Giulia e Dalmazia fu iniziata e fortemente sostenuta dall’impero asburgico, che operò, contro l’irredentismo italiano fortemente presente in quelle genti all’inizio del 1900, una aperta discriminazione che sfociò in una persecuzione degli abitanti di lingua italiana. A dimostrazione della forte acrimonia tra le due anime slovena ed italiana ricordo che nel 1912, il giornale “Edinost”, organo sloveno di Trieste, pubblicò la seguente frase: «Noi non desisteremo, finché non avremo sotto i nostri piedi l’italianità di Trieste. Non cesseremo finché non comanderemo noi a Trieste, noi sloveni slavi».

 

La slavizzazione dei nostri territori nell’immediato dopoguerra, favorita dal Pci di allora (come documentato dagli atti del Pci e dai proclami di Togliatti), fu attuata con rabbia e ferocia per sradicare e cancellare ogni qualsivoglia indizio di italianità. Gli infoibamenti, le persecuzioni, le epurazioni e gli internamenti nei campi di «rieducazione» furono utilizzati per fiaccare ogni possibile traccia di resistenza a quel piano criminoso. Le foibe, come i campi di sterminio nazisti, sono entrambi la testimonianza di come l’odio e la discriminazione nel confronto del diverso o dell’antagonista possano portare alla barbarie ed alla bestialità».

 

 
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