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Regione Liguria: con l'ANVGD la storia dell'Esodo entra a scuola

Il riconoscimento del dramma dell’esodo e delle foibe è entrato a palazzo, ha scosso l’immobilismo politico e comincia a produrre i suoi effetti. Molte sono le istituzioni che si sono date da fare affinché la data del 10 febbraio non sia solamente pretesto per affiggere simbolicamente una targa, intitolare una via o ricorrere alla toponomastica nel tentativo di colmare il vuoto prodotto dallo Stato italiano. I modi sono molteplici. Uno di questi – certamente il più necessario – è quello di far entrare la storia dell’Adriatico orientale nelle scuole. In un momento delicato come quello che sta affrontando il sistema scuola, alle prese con la riforma Gelmini, ripensare a strutture didattiche che debbano includere la storia nascosta e sottaciuta è obiettivo rigoroso. Soprattutto per il mondo dell’associazionismo degli esuli.


Per questo abbiamo incontrato Nicolò Scialfa, della Regione Liguria. In questi giorni sta accompagnando a Trieste e in Istria una delegazione di studenti di Genova che ha vinto il concorso promosso dalla Regione Liguria sul tema dell’esodo e delle foibe in collaborazione con l’ANVGD di Genova.


Qual è l’importanza di questa iniziativa?


“È un pezzo di storia dimenticata. La storia di queste zone e della gente che ha vissuto qui è la storia dei vinti e così deve essere recepita in ogni angolo del Paese, da destra a sinistra, senza ipocrisie. La bassa cucina politica deve riuscire a mettere da parte gli interessi e allo stesso tempo far uscire allo scoperto la verità storica. Per molti anni gli argomenti del confine orientale sono stati strumentalizzati. Per decenni la destra sociale e la Democrazia Cristiana hanno usato la storia per trasformarla in bacino elettorale. Il Partito Comunista aveva tutto l’interesse a tenere nascosta una vicenda che lo riguardava da molto vicino. La gente è stata usata da entrambe le parti, prendendo botte dai fascisti prima, da i comunisti titini poi, fino a rimanere in silenzio per tutta la Prima Repubblica”.


In tutto questo come può ritornare utile lo studio della storia del confine orientale?


“Innanzitutto, non credo che la storia ci possa insegnare qualcosa. Sono convinto però che senza di essa non possiamo andare da nessuna parte. Il ripensamento di meccanismi didattici deve passare attraverso il reclutamento di insegnanti validi, che vincano regolari concorsi e che abbiano competenze. Un insegnante di storia non può esimersi dal conoscere la filosofia e viceversa. Va riformata l’Università e così facendo inserire nei libri di testo la storia nascosta, quella che a Trieste e dintorni si conosce molto bene, ma che nell’altra parte d’Italia è ancora poco nota”.


Lo scorso anno è uscito il tema delle foibe alla maturità. Pura retorica o doveroso riconoscimento?


“Se è stato fatto con l’intento di colmare un vuoto ed arricchire la memoria storica di un argomento controverso allora l’obiettivo è stato raggiunto. Io penso tuttavia che sia l’ennesima dimostrazione di come questo governo sfrutti le persone in ogni sua rappresentazione, passata e presente che sia. Il ministro Gelmini è a tutti gli effetti la persona sbagliata nel posto sbagliato. La colpa non è sua, ma di chi ha scelto di mettere ad una funzione così importante una persona così poco preparata”.


Nei libri di testo facciamo ancora fatica a trovare uno spazio per le vicende del dopoguerra che riguardano l’Istria. Per quale motivo?


“Per anni abbiamo occultato questa parte della nostra storia. La volontà di essere italiani anche dopo la fine della guerra, il mantenimento di un’identità precisa e la continua ricerca della verità sono stati argomenti scomodi per la classe politica italiana dal 1945 sino alla Caduta del Muro di Berlino. Con l’unificazione della Germania ed il successivo crollo del sistema sovietico certi meccanismi internazionali sono venuti a rompersi e con essi, tutta una parte vergognosamente tenuta a guinzaglio si è liberata. Quindi, il fatto che lentamente si cominci a parlare del confine orientale e delle tragedie del Novecento è frutto della corsa al ripiegamento. Dobbiamo riprenderci ciò che ci è stato negato per anni”.


Trieste in questo ricopre un ruolo di primissimo piano. C’è il rischio che la città venga vista più come un contenitore drammatico di violenze che per la sua reale dimensione?


“In questi giorni trascorsi a Trieste sono state molte le situazioni in cui argomenti scomodi hanno preso il sopravvento nelle spiegazioni delle guide. Devo dire, però, che non credo si stia correndo questo rischio. Ho trovato persone preparate che bene sanno muoversi tra le macerie, ma vogliono pensare alla ricostruzione. Non ci sono solamente drammi e tragedie in città e in tutto il suo circondario. Le spiegazioni sono state di grande precisione. L’influenza slava, quella del mondo germanico in un’area in cui l’italiano si sente più italiano che da altre parti, rappresentano un unicum. Portare i ragazzi delle scuole qui è doveroso”.


Come possiamo far giungere agli studenti il messaggio della storia negata?


“Dobbiamo ridare centralità alla scuola. Il Giorno del Ricordo va bene, ha prodotto già grandi risultati. Raccontare ai giovani la memoria del passato, raccogliere le testimonianze e portarle a loro. In questo le associazioni degli esuli devono ripensare il loro ruolo, quello di tramandare la conoscenza delle vicende, ma soprattutto di un’identità che va perdendosi. Dobbiamo digitalizzare buona parte della memoria e delle fonti che riguardano le vicende di questa parte d’Italia. Renderle accessibili a tutti. La trasmissione della conoscenza del proprio patrimonio culturale è operazione fondamentale”.


Cosa devono fare gli insegnanti?


“Devono essere più preparati. Devono venir assunti tramite regolare concorso come recita l’art. 77 della Costituzione italiana. Il criterio di assunzione deve essere questo e non altri. Ci deve essere un esame critico della materia, le facoltà umanistiche devono diventare più rigorose e meno strumentalizzate o ancor peggio lassiste. In questo modo la storia del confine orientale non si fermerà tra i banchi delle scuole medie e nei licei, ma potrà proseguire nel percorso che tutti noi dobbiamo tracciare per ridare voce ad un’esperienza storica per troppo tempo rimasta nel cassetto. Diventerà di senso comune se riusciremo a raccontare queste vicende ai giovani senza voler dimostrare che certe scelte erano giuste o sbagliate. Raccontare che qui sono successe cose che lo Stato italiano ha rimosso per anni. Questo dobbiamo fare”.


Nicolò Giraldi su La Voce del Popolo del 4 maggio 2011
 

 
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