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Bernardo Gissi nello struggente ricordo di Lucio Toth

Per passeggiare tranquillamente con Nando per le vie di Savigliano e scambiare due parole con calma bisognava uscire di sera, nelle mezze stagioni o d’estate, quando nella piazza, intorno al monumento a Santorre di Santarosa o sotto i portici, sostavano i ragazzi e le ragazze a godersi il fresco della notte che scende dalle Alpi. Perché di giorno, mercato o non mercato, era tutto un «Bondì, Nando!», «Buon giorno, commendatore».

 

E non cambiava molto sotto i portici di Cuneo, di Asti o di Alba. «Direttore! Presidente! Come sta?» «Tornemo a casa – mi diceva a un certo punto – la Marucci ga preparà el pranzo». Il pranzo di Marucci prevedeva piatti piemontesi e istriani, fatti con quella saggezza e quell’amore che sono nelle sue mani di dignanese. E varcando la soglia di casa, tra la vegetazione allegra del giardino e il sole che entrava dalle vetrate, si era in Istria, tra masiere e altri vigneti, non quelli sulle colline gialle della Langhe, ma sulla terra rossa e sassosa del nostro Carso, tra una dolina e un boschetto di querce.

 

Perché così era Gissi, piemontese tra i piemontesi, al punto da sembrare talvolta un bugianen, sornione ed ironico, ma istriano nel cuore, nella tempestosità dei sentimenti, nell’ardore della sua fede di italiano, di cristiano, di uomo giusto, aduso alle furberie del mondo e alle debolezze degli uomini. Dritto sulla tolda della nave come un buon nocchiero durante le tempeste.

 

Per questo lo amavano tutti e lo stimavano. Era un uomo su cui contare. Non dava lezioni. Non impartiva ordini. Spiegava pacatamente cifre e debiti, entrate ed uscite, e concludeva con un sorriso di ottimismo, avvisandoci per tempo delle insidie, rincuorandoci nelle incertezze, fino a portarci a una decisone ragionevole in aderenza alla realtà delle cose.

 

Questa era la cifra dell’uomo: realizzatore, inventore di cose nuove, concreto e saldo come una roccia, dolce nel parlare e nell’ascoltare, esempio di prudente ragionevolezza e di coraggio insieme. Mai che avesse mortificato, con dubbi o riserve, iniziative che vedeva positive. «Volete far questo? E allora, scusatemi, si può fare così».

 

Queste sue qualità lo avevano fatto stimare e gli avevano aperto la strada del successo, lui, profugo e marito di profuga, appena ventenne, in una provincia piemontese chiusa e dura verso meridionali e foresti in genere. Ma Nando passava sopra queste cose. Da vero istriano, e quindi profondamente italiano, per lui non esistevano siciliani e veneti, calabresi e lombardi. Trattava tutti con la stessa cordialità, la stessa deferenza, se la meritavano.

 

Il suo lavoro nelle banche del Piemonte aveva accompagnato la crescita economica della regione negli anni del “boom”. E dello spirito della Ricostruzione che animava allora l’Italia, tornata da guerre civili e da prigionie varie, ma con le maniche rimboccate, Bernardo Gissi era un interprete fedele. Un’Italia di cui oggi avremmo tanto bisogno.

 

E di prigionie anche Nando ne aveva passate tra le peggiori. Era stato prigioniero dei partigiani di Tito. Un esempio anche lui di quegli appartenenti alla Resistenza che gli iugoslavi temevano più dei fascisti. Perché Gissi aveva aderito al Cln dell’Istria; voleva l’Italia e la libertà, non la falsa “liberazione” dei drusi, che insultavano la nostra gente e la perseguitavano in mille modi, dalla violenza bruta alle angherie amministrative, obbligando a parlare il croato anche a chi – come i più – non ne capivano una parola.

 

Ma Nando anche in questo aveva dimostrato la sua serietà. Aveva imparato la lingua che allora si chiamava serbo-croato. L’aveva imparata all’Università di Napoli, per capire quelli che allora erano i nostri nemici ed essere più utile alla nostra causa. Per questo poteva tornare in Istria, a Pola, a Dignano, a Rovigno, come a casa sua, parlando in dialetto con gli istro-veneti, in croato con i nuovi venuti. Con la dignità di un gran signore, schietto e cortese, ma senza servilismi e salamelecchi.

 

Ad andare in Istria con lui ci si sentiva in una botte di ferro, anche quando c’era ancora la Jugo. Metteva in riga qualsiasi miliziano o doganiere.

 

Aveva fatto la sua esperienza nel gulag iugoslavo ed era sopravissuto alle marce forzate, alle percosse, alla fame. Ne aveva reso testimonianza senza reticenze e giri di parole, non come tanta altra gente che aveva paura di nominare la parola «partigiani» o «comunisti», quando doveva descrivere il comportamento disumano dei “liberatori” di allora. Lui resistente lo era stato, ricercato dai tedeschi. Poteva rinfacciarlo a chiunque. Suo fratello aveva combattuto con i partigiani piemontesi nella «Provincia Granda». Nando guardava tutti negli occhi, a testa alta. E la statura, massiccia ed elegante insieme, lo aiutava.

 

Gissi aveva messo subito la sua competenza tecnica e la sua esperienza professionale al servizio dei profughi e delle associazioni della Diaspora giuliano-dalmata, ricoprendo incarichi di vertice nella Anvgd, di cui fu Delegato all’amministrazione per circa quindici anni, ma anche nel Libero Comune di Pola in Esilio, di cui seguì sempre l’evoluzione.

 

E certo avrà avuto piacere, nei suoi ultimi giorni, nel vedere le sue fatiche premiate dai recenti sviluppi dell’associazione polesana nei rapporti con la terra natale. Nando infatti fu presente e accompagnò le delegazioni della Federazione delle Associazioni degli Esuli in Istria, fin dagli anni Novanta e nella visita a Pola e a Rovigno del Presidente della Repubblica Ciampi nel 2001, svolgendo un’abile funzione di interprete nei pochi casi in cui fu necessaria. Se certi risultati si sono ottenuti il merito è certamente anche suo, in momenti in cui ben pochi condividevano le nostre aperture. 

 

Con Nando poi le giornate di lavoro finivano in serate conviviali, che fosse Mestre, Trieste o Fasana, pagate alla romana, dove usciva tutto il morbin della vecchia Pola, con le storie dell’Arsenale, degli ufficiali della Kriegsmarine e poi della Regia Marina italiana che si raccontavano nei caffè e nelle osterie drìo l’Arena.

 

Molta gratitudine dobbiamo a quest’uomo. La casa di Savigliano e quella di Sanremo erano un viavai di figlie, generi, nipoti in un’atmosfera antica che apriva il cuore. Così ce lo ricordiamo, un moderno patriarca istriano, vissuto con l’anima e con le opere tra le colline del Cuneese e i valloni della sua Istria.

 

                                                                                           Lucio Toth

Presidente onorario Anvgd

 
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